venerdì 18 febbraio - Osservatorio Globalizzazione

La geopolitica tedesca e “GeRussia” alla prova della crisi ucraina

La crisi in Ucraina è esplosa con forza nel cuore dell’Europa orientale e ha portato in prima linea non solo Kiev e la Russia, ma anche gli Stati Uniti e i Paesi del Vecchio Continente. La crisi impatta sulla geopolitica europea e, in particolare, sulla grande strategia di una nazione cruciale per il Vecchio Continente, la Germania. 

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La quale rischia di trovarsi nel centro del mirino e nel fuoco incrociato delle rivalità sistemiche. Del resto, fonti Nato sentite da Dissipatio hanno confermato che il Cancelliere Olaf Scholz si trova indebolito nella sua capacità di mediazione rispetto al presidente francese Emmanuel Macron per le rivalità e le posizioni divergenti rispetto alla Russia espresse in seno al suo esecutivo.

Per capire al meglio le dinamiche geopolitiche dell’Europa stretta nella crisi ucraina abbiamo voluto confrontarci con il professor Salvatore Santangelo, tra i massimi esperti della geopolitica esteuropea nel panorama italiano e sempre nostro gradito ospite. Santangelo ha scritto testi importanti come GeRussia – L’orizzonte infranto della geopolitica europea a trent’anni dalla caduta del Muro (Castelvecchi, 2019) e con lui ci confrontiamo sulle grandi questioni dell’Europa orientale odierna.

Professor Santangelo, anche il massimo esperto di geopolitica americana, George Friedman – in un recente evento pubblico – lo ha ammesso: l’incubo strategico di Washington è l’unione tra Germania e Russia. Si può leggere il caos ucraino di queste settimane anche in questa chiave?

Intanto mi permetta una premessa: Friedman aveva già espresso questa posizione sia in saggi che in articoli, quindi non è una sorpresa. 

Di fatto, si tratta di una “volgarizzazione” delle posizioni alla base delle riflessioni teoriche di due personaggi di spessore certamente maggiore: il geografo (e tra i fondatori della London School of Economics) Halford J. Mackinder (a cui si deve la famosa “profezia”: «Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo») e l’ammiraglio statunitense Alfred T. Mahan, teorico del potere navale. 

Detto questo, ribadisco le mie perplessità nei confronti della geopolitica come disciplina olistica e il fatto che il pensiero strategico e le sue implementazioni operative possano seguire un approccio così meccanicistico, anche perché basterebbe agli avversari fare esattamente il contrario per sventare i piani del nemico espressi in modo così sfacciato e per certi versi violento. 

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che – come ha insegnato Edgard Allan Poe a generazioni di romanzieri noir – il modo più semplice per nascondere una verità è metterla in bella evidenza. 

Comunque, come recita uno dei 36 stratagemmi cinesi – «Additare il gelso per maledire la sofora» (o più prosaicamente come si dice dalle nostre parti «Parlare a nuora perché suocera intenda») – secondo me l’attuale doppia crisi in atto (non dobbiamo mai dimenticare quello che accade al largo di Taiwan) ha come obiettivo primario quello di prosciugare sacche di ambiguità da parte degli “alleati” (in primis Germania e Giappone ma anche Italia) e rimettere tutti in riga. 

Un intento più che legittimo da parte degli Stati Uniti considerando il loro enorme impegno – politico, finanziario, militare – prima nella Guerra fredda e successivamente nella fase unipolare. 

Il problema è che la crisi della globalizzazione ha generato delle lacerazioni profonde nel cosiddetto Occidente e pezzi delle nostre classi dirigenti hanno pensato di poter scommettere sul declino statunitense e sulla costruzione di un nuovo assetto internazionale; si tratta di due fenomeni dai contorni ancora confusi e quindi coloro che hanno puntato il proprio capitale politico in questo senso, forse lo hanno fatto troppo presto e potrebbero pagare un prezzo molto alto per questo errore di valutazione. 

Comunque, l’ipotesi della “non tenuta” socio-politica del “centro” del sistema – gli Stati Uniti appunto – è assai concreta nel momento in cui gli Usa appaino sempre più simili a un sistema-Paese che non a una vera e propria società, e la storia insegna che – con contraddizioni di questo tipo – un sistema difficilmente riesce a convivere, soprattutto in caso di un prolungato periodo di recessione economica e di un’ulteriore acuirsi dell’instabilità internazionale, fenomeni amplificati dalle dinamiche geopandemiche. 

Sarà interessante immaginare cosà potrebbe accadere successivamente: assisteremo all’avvento dei nuovi Titani (parafrasando Ernst Jünger) oppure a una feroce lotta all’ombra de «Il Fantasma sul Trono» (dal titolo del brillante saggio di James Romm sulla spietata lotta dei Diadochi per spartirsi le spoglie dell’impero ellenistico dopo la morte di Alessandro Magno)? 

Resta il fatto che proprio la Pandemia e l’incombente Crisi ecologica ci mettono di fronte alla necessità di una qualche forma di global governance di cui abbiamo disperatamente bisogno.

GeRussia sopravviverà all’urto della crisi attuale?

GeRussia è solo uno dei possibili risultati dell’equazione strategica che si sviluppa lungo l’asse Berlino-Mosca. Proprio per questo, il titolo della mia prossima riflessione su questo tema è più problematico: Tra Russi e Tedeschi: storia e attualità di un destino geografico (sempre per Castelvecchi). 

A trent’anni dalla dissoluzione dell’Urss (quella che Vladimir Putin ha definito «la tragedia geopolitica del XX secolo») proverò a definire – attraverso una lettura multidisciplinare – proprio la traiettoria strategica e la dimensione geografica della peculiare relazione tra Germania e Russia. 

E ciò partendo dal presupposto che le attuali contraddizioni interne all’Unione europea non possono essere comprese se non si analizza lo scarto tra il dichiarato orientamento delle Istituzioni comunitarie e la spinta sovranista e identitaria dei Paesi dell’Est; quegli Stati appunto che si trovano “tra Russi e Tedeschi” e che – anche a causa del peso delle tragedie del ’900 – dimostrano una natura pre-moderna, che li colloca in un contesto conflittuale, una logica ben intesa da alcuni attori extra-europei che tendono cinicamente a strumentalizzarla. 

Siamo di fronte a uno spazio geografico dove si incontrano e scontrano interessi e disegni e allo stesso tempo a una dimensione valoriale polarizzante: dinamiche in grado di costruire e definire (oppure sconvolgere) quegli equilibri dai quali dipenderà in larga misura il futuro del nostro Continente.

Tornando a GeRussia, questo approccio prende oggi forma in quella grande infrastruttura energetica che è il Nordstream

Nordstream (e il suo raddoppio) mette in luce tutto ciò e anche una certa spregiudicatezza dei tedeschi. 

Berlino ha infatti implementato questo ambizioso programma nonostante le minacce americane (che puntano anche a valorizzare la propria industria estrattiva) e le perplessità degli altri partner europei.

Quanto inciderà, nella geopolitica europea, l’eredità del ruolo equilibratore di Angela Merkel?

Intanto dobbiamo partire dalla constatazione che la Germania rappresenta una straordinaria storia di successo nel mondo globalizzato: un Paese che conta poco più di 80 milioni di abitanti, che non solo è riuscito ad avere un ruolo di primo piano la Ue ma ha anche il più grande surplus commerciale al mondo, avendo totalmente trasformato il suo modello economico, orientandolo all’esportazione e quindi, strenuamente difende questo tipo di approccio.

Berlino cerca di non perturbare gli attuali equilibri e ha fatto della stabilità il suo mantra. 

La Germania è un grande mistero della storia: siamo di fronte a un Paese che porta in sé la capacità di toccare le vette più alte della conoscenza, della filosofia e del sentimento umano e allo stesso tempo, i semi della violenza più brutale, come quella che abbiamo visto manifestarsi durante la prima metà del XX secolo.

Quando affermiamo che la Germania è diventata una “potenza civile”, come anche il Giappone, ciò significa che di fatto ha rinunciato alle velleità egemoniche di vecchio stampo, ottocentesco, nazionalista, ma purtroppo ciò non significata aver totalmente annullato la sfera conflittuale: come ci ricordano i due autori cinesi di Guerra senza limiti (e come stiamo misurando proprio nel contesto ucraino) nella globalizzazione, la guerra e il conflitto si manifestano con nuove modalità, anche sul versante economico e culturale.

Berlino è certamente, come dicevamo, alla ricerca – in modo continuo e ossessivo – della stabilità. I due aspetti in realtà non si possono scindere e certamente sia Angela Merkel che Ursula von der Leyen hanno interpretato la stabilità e la crescita della Germania come vincolate al tema della stabilità dell’Europa e dell’Euro.

Tornando al tema di GeRussia, questa collaborazione – negli ultimi trent’anni – è stata esemplificata anche attraverso i rapporti personali, pensiamo per esempio, al rapporto tra Kohl e Gorbaciov (i Tedeschi sanno perfettamente che la riunificazione del ’90 sarebbe stata impossibile senza il nulla osta dei Russi). Il rapporto tra Kohl e Eltsin era un legame molto forte come anche quello tra Schroeder e Putin. Più delicato quello della Merkel con Putin, poiché la Cancelliera porta in sé un’altra storia, quella della Germania orientale: la sua storia politica affonda le sue radici nell’ex DDR e nell’oppressione comunista. Tuttavia il pragmatismo tedesco va manifestandosi in questa linea di continuità che oggi trova il suo massimo baluardo nel rieletto presidente della Repubblica federale – Steinmeier – già Ministro degli Esteri della Grande coalizione e che ha detto chiaramente come nonostante le sanzioni, la crisi Ucraina del 2014, l’embargo seguito ai fatti di EuroMaidan e della Crimea, questo rapporto e questo filo rosso non deve essere spezzato. 

Tra l’altro i tedeschi sono perfettamente consapevoli che calcare la mano sulla Russia significa gettarla nelle braccia dei cinesi (attori che sono entrati prepotentemente nello scacchiere est-europeo) e pur con tutte le difficoltà e le incomprensioni degli ultimi anni, GeRussia è quel filo elastico che lega la Russia all’Europa e quindi all’Occidente.

Mai quanto oggi appare spiccata la differenza tra le due Europe, quella orientale filoatlantica e più antirussa e quella occidentale più volta a mediare. La crisi ucraina ne segnala l’inconciliabilità?

Nel rispondere non possiamo non evidenziare la principale contraddizione della politica estera tedesca: quella del rapporto tra Berlino e i Paesi dell’Europa orientale. La Germania non vuole arrestare la propria espansione verso Est e in questo senso ha avuto un ruolo fondamentale nel determinare l’allargamento voluto da Prodi (e in realtà ispirato – come ci ricordano Giuseppe Sacco e Sergio Romano – dai conservatori britannici in chiave anti-europeista). 

Oggi questi Paesi fanno parte della filiera del valore del sistema produttivo tedesco ma sono ostili a Mosca, da qui le difficoltà della classe dirigente di Berlino nel mantenersi in equilibrio tra queste sue due priorità geostrategiche.

Come uscire dal pantano ucraino? Servirà una nuova Yalta tra Russia e Usa?

Trump – in aperto contrasto con una parte degli apparati del Deep State che, per inerzia, aveva continuato ad avere una postura da “Guerra Fredda” – aveva teso una mano a Putin (prontamente stretta) rilanciando lo spirito dell’Elba, in ricordo dello storico incontro tra le truppe americane e sovietiche sulle sponde del fiume tedesco nel 1945, invocandolo, «come esempio di come i loro Paesi possono cooperare». 

Questo approccio avrebbe potuto avere la portata della diplomazia del ping pong inaugurata da Nixon e Kissinger, determinante nello spaccare il fronte comunista, allontanando Pechino da Mosca e segnando in questo modo l’esito dell’epico confronto.

Oggi, invece, la logica bideniana delle Democrazie di mercato contro Autocrazie per tenere insieme l’Occidente – come già scrivevo in Babel (Castelvecchi, 2018) – ha favorito il riaccendersi di un doppio arco di crisi (alla Brzezinski): uno nell’Ucraina orientale (per disinnescare GeRussia) e un altro in Mesopotamia (per far deragliare la Via della Seta terrestre). 

L’effetto collaterale è invece quello di avvicinare ancor più Russia e Cina. 

Per comprendere questa che può apparirci come una vera e propria follia strategica dovremmo forse attingere a una dimensione pre-politica che porta a leggere il potere russo in tutte le sue manifestazioni (zarista, sovietico, putiniano) come completamente alieno e come tale a negare la stessa soggettività storica della Russia (una visione adombrata nelle riflessioni dell’ultimo Solgenitsin): quindi questa ostilità potrebbe finire solo con lo spezzettamento definitivo della Russia, forse con l’ausilio della Cina che già premo sul confine siberiano. 

Questo scenario può sembrare il più lontano e improbabile ma c’è un pezzo della classe dirigente statunitense che – ribaltando la strategia degli ultimi 15 anni – potrebbe tornare alla logica della cogestione Sino-americana dalla globalizzazione, tentata anche dal “Capitalismo della sorveglianza” che sta dando buona prova di se in Cina e offrire a Pechino – per chiudere il doppio contenzioso che appare senza sbocco – proprio le spoglie asiatiche del vecchio impero russo.

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