venerdì 11 settembre - Osservatorio Globalizzazione

La flexicurity come nuovo paradigma europeo del lavoro

La flexicurity si è negli anni contraddistinta come vero e proprio modello “europeo” di gestione del mercato del lavoro. Nel secondo capitolo del dossier sul legame tra Europa e globalizzazione Marco D’Attoma ne indaga origini e applicazioni politiche.

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La globalizzazione ha segnato in maniera incisiva anche la natura del Mercato del lavoro europeo, spingendo le imprese, soprattutto quelle di grandi dimensioni, a divenire delle macchine sempre più competitive al fine di non essere eliminate dagli altri competitors. La competizione comporta a sua volta una intensificazione della produzione, o meglio un aumento della produttività ed una riduzione dei costi sul lavoro per andare ad incidere positivamente sui costi medi di produzione. D’altro canto, ridurre i costi sul lavoro significa andare a garantire delle condizioni di lavoro molto inferiori che non possono assicurare a loro volta una vera e propria stabilità per i lavoratori, ovvero andando a favorire quel fenomeno che viene definito come precariato. Contratti part-time, a chiamata, smartworking e contratti a tempo determinato sono servili a questa funzione, o meglio a permettere al datore di lavoro di poter gestire in maniera flessibile il tempo di lavoro e le competenze dei lavoratori in base alle esigenze.

Le caratteristiche che assumono i nuovi contratti indicati con l’acronimo STWA (Short-time working arrangements) sono associate alla riduzione dell’orario di lavoro accompagnata da una corrispondente riduzione in maniera proporzionale delle retribuzioni, da dei limiti temporali stabiliti specifici per il periodo di contratto al fine di garantire che gli STWA siano una misura temporanea, ed infine da una intensificazione dei contratti che prevedono un programma di formazione o riqualificazione del lavoratore. Questa tendenza non ha risparmiato neppure i Paesi dell’Unione Europea, soltanto che si è cercato quantomeno di allentare queste condizioni attraverso un nuovo modello: la flexicurity. Se la globalizzazione ha posto in contrasto competizione e sicurezza del lavoro, la flexicurity cerca proprio di conciliare queste due fattispecie, che in effetti sembrano in contrasto tra loro. L’approccio della flessicurezza ha cercato di creare un Mercato del lavoro più flessibile garantendo al tempo stesso una adeguata protezione sociale, accompagnata da politiche attive del Mercato del lavoro. Una definizione di flexicurity viene data da Ton Wilthagen, professore dell’Università di Tilburg, e viene definita come: “A policy strategy that attempts, synchronically and in a deliberate way, to enhance the flexibility of labour markets, work organisation and labour relations on the one hand, and to enhance security (employment security and social security) notably for weaker groups in and outside the labour market, on the other hand.”

Il concetto di flexicurity deriva originariamente da una legge olandese (Wet Flexibiliteit en Zekerheid del 1999), che offriva ai lavoratori con contratto a tempo determinato la prospettiva di un lavoro a tempo indeterminato dopo due anni di lavoro. Parallelamente si stava sviluppando lo stesso concetto in un altro Paese UE, la Danimarca, per giustificare una tendenza che favoriva una legislazione più liberale per la disciplina dei licenziamenti. All’inizio del 2006, la Commissione ha formulato una definizione di flexicurity comprendente quattro componenti: accordi contrattuali flessibili e affidabili, politiche attive del mercato del lavoro, strategie di apprendimento e moderni sistemi di sicurezza sociale. Per molti teorici questa presa di posizione della Commissione cela una grande incertezza soprattutto nella misura in cui la flexicurity deve coesistere con sistemi storicamente fondati su una rigida protezione del lavoro e misure che promuovono la sicurezza del lavoro.

Mentre per un verso la Commissione ha sempre affermato che flexicurity non è sinonimo di piena libertà dei datori di lavoro di assumere e licenziare, dall’altro lato essa afferma che le restrizioni alla capacità dei datori di lavoro di licenziare i lavoratori potrebbero impedire le riforme strutturali, i miglioramenti dell’efficienza produttiva e la creazione di posti di lavoro. La Commissione ha affermato che la globalizzazione è vantaggiosa per la crescita e l’occupazione, ma il cambiamento che essa comporta richiede rapide azioni per imprese e lavoratori. Per raggiungere gli obiettivi di Lisbona “Per la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro”, erano necessarie nuove forme di flessibilità e sicurezza, che avrebbero comportato un significativo cambiamento per i singoli lavoratori e per le imprese, nonché per le legislazioni nazionali e comunitarie. La visione della Commissione era che i lavoratori hanno sempre più bisogno della sicurezza del lavoro in senso di stabilità lavorativa, mentre le aziende, in particolare le PMI, devono essere in grado di adattare le loro capacità organizzative rispetto ai cambiamenti delle condizioni economiche internazionali, migliorare allo stesso tempo la flessibilità e la sicurezza nel Mercato del lavoro. Secondo la Commissione, l’introduzione di una maggiore flessibilità contrattuale insieme alle misure attive del Mercato del lavoro, avrebbe dovuto incentivare l’occupazione e al contempo ridurre il tasso di disoccupazione e migliorare le prospettive degli esclusi dal Mercato del lavoro.

Nel 2008 la Commissione ha avviato l’European Economic Recovery Plan, nel pieno della crisi economica globale, che comprendeva una serie di misure e raccomandazioni per scongiurare un collasso totale dell’economia, e soprattutto per adeguare il sistema economico ai nuovi dettami del commercio internazionale. Per quanto riguarda l’agenda relativa al Mercato del lavoro venne annunciato, un alleggerimento dei criteri per l’ottenimento di fondi da parte del Fondo Sociale Europeo (FSE) per salvaguardare i piani di attivazione, riqualificazione e conservazione del lavoro, nonché un rafforzamento di un altro fondo, ovvero il Fondo Europeo di Adeguamento alla Globalizzazione (FEG). Infine, venne annunciato un maggior impegno nel sostenimento della flexicurity. Nell’European Economic Recovery Plan la Commissione enuncia le caratteristiche di questo nuovo modello di Mercato di lavoro, che come già detto precedentemente, tende a conciliare flessibilità, figlia della globalizzazione, e sicurezza del lavoro, caratteristica fondamentale del modello sociale europeo, ed afferma: “È essenziale attuare un coinvolgimento attivo e politiche integrate di flessicurezza, incentrati su misure di attivazione, riqualificazione e aggiornamento delle competenze, al fine di migliorare l’occupabilità, assicurare un reinserimento rapido nel mondo del lavoro dei lavoratori giudicati in esubero ed evitare la disoccupazione di lunga durata. In questo contesto, sarà importante anche un’adeguata protezione sociale che incentivi a lavorare e consenta di conservare potere d’acquisto”.

Nello stesso documento la Commissione cerca di indirizzare gli Stati verso politiche attive del Mercato del lavoro, al fine di migliorare le capacità dei singoli lavoratori, e di rendere loro stessi più competitivi nel Mercato stesso. Al tempo stesso veniva chiesto agli Stati membri di attivare politiche che portassero ad un incremento della domanda di lavoro attraverso una riduzione degli oneri sociali a carico dei datori di lavoro per i redditi più bassi per promuovere l’occupabilità dei lavoratori meno qualificati. Questa visione di Mercato del lavoro non rimase isolata nella Commissione, ma anzi nel 2010 fu proprio il Consiglio dell’Unione Europea ad appoggiare una simile iniziativa tramite una decisione. In questo documento il Consiglio ritenne come fondamentale l’attivazione di questo modello per aumentare la partecipazione al Mercato del lavoro. Quindi venne chiesto agli Stati membri di integrare nelle loro politiche occupazionali i principi di flexicurity sfruttando adeguatamente il sostegno del FSE e del FEG al fine di aumentare la partecipazione al Mercato del lavoro e combattere la disoccupazione. Sempre nel 2010, in virtù dell’impatto della crisi economica, la Commissione ha proposto la strategia “Europa 2020” per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Attraverso Europa 2020, la Commissione delineava una serie di obiettivi, tra questi l’iniziativa “Un’agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro“, che sottolineava la necessità di modernizzare il Mercato del lavoro al fine di ridurre la disoccupazione e dall’altra parte puntare ad un aumento della produttività del lavoro, ed ovviamente questa agenda aveva come primo punto un richiamo alla flexicurity. L’interesse per la realizzazione di un siffatto sistema non si è arrestata nel tempo, anzi anche dopo la crisi le istituzioni hanno cercato di portare avanti il progetto. Un esempio lo abbiamo nel cosiddetto “Documento dei Cinque Presidenti”, dove nella sezione “Towards Economic Union – Convergence, Prosperity and Social Cohesion” ritroviamo un richiamo alla flexicurity come uno degli elementi trainanti del processo di convergenza. Al fine di raggiungere gli obiettivi auspicati dalla Commissione, gli Stati membri avrebbero dovuto imporre una politica del lavoro che avrebbe dovuto mirare ad incentivare la flessibilità però bilanciata da forti politiche di sicurezza sociale come sussidi per la disoccupazione e politiche attive del lavoro. In UE si sono create diverse tendenze a riguardo. Vi è un modello degli Stati mediterranei, tra cui Italia, Spagna e Grecia, che ha enfatizzato la propria politica di sicurezza sociale in termini di finanziamento delle pensioni di anzianità e di piani di prepensionamento: questo sistema non contribuisce a creare un aumento dei tassi occupazionali o a ridurre la povertà. Poi vi è un modello continentale, tra cui Francia, Germania e Lussemburgo, che ha enfatizzato un elevato livello di protezione del lavoro attraverso l’incremento di prestazioni assicurative e pensioni di anzianità, che è risultato efficace nella riduzione della povertà, ma inefficace nella creazione di posti di lavoro. Poi vi è il modello anglosassone che include Irlanda, Regno Unito e Portogallo, che al contrario ha comportato un aumento dei posti di lavoro a basso salario e scarsa sicurezza del lavoro: questo modello è stato efficace nel creare opportunità di lavoro ma inefficace nella creazione di sicurezza e nella riduzione della povertà.

Infine, il modello scandinavo adottato da Danimarca, Finlandia e Paesi Bassi è il modello che meglio rispecchia le intenzioni della Commissione europea, perché seppur garantisca poche protezioni per l’occupazione, dall’altro lato garantisce una elevata sicurezza del lavoro coperta da una tassazione abbastanza elevata. Quest’ultimo modello ha avuto successo nella creazione di posti di lavoro e un elevato standard di vita stabile. Nel gruppo Scandinavo il sistema della flexicurity, e gli indicatori macroeconomici sono rimasti stabili o migliorati anche durante la prima fase della recessione economica, anche se con alcune eccezioni, dimostrando che le loro economie e il loro modello di Mercato del lavoro siano più in grado di assorbire gli shock economici esterni e fornire risultati più positivi sul Mercato del lavoro, probabilmente perché il modello di flexicurity era un sistema consolidato da anni e non una novità come per gli altri cluster di Stati. Nel modello mediterraneo, le condizioni che avrebbero dovuto portare ad un avvicinamento al modello di flexicurity sono da considerare molto lontane rispetto all’andamento generale nell’UE. I Paesi di questo gruppo erano storicamente caratterizzati da una forte enfasi sulla sicurezza del Mercato del lavoro che incideva pesantemente sul bilancio statale, anche se a partire dal 2010 si osserva una forte riduzione della spesa pubblica in tale ambito, in particolar modo quando a partire dal 2010 si è incominciata ad attivare la politica di austerità. Il modello della flexicurity, sviluppato secondo i documenti della Commissione, e quindi sotto il modello scandinavo, avrebbe potuto portare in Europa molti vantaggi, soprattutto se fosse stato realizzato in un periodo non così negativo come quello 2008-2013.

Il modello se non applicato in maniera corretta creerebbe delle forti ambiguità, perché uno squilibrio tra flessibilità e sicurezza porterebbe in entrambi i casi ad un incremento della disoccupazione: se il Mercato è troppo rigido il datore di lavoro tenderà a non assumere nuovi lavoratori se non necessari, soprattutto in tempi di crisi, mentre se il lavoratore è poco coperto in termini di sicurezza cadrà in povertà se dovesse perdere il lavoro e il tutto renderà più difficile il suo reintegro nel Mercato stesso. L’impatto della crisi ha arrecato una drastica riduzione delle opportunità di lavoro, la cui portata ha affievolito i risultati delle politiche adottate per rafforzare la sicurezza del lavoro e la flessibilità. In conclusione, i principi della flexicurity potrebbero essere visti come una risposta adeguata rispetto all’andamento del commercio internazionale, soddisfacendo al tempo stesso sia le esigenze dei datori di lavoro sia quelle dei lavoratori. Il concetto deve basarsi sul presupposto che flessibilità e sicurezza non sono due sfere separate, ma che attraverso adeguate politiche possono perfettamente incrociarsi e coesistere. Da un punto di vista teorico, si potrebbe catalogare la flexicurity come una “terza via” tra la flessibilità delle economie di mercato storicamente liberali come quelle dei Paesi anglosassoni e la sicurezza del lavoro che caratterizza i Paesi dell’Europa mediterranea.

2 – continua

1 – L’Unione Europea alla prova della globalizzazione.

2 – La flexicurity come nuovo paradigma europeo del lavoro.

 

Foto di MichaelGaida da Pixabay 




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