martedì 19 luglio - Osservatorio Globalizzazione

La “dottrina Nagel”: Mediobanca al centro del sistema-Paese

Mediobanca, centro della finanza e centro del sistema-Paese: non più salotto buono, ma dinamico attore di mercato. Non più centro di convergenza degli interessi di una ristretta cerchia di potere ma istituzione capace di un suo irradiamento. Non più solo milanese, ma anche pienamente nazionale. La “dottrina Nagel” è in pieno dispiegamento e questi sono i suoi capisaldi.

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Figure apicali di Piazzetta Cuccia che abbiamo avuto modo di contattare dopo la vittoria dell’assemblea di Generali rivendicavano la soddisfazione di aver “vinto una battaglia di mercato”. E questo è forse l’obiettivo principale a cui tendeva la gestione dell’ad Alberto Nagel, che nonostante pandemia e crisi finanziarie che covano sotto le braci a maggio ha dichiarato che Mediobanca è in linea per raggiungere l’obiettivo dichiarato nel piano industriale 2019-2023: 3 miliardi di euro di fatturato, aumento della gestione del wealth management, aumento delle fusioni e acquisizioni, incremento della proiezione nazionale.

Mediobanca vince la battaglia di mercato contro la lista Caltagirone in cda di Generali e blinda col sostegno degli investitori stranieri un’azienda con una catena del valore internazionale che che custodisce una quantità rilevante di debito pubblico italiano (Generali oggi custodisce circa 60 miliardi di euro di titoli di stato italiani);subito dopo non ha timori a fare sponda con uno dei suoi rivali, la famiglia Benetton, per operare da advisor per il delisting di Atlantia assieme a Blackstone; Piazzetta Cuccia analizza da vicino tutte le principali banche italiane garantendosi il potere informativo decisivo per consigliarle sull’incremento dimensionale e le fusioni sponsorizzate dalla Bce; Nagel organizza la Ceo Conference andando oltre il “Salotto Buono”, trasformandolo in agorà di mercato.

E, soprattutto, pensa al futuro. Tornando alle origini dell’era Cuccia, quando Mediobanca era polmone di sviluppo nazionale e non solo. Andando oltre le rigidità della fase terminale del secolo scorso, quando l’arroccamento su sé stessa aveva portato Mediobanca a essere custode del presente. Nagel alla CEO Conference del 21 giugno, parlando nella sessione inaugurale, ha parlato molto di crescita e di temi globali, ma poco i media si sono concentrati sulla portata sistemica del discorso laddove è arrivato a toccare i temi caldi dello sviluppo nazionale, indicando un’agenda programmatica.

“La forza dell’Italia sta nel suo sistema manifatturiero e nelle sue 3.000 nicchie di mercato in cui eccelle a livello globale, grazie al dinamismo e all’iniziativa del tessuto manageriale e imprenditoriale italiano”, ha sottolineato, aggiungendo poi doe si trova la chiave per il rilancio della nazione: “Il Sud Italia ha bisogno di una nuova visione del futuro per individuare proposte alternative volte a migliorare il contesto imprenditoriale in quelle regioni. Un nuovo punto di partenza potrebbe essere quello di cogliere l’opportunità offerta da alcuni fattori che favoriscono l’Italia come ad esempio: il Paese ha un ruolo di primo piano nell’economia marittima e – in quanto hub logistico del Mediterraneo – dispone di molteplici fonti di energia rinnovabile, di una posizione geografica che gli consente di trasformarsi in un hub del gas naturale oggi e dell’idrogeno domani per il Nord Europa, base ideale per i business e le start-up innovative”.

Parla Nagel e si vede nel suo discorso un’impronta che appare a metà tra quella del private-banker “mago” Giovanni Tamburi, fautore della crescita dimensionale di decine di Pmi verso la quotazione e l’internazionalizzazione, e quella dell’ad di Intesa Carlo Messina, sempre attento a ragionare in ottica di sistema-Paese. La Mediobanca targata Nagel ha, nella sua nicchia di sostegno a imprese e istituzioni finanziarie e nella sua garanzia di un ricco capitale informativo e relazionale, vere potenzialità di sistema. Rientrano in quest’ottica le sinergie con il mondo delle Pmi e l’attenzione sul Pnrr. Da sottolineare, poi, l’apertura all’export e a una visione internazionale che con Nagel si è pienamente recuperata. Oggi, come ai tempi della Ricostruzione post-bellica, Mediobanca può esser pivot per una strategia internazionale dell’Italia intesa come sistema-Paese e perno di un ampliamento del ruoilo di Roma come pontiere per la cooperazione economica tra i popoli.

Il tema dello sviluppo economico inclusivo era molto considerato da una classe dirigente che aveva contribuito a sperimentare l’ascesa del Paese dopo la guerra partendo da una situazione oltremodo complessa. E che dopo l’ascesa dell’Italia a ritrovata potenza economica e industriale guardava con attenzione alla conquista di nuovi spazi d’influenza e nuovi mercati attraverso la promozione sistemica delle sue eccellenze.

Mediobanca fu uno dei principali strumenti utilizzati per questo obiettivo. Bilanciando la partecipazione al suo interno da parte delle banche d’interesse nazionale con un legame profondo con l’impresa privata o a partecipazione pubblica. La banca diretta da Mattioli prima e da Enrico Cuccia poi operò da un lato accogliendo nel suo capitale e nelle sue finanze il sostegno di grandi gruppi stranieri, come le americane Lazard e Lehman Brothers e diverse banche europee, contribuendo così a costruire un solido asse occidentale di legami imprenditoriali e personali e dall’altro promuovendo l’espansione commerciale in termini di produzione e investimenti delle aziende partner.

Eni, Fiat, Olivetti Finmeccanica, Montecatini, Necchi, Pirelli furono solo alcuni dei più noti tra i partner di Mediobanca che contribuì, a partire dagli Anni Cinquanta e Sessanta, all’obiettivo di promuovere la conquista italiana dei nuovi mercati del continente africano. Dando nuova proiezione alla diplomazia economica del Paese in nome della dottrina keynesiana della collaborazione tra paesi arretrati e paesi avanzati, capitale pubblico e capitale privato. Come ha scritto il professor Giovanni Farese nel saggio Mediobanca e le relazioni economiche internazionali dell’Italia. Atlantismo, integrazione europea e sviluppo dell’Africa. 1944/1971, edito dall’Archivio storico Mediobanca Vincenzo Maranghi, le attività del gruppo estese dal Senegal all’Etiopia, dall’Algeria all’Angola furono la dimostrazione di una ““vocazione africana”, che si manifestò subito, già negli anni Quaranta. E che oggi rivive nell’attenzione alla sponda sud del Mediterraneo che Nagel ha sottolineato nel suo discorso e nel sostegno alla vocazione marittima dell’Italia. Un’ulteriore dimostrazione di una vocazione di sistema che prosegue su tutta la filiera. Forza e novità di una “dottrina Nagel” che inaugura una nuova era in Piazzetta Cuccia.

 




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