venerdì 12 marzo - Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica

La donna abusante: al sicuro dietro gli stereotipi

Secondo il “V Congresso internazionale sull’infanzia maltrattata e abbandonata” (Montreal, 1984), si parla di “abuso sessuale”, quando si ha il coinvolgimento di bambini e adolescenti in attività sessuali che essi non comprendono ancora completamente, alle quali non sono in grado di acconsentire con piena consapevolezza o che sono tali da violare i tabù di una particolare società

 

Secondo i dati Censis ogni anno vi è 1 caso di abuso circa ogni 400 bambini e per due terzi si tratta di abusi sessuali che avvengono tra le mura domestiche ad opera di familiari o conoscenti; ciò ovviamente incide sulla possibilità di un rilevamento attendibile di tali reati, causati dalla tendenza della vittima a nascondere la violenza.

La maggior parte degli abusanti sono uomini, ma questa non è l’unica situazione possibile, seppur sia la più facile da immaginare quando sentiamo parlare di abuso sessuale sui minori. Riguardo a questo fenomeno, i tassi di prevalenza risultano piuttosto eterogenei e cambiano da uno studio all’altro.

I dati più recenti provenienti dal Regno Unito mostrano che su 12.268 chiamanti ad un servizio di assistenza riservato ai bambini con disagio o in pericolo (ChildLine) che hanno riferito di essere vittime di abusi sessuali, il 6% delle femmine e il 36% dei maschi, ha individuato una donna come colpevole, per un totale del 17% (NSPCC, 2009)

La donna però, a livello culturale, in quanto percepita come passiva e pura, viene automaticamente allontanata dalla possibilità di mettere in atto atteggiamenti violenti o perversi. Inoltre, il fatto che la sessualità della donna sia spesso intesa come una sessualità passiva, in risposta a quella maschile, rende difficile immaginare una sessualità femminile, autonoma ed indipendente, sia per quanto riguarda le fantasie che i comportamenti.

Storicamente, infatti i reati sessuali che coinvolgono colpevoli femminili sono spesso percepiti dalla società come clamorosi e le donne criminali venivano spesso etichettate come irrazionali, con una socializzazione povera, costrette da pressioni domestiche, o provenienti da una situazione familiare disastrosa (Wilczynski,1991).

Per questi motivi, difficilmente le donne vengono rappresentate a livello culturale come possibili autrici di reati sessuali e quando ciò accade, appunto, risulta necessario giustificare una possibile aggressività da situazioni familiari difficoltose, o ad irrazionalità.

Basandosi sullo studio di Sandler & Freeman (2007), che analizza tutte le 390 autrici di reati sessuali registrate nello stato di New York, emerge invece un chiaro il profilo della predatrice sessuale, che risulta essere una donna caucasica con un’età compresa tra i 26 e i 36 anni, le cui vittime hanno meno di 12 anni; più di un terzo di queste risulta sposata e la maggior parte sembra essersi sposata per fuggire dalla casa di famiglia (Wijkman et al, 2010; Tsopelas et al, 2011).

Inoltre, l’accarezzamento e il sesso orale erano le forme più comuni di attività sessuale e le donne sex-offenders risultavano avere la stessa probabilità di scegliere le vittime di sesso femminile quanto le vittime di sesso maschile,i. La maggior parte delle vittime erano bambini in età prescolare e scolare per i quali gli autori del reato fornivano spesso un ruolo di assistenti, come madri, babysitter, insegnanti (Denov, 2004).

Robert Shoop, professore di diritto alla Kansas State University e autore di “Sexual Harassment on Campus: A Guide for Administrators, Faculty and Students” afferma che la società non percepisce come stupro l’attività sessuale di una donna adulta con un minore di sesso maschile, questo è uno dei motivi per cui le vittime di abuso sessuale femminile non chiedono aiuto. C’è quasi la sensazione che un ragazzo dovrebbe essere orgoglioso e grato di aver avuto un precoce rapporto sessuale con una figura più matura (Denov 2003).

In linea generale, possiamo quindi affermare che nei casi di abusi sessuali infantili commessi da donne ricorrono alcuni aspetti che si situano come concausa della non emersione del fenomeno, di una minore percentuale di denunce:

  • La vittima è spesso un figlio, uno stretto parente della donna o una figura da essa accudita.
  • La vittima è un adolescente, che, influenzato dagli stereotipi sociali e dal gruppo dei pari, non si percepisce neanche come abusato sessualmente ma soltanto all’interno di una precoce relazione amorosa.
  • La vittima è un giovane adolescente con la quale la donna viene a contatto e che, nonostante si percepisca come vittima dell’atto, influenzato dal gruppo dei pari e dagli stereotipi sociali, non menziona con nessuno quanto accaduto sentendosi ferito nel suo orgoglio maschile.

Nonostante questo, una ricerca di Myriam Denov (2003b) riguardo agli effetti a lungo termine dell’abuso sessuale minorile da parte di autori femminili, ha messo in evidenza che in realtà, anche proprio per la difficoltà dell’abusato di denunciare, per lo stigma sociale e per la difficile vittimizzazione culturale della vittima stessa, le conseguenze a lungo termine sono ancor più importanti delle conosciute conseguenze di un abuso.

Appare quindi importante, a livello culturale, smettere di negare questa realtà con il fine di permettere alle vittime di sentirsi maggiormente riconosciute/i e quindi anche maggiormente inclini a denunciare e ad avvicinarsi ad un servizio psicologico in modo da limitare le conseguenze a lungo termine di questo tipo di abuso.

 

Tutor: Fabiana Salucci

Tirocinante: Stivè Margherita

 

Bibliografia:

Barter, C., McCarry, M., Berridge, D., & Evans, K. (2009). Partner exploitation and violence in teenage intimate relationships. London: NSPCC.

Denov, M. S. (2003). The myth of innocence: Sexual scripts and the recognition of child sexual abuse by female perpetrators. Journal of Sex Research40(3), 303-314.

Denov, M. S. (2003b). To a safer place? Victims of sexual abuse by females and their disclosures to professionals. Child abuse & neglect27(1), 47-61.

Denov, M. S. (2004). The long-term effects of child sexual abuse by female perpetrators: A qualitative study of male and female victims. Journal of interpersonal violence19(10), 1137-1156.

Sandler, B. R., & Shoop, R. J. (1997). Sexual Harassment on Campus. A Guide for Administrators, Faculty, and Students. Allyn & Bacon, Longwood Division, 160 Gould Street, Needham Heights, MA 02194-2310.

Sandler, J. C., & Freeman, N. J. (2007). Topology of female sex offenders: A test of Vandiver and Kercher. Sexual Abuse19(2), 73-89.

Tsopelas, C., Spyridoula, T., & Athanasios, D. (2011). Review on female sexual offenders: Findings about profile and personality. International Journal of Law and Psychiatry34(2), 122-126.

Wijkman, M., Bijleveld, C., & Hendriks, J. (2010). Women don’t do such things! Characteristics of female sex offenders and offender types. Sexual Abuse22(2), 135-156.

Wilczynski, A. (1991). Images of women who kill their infants: The mad and the bad. Women & Criminal Justice2(2), 71-88.

Foto: Pixabay




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