venerdì 30 ottobre - Osservatorio Globalizzazione

La criminalità ha provato a scalare le imprese strategiche?

Il saggio “Pecunia non olet. La mafia nell’industria pubblica (Chiarelettere, 2019)” scritto da Alessandro Da Rold – giornalista e collaboratore fra l’altro de Il Riformista, il Foglio, Linkiesta e Lettera43 -mostra da un lato con estrema chiarezza e lucidità quanto profondi siano gli intrecci perversi e criminosi tra determinati settori dell’industria italiana e la criminalità organizzata e dall’altro dimostra implicitamente la validità delle riflessioni che fecero su tali tematiche diversi studiosi. 

di 

Mino Pecorelli su OP e di Francesco Pazienza nel suo saggio autobiografico “Il Disubbidiente” scrissero dell’esistenza del deep state che non costituisce una casuale ed accidentale deviazione dalla costituzione ma al contrario rappresenta una componente strutturale dello stato (italiano e non) ma soprattutto dell’effettivo esercizio del potere politico ed economico.

L’attenzione del giornalista italiano si rivolge prevalentemente – ma non solo – a un personaggio inquietante e cioè a Vito Roberto Palazzolo vero e proprio incrocio tra politica nazionale e internazionale, settori interni alle aziende di Stato come Augusta e Finmeccanica e poteri mafiosi. Ma chi è Palazzolo? In breve Palazzolo è il «tesoriere» di Cosa nostra , l’erede di Michele Sindona. Palazzolo, per almeno vent’anni, è stato una sorta di cerniera tra il mondo imprenditoriale internazionale e la mafia sia nel settore del riciclaggio che in quello del reinvestimento del denaro sporco. Nello specifico avrebbe riciclato il denaro sporco in Svizzera – denaro ricavato anche dal traffico di droga con gli Stati Uniti – e successivamente lo avrebbe fatto rientrare in Sicilia. Proprio per la sua rilevanza Palazzolo ha avuto relazioni costanti con i vertici di Cosa nostra e cioè con Riina, Madonia, Rotolo e Geraci.

Allo scopo di sottrarsi alla giustizia italiana Palazzolo si rifugiò in Sud Africa e cioè nella Repubblica indipendente del Ciskei che è un paradiso fiscale in cui si intrecciano sia gli interessi della mafia siciliana e americana sia quelli dei mercanti d’armi che vogliono aggirare l’embargo dell’Onu. Con il tempo «diventa ricco oltre l’immaginabile» : è infatti riuscito a costruire «un impero fatto d’oro, diamanti, lussuose proprietà immobiliari e miliardi depositati nei paradisi fiscali». Ma ha potuto fare tutto ciò anche grazie alla immunità garantita sia dai governi bianchi dell’apartheid che da quelli dell’African National Con gress di Nelson Mandela.

Appunto: pecunia non olet. L’incontro tra Palazzolo e il conte Riccardo Agusta , ultimo esponente della famiglia fondatrice dell’attuale AgustaWestland, consente a Palazzolo di diventare il migliore agente commerciale della industria militare italiana in Sudafrica. Nello specifico Palazzolo ha contribuito nel 2002 “alla vendita del primo A119 a un cliente privato sudafricano e la vittoria di una gara in Namibia per fornire due A139 al governo di Windhoek; nel 2003 il contratto relativo a quattro elicotteri Super Lynx 300 destinati alla marina militare sudafricana; nel 2005 la fornitura dei relativi servizi di supporto; nel 2006 la vendita dei primi modelli AW139 e A109 Grand ad altri clienti privati sudafricani; nel 2011 la vendita di tre AW139 all’operatore nigeriano Caverton e un’estensione del contratto del 1999 al fine di fornire ulterio ri servizi di supporto alla flotta sudafricana di A109“.

Grazie alle indagini della magistratura e al contributo di Francescomaria Tuccillo manager di Finmeccanica di provata onestà – che ha permesso di individuare Palazzolo -dopo vent’anni di latitanza è stato possibile arrestarlo a Bangkok.

Il clamoroso arresto ha consentito alla stampa italiana di alzare finalmente il velo sugli intrecci tra Augusta e il Sudafrica. Alludiamo alle inchieste giornalistiche di Gianni Ballarini di Nigrizia, a Enzo La Penna dell’Ansa, a Paolo Chiariello di Sky Tg24 e a Marco Lillo de «il Fatto». Sia le inchieste giornalistiche che le indagini della magistratura hanno fatto emergere con estrema chiarezza l’unitarietà del progetto criminoso di cui si resero più volte responsabili vari esponenti di Finmeccanica. Disegno questo che è stato possibile con la complicità e la convivenza di alte cariche politiche ma certamente anche dei servizi di sicurezza che non potevano non conoscere questi intrecci e questi legami criminosi. Inoltre il saggio del giornalista Da Rold analizza con estrema attenzione la gestione di Finmeccanica prima di Guargaglini e poi di Giuseppe Orsi mostrando la profonda continuità nel modus operandi. Infatti, il cambio di vertice con la nomina di Giuseppe Orsi fu solo un cambio puramente formale che non intaccò minimamente il ruolo e l’importanza della logica partitocratica e del sistema di corruzione che vigeva all’interno di Finmeccanica come ebbe modo di dire Carlo Bonini su «la Repubblica».

Foto:Michele Amante/Flickr




Lasciare un commento