venerdì 31 gennaio - Osservatorio Globalizzazione

La corsa a ostacoli dei Democratici Usa

Con piacere vi presentiamo una nuova conversazione dell’Osservatorio con l’analista Stefano Graziosi, giornalista esperto di politica statunitense che avevamo in precedenza consultato sul tema dell’inizio della corsa alla Casa Bianca

Ora torniamo a dialogare con lui delle elezioni presidenziali statunitensi, parlando dell’imminente inizio delle primarie democratiche e del processo di scelta dello sfidante di Donald J. Trump nel cruciale voto di novembre. Buona lettura!

– Ciao Stefano e grazie nuovamente per la disponibilità. Le primarie democratiche si avvicinano all’inizio e il partito progressista statunitense appare lacerato al suo interno. Come giudichi lo stato di salute del partito a quattro anni dallo shock del 2016?

Grazie a voi. L’attuale stato di turbolenza interna al Partito Democratico ha radici antiche e risale probabilmente già al 2008, quando esplose la Grande Recessione: quella Grande Recessione che ha gettato profondo discredito sul sistema economico capitalistico americano (soprattutto tra i giovani). Da lì iniziò a registrarsi la crescente dicotomia tra centro e sinistra che oggi conosciamo nell’asinello e – in un certo senso – l’elezione di Barack Obama derivò anche da quel rimescolamento interno. Negli otto anni dell’amministrazione Obama, la divisione è tuttavia rimasta sottotraccia, visto che l’allora presidente democratico riuscì a barcamenarsi con discreta abilità tra queste due correnti (nonostante un suo marcato avvicinamento all’establishment negli ultimi anni del secondo mandato). Lo scontro è però esploso in tutto il suo fragore con le primarie democratiche del 2016, quando si ebbe il duello tra Hillary Clinton e Bernie Sanders. Probabilmente il punto di non ritorno fu quando l’ex first lady (che aveva conquistato la nomination quell’anno in modo già abbastanza controverso), anziché un rappresentante della sinistra, scelse come proprio vice il senatore della Virginia, Tim Kaine: un centrista in tutto e per tutto simile a lei. Questa mossa ha sancito un abisso tra le due correnti: un abisso, che si è man mano radicato negli anni successivi. La situazione si è ulteriormente ingarbugliata con le elezioni di metà mandato del 2018, quando alla Camera dei Rappresentanti sono entrati giovani deputati molto spostati a sinistra e in aperto conflitto con l’establishment centrista (ancora tendenzialmente clintoniano) del Partito Democratico. Il caos che regna in seno all’asinello, quindi, nasce da queste cause strutturali. Con l’aggravante che, oggi, la stessa sinistra appaia a sua volta frantumata al suo interno. Credo che per uscire da questa situazione, i democratici avranno bisogno di altri anni. E i casi sono due. O le correnti radicali riusciranno a innestarsi nell’establishment, avviando un processo di rigenerazione positiva (come accaduto con il Tea Party per i repubblicani nel corso della presidenza Obama). Oppure il rischio è che la faida tra fazioni diventi deleteria, portando l’intero partito verso una lenta agonia. Non va trascurato che propositi “scissionisti” vengano talvolta ambiguamente accarezzati dai rappresentanti più a sinistra dell’asinello (si pensi soltanto ad Alexandria Ocasio Cortez).

– Sanders, Biden, Warren: la corsa pare destinata a concentrarsi su tre nomi ben precisi. Chi ritieni essere il favorito? L’endorsement del “New York Times” a Elizabeth Warren influirà?

Credo che all’orizzonte si profili una corsa a quattro tra Joe Biden, Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Pete Buttigieg. Il punto è che, guardando oggi ai sondaggi, si rischia una situazione molto problematica. Una situazione, cioè, in cui è probabile non emerga rapidamente un chiaro vincitore. Qualora avesse luogo questo lo scenario, ne scaturirebbe un processo elettorale lungo e tormentato. Un processo su cui graverebbe costantemente l’incognita di una contested convention. Sotto questo aspetto, risulterà dirimente il Super Tuesday del 3 marzo. Quella data sarà fondamentale per capire se ci sarà finalmente chiarezza o se dovremo aspettarci delle primarie estenuanti e appese ai numeri decimali in termini di risultati alle urne. Per quanto riguarda l’endorsement del New York Times, credo che possa influire sulla Warren, ma non necessariamente in un senso per lei positivo. Penso che quell’endorsement sia rivelativo di un elemento che ancora oggi molti fanno fatica a comprendere (o ad accettare), e cioè che la senatrice del Massachusetts sia molto più vicina all’establishment di quanto possa apparire a prima vista.

Indubbiamente la Warren avanza proposte programmatiche decisamente spostate a sinistra (basti pensare alla sanità). Eppure ha dalla sua pezzi cospicui dell’establishment statunitense: dal New York Times (che nel 2016 diede il proprio endorsement a Hillary Clinton) allo stesso Barack Obama che – stando a quanto riportato qualche settimana fa da The Hill – risulterebbe particolarmente attivo dietro le quinte per sostenerla. La Warren, in altre parole, porta avanti un’idea di sinistra che può convincere i progressisti bianchi delle classi medio-alte ma che riscontra numerose difficoltà con i ceti deboli: non a caso, tra gli attuali candidati alla nomination democratica, l’unico realmente in grado di parlare agli operai della Rust Belt resta Sanders. Quello stesso Sanders che continua ad avanzare una linea profondamente antisistema: linea evidenziata dalla sua scelta di definirsi, ancora una volta, “socialista”. Ora, questo aspetto antisistema è fondamentalmente assente nella Warren. E non sarà un caso che Sanders abbia ripreso a salire nei sondaggi dallo scorso dicembre: pochi giorni dopo, cioè, la candidatura di Mike Bloomberg. Segno di come gli elettori maggiormente avversi alle intrusioni del big business in politica abbiano scelto (almeno per ora) di compattarsi attorno a Sanders e non alla Warren. Del resto, per rendersi conto concretamente della forte differenza tra i due, si guardi ai dossier di politica estera e – soprattutto – alle loro proposte di imposta patrimoniale. Insomma, è come se l’establishment – dopo la cocente sconfitta di Hillary nel 2016 – voglia puntare adesso su una figura più spostata a sinistra. Il rischio, sotto questo aspetto, è che la candidatura della Warren possa rivelarsi un’operazione di maquillage gattopardesco. Dall’altra parte, Buttigieg sta cercando di sottrarre a Biden la leadership del centro (senza tuttavia rinunciare a strizzare saltuariamente l’occhio a sinistra). Il punto è che il sindaco di South Bend dovrà dimostrare di non essere un mero prodotto di marketing elettorale (come si rivelò Marco Rubio alle primarie repubblicane del 2016). Tra l’altro, sempre al centro, starebbe puntando anche Bloomberg.

– Per che motivi pensi che l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg abbia deciso di avviare la sua campagna presidenziale? Ci sono reali possibilità di vederlo come “quarto incomodo” nella contesa?

Al momento la candidatura di Bloomberg non mi convince molto. E lo dico per una serie di ragioni. In primo luogo, viste le attuali divisioni intestine, ciò di cui i democratici avrebbero bisogno è di un federatore. Ora, la figura di un multimiliardario destrorso non credo sia la scelta migliore per ricompattare un partito, la cui sinistra critica da tempo le collusioni tra politica ed establishment finanziario. In secondo luogo, pare che l’ex sindaco di New York voglia concentrarsi quasi esclusivamente sugli Stati grandi, ignorando di fatto quelli piccoli (non concorrerà tra l’altro in Iowa e New Hampshire): si tratta di una strategia che si è storicamente mostrata fallimentare, come testimoniato dal fiasco in cui incorse Rudolph Giuliani in occasione delle primarie repubblicane del 2008. Infine, il fatto che Bloomberg abbia di recente affermato di essere pronto ad appoggiare con un miliardo di dollari chiunque vinca la nomination democratica (Sanders compreso), pur di battere Trump, evidenzia – secondo me – che ad una vittoria in queste primarie non creda nemmeno lui.

– Come è evoluta la trasparenza all’interno del Comitato Nazionale Democratico?

A livello tecnico, è stato ridotto il potere dei superdelegati, come auspicato da Bernie Sanders nel corso delle primarie del 2016. I problemi dell’asinello vanno comunque ben oltre le questioni di mera natura tecnica. Il Partito Democratico americano riscontra non poche difficoltà a rinnovare la sua classe dirigente. Basti pensare che nel suo establishment mantengano ancora di fatto posizioni dominanti figure non propriamente “nuove”: Joe Biden, John Kerry, Nancy Pelosi e – sotto molti aspetti – gli stessi Clinton. In parte lo si è detto prima: le nuove leve – principalmente entrate alla Camera con le elezioni di metà mandato del 2018 – sono per ora spostate molto a sinistra e risultano caratterizzate da una feroce critica verso le alte sfere del partito. Più in generale, la crisi di credibilità in cui il Comitato Nazionale Democratico piombò nel 2016 sarà difficile da far dimenticare. Lo stesso attuale presidente del partito, Tom Perez, si è finora mostrato abbastanza debole, suscitando tra l’altro non poche diffidenze a sinistra. Tutti questi elementi contribuiscono non poco alle già numerose fibrillazioni interne all’asinello. 

– Lo sfidante di Donald Trump si troverà di fronte a un compito difficile: riconquistare gli Stati operai che hanno portato il tycoon alla Casa Bianca nel 2016 con il loro voto. I dem hanno speranze in tal senso?

Come nel 2016, anche quest’anno il voto operaio della Rust Belt si rivelerà prevedibilmente fondamentale. Trump sta cercando di riconquistare Michigan, Ohio, Wisconsin e Pennsylvania. In questo senso, sta adottando una strategia articolata. In primo luogo, la politica economica.

Sul fronte fiscale, il taglio delle tasse sulle imprese ha avuto come finalità quella di favorire indirettamente le assunzioni. Mentre, sul fronte del commercio internazionale, il presidente ha optato per una linea protezionista. Una linea che ha portato innanzitutto alla rinegoziazione del Nafta (una delle sue principali promesse nel corso della campagna elettorale di quattro anni fa), senza poi dimenticare l’accordo parziale con la Cina. La questione economica non è tuttavia l’unica carta che il presidente si sta giocando nella Rust Belt: un aspetto fondamentale è infatti costituito anche dalla stretta all’immigrazione clandestina. Stretta che non va letta tanto in termini securitari quanto – semmai – di contrasto al ribasso salariale. Un elemento, questo, che sta molto a cuore alla classe operaia di Stati come l’Ohio e il Michigan. Non va infine trascurato il fattore religioso. Pare infatti che Trump abbia intenzione di attuare una strategia elettorale per accattivarsi le simpatie dei cattolici (praticanti e non) appartenenti ad aree come il Wisconsin e il Michigan.

In generale, per il presidente, le incognite sono principalmente due. In primo luogo, è necessario che Pechino ottemperi scupolosamente all’accordo recentemente siglato (e non è automatico che questo accada). In secondo luogo, Trump dovrà fronteggiare eventuali scossoni dell’economia, che potrebbero danneggiarlo nel corso della campagna elettorale. Sul fronte democratico, l’unico ad oggi che sembri avere qualcosa da dire alla classe operaia della Rust Belt è Bernie Sanders, in virtù delle sue posizioni protezioniste e antisistema. Dall’altra parte, Joe Biden ed Elizabeth Warren non sembrano troppo ferrati in materia. Se la Warren viene infatti percepita come troppo elitaria e professorale, Biden ha un passato di fautore della globalizzazione: fattore, quest’ultimo, che potrebbe non incontrare il gradimento dei colletti blu impoveriti.

– A livello istituzionale, la procedura d’impeachment presentata nei confronti del Presidente non sembra pagare in termini elettorali. Qual è la tua opinione sul tema?

L’impeachment è il classico tema che, invece di spostare significativamente voti, tende a cristallizzare le opinioni politiche precostituite. Un sondaggio del Washington Post, diffuso il 24 gennaio, mostra infatti come la maggioranza degli elettori repubblicani sia contraria a una condanna di Trump e come la maggioranza di quelli democratici la pensi in modo opposto. Il vero elemento significativo è rappresentato quindi semmai dagli elettori indipendenti: l’autentico ago della bilancia nelle presidenziali statunitensi. Attualmente costoro sarebbero in maggioranza (per quanto lieve) contrari alla rimozione del presidente, mentre si registra che il gradimento verso Trump (soprattutto sulle questioni economiche) si sia incrementato di circa sei punti da ottobre a oggi. Se dunque alla fine sposterà qualche voto, è probabile che l’impeachment lo faccia a favore (e non contro) il presidente. Anche perché, agli occhi dell’elettore non ideologicamente motivato, questo procedimento rischia di essere percepito come una questione astratta, senza attinenza con i problemi reali del Paese. Una simile dinamica potrebbe giocare a favore di Trump che, non a caso, sta definendo da mesi i democratici come “nullafacenti”.

– Come giudichi l’operato della Speaker del Congresso Nancy Pelosi? Si può dire che con le sue azioni dimostri di vedere nella sinistra del partito un avversario tanto scomodo quanto lo stesso Partito Repubblicano per la sua corrente?

Credo che Nancy Pelosi abbia acconsentito, lo scorso settembre, ad avviare l’inchiesta per impeachment contro Trump proprio a causa delle pressioni, subìte dalla sinistra democratica. Ricordiamo che nei mesi precedenti (ai tempi del Russiagate) la Speaker non fosse affatto favorevole a un procedimento di messa in stato d’accusa: non foss’altro perché sapeva che – ai tempi di Bill Clinton – una simile mossa si fosse rivelata un boomerang per i repubblicani che l’avevano avanzata. Probabilmente la Pelosi ha alla fine acconsentito, proprio per cercare di mandare la sinistra verso il suicidio politico. Il punto è che, così facendo, ha messo l’intero asinello in una situazione incresciosa. Non solo per l’effetto boomerang che resta dietro l’angolo. Ma anche perché i senatori attualmente in corsa per la nomination democratica (Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Amy Klobuchar e Michael Bennet) rischiano di dover restarsene chiusi alla camera alta, nel corso della campagna elettorale e – forse – mentre si voterà in Iowa. In tutto questo, non bisogna infine trascurare che – secondo un recente sondaggio di YouGov – il gradimento per l’operato di Nancy Pelosi risulti particolarmente basso: un altro segnale che funge da campanello d’allarme per i democratici sulla questione dell’impeachment.

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