giovedì 6 agosto - Osservatorio Globalizzazione

La cooperazione tra Iran e Zimbabwe: un’allenza insolita e strategica

Da anni ormai si è instaurata un’ampia cooperazione tra la Repubblica Islamica d’Iran e la Repubblica dello Zimbabwe che, seppur altalenante nel tempo e nella tipologia, ritrova adesso una nuova enfasi.

di 

I rapporti tra l’Iran e lo Zimbabwe devono essere ricondotti alla strategia “Look East” dello Stato africano, che aveva lo scopo di individuare nuovi alleati strategici a seguito delle sanzioni imposte dalla comunità internazionale. Tale strategia, iniziata nei primi anni del XXI secolo, ha coinvolto principalmente la Cina. Tuttavia, lo Zimbabwe ha stretto accordi bilaterali in numerosi settori anche con l’Iran, seppur i rapporti tra le due nazioni siano stati discontinui. I punti di avvicinamento riguardavano la classificazione dell’Occidente quale comune nemico, definito come “bullying powers”, visioni comuni nella salvaguardia della sovranità statale e la non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano.

Il tema tutt’oggi non è stato affrontato con l’adeguata attenzione. Se la Repubblica Islamica riuscisse a stringere rapporti ancora più solidi e costanti col paese africano avrebbe come alleato, a cui rivolgersi per alleviare l’isolazionismo internazionale, un feroce oppositore “dell’imperialismo occidentale”, ricco di materie prime, tra le quali uranio e diamanti, e la cui economia ha recentemente prodotto una notevole crescita in valori aggregati, nonostante le dure condizioni economiche e sociali. Dall’altra, se lo Zimbabwe ricevesse flussi di aiuti continui, capaci di produrre effetti sistemici e alleviare il proprio isolazionismo internazionale, quali investimenti in capitale umano o assistenza tecnica e finanziaria, potrebbe raggiungere alti livelli di performance, sperimentare una crescita stabile e migliorare le proprie condizioni socioeconomiche. L’asse Harare-Teheran non è da sottovalutare.

Zimbabwe: condizioni socioeconomiche

Lo Zimbabwe ha una popolazione di circa 14 milioni di abitanti, di cui oltre il 70% vive al di sotto della soglia di povertà. L’economia del paese si basa principalmente sul settore terziario. È il secondo Stato al mondo per la quota rivestita dal settore informale nell’economia complessiva del paese (60,6 %). Il suo PIL è cresciuto a una media del 12% annuo tra il 2009 e il 2017, crollando però nel 2018. In termini assoluti lo ha più che raddoppiato in soli 8 anni, dal 2010 (12 miliardi di dollari) al 2018 (31 miliardi). Il PIL pro capita oggi è di circa 2000 dollari e l’Human Capital Index, indice che misura la capacità di uno Stato nel mobilitare il suo potenziale economico e professionale, è 0,44. A mostrare il potenziale economico inespresso del paese è anche il fatto che il settanta per cento della terra in Zimbabwe è pronta per la coltivazione ma l’attività agricola è frenata dalla mancanza di macchinari industriali. La mancanza di mezzi produttivi è un fattore comune nell’economia zimbabwiana. Esporta principalmente tabacco e materie prime (ferro, cromite e diamanti) a Cina, Emirati Arabi Uniti e Sudafrica e importa fonti energetiche, prodotti chimici e macchinari industriali e di trasporto, soprattutto da Sudafrica e Cina. Entrambe sono cresciute notevolmente fino al 2010 per poi calare drasticamente a seguito della crisi economica che ha colpito il paese, restando ancora oggi lontane dai livelli precedenti al collasso economico. 

Per quanto riguarda l’aiuto allo sviluppo, soltanto negli ultimi dieci anni lo Zimbabwe ha ricevuto tra i 700 e gli 800 milioni di dollari annui in Official Development Flows (ODF) e altri 700 milioni di dollari annui in Official Development Assistance (ODA) e Other Official Flows (OOF) da membri e non membri DAC, donatori ufficiali e agenzie multilaterali. La maggior parte dei fondi è destinato al settore sanitario e a quello infrastrutturale. I maggiori donatori sono gli USA, il Global Fund to Fight AIDS, Tuberculosis and Malaria e il Regno Unito. 

Lo Zimbabwe è colpito da sanzioni internazionali, in particolare dell’UE e degli USA, ininterrottamente dal 2002, seppur col tempo esse siano andate diminuendo. Le sanzioni sono state imposte a seguito di accuse di brogli elettorali, corruzione e dei sequestri delle proprietà terriere della minoranza bianca e delle conseguenti serie violazioni dei diritti umani, condotte durante la “Fast-Track Land Reform”, riforma agraria comprendente una ridistribuzione terriera. 

In seguito alle sanzioni, l’assistenza da parte del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e dei governi occidentali si è ristretta notevolmente, inasprendo crisi economiche e politiche già in atto e conducendo ad una ulteriore fuga degli investitori. Lo Stato africano è caduto così in una iperinflazione (nel 2015 1 dollaro USA valeva 35 quadrilioni di dollari zimbabwiani), che ha necessitato prima il cambio del dollaro zimbabwiano con un sistema di multi-valute straniere (nel 2014 vi erano 8 diverse valute legali nel paese), poi la dollarizzazione USA della valuta nel 2015, per poi tornare esclusivamente al dollaro zimbabwiano nel 2019. A marzo 2020 l’inflazione annuale era al 500%. La scarsità di valuta estera ha portato alla scarsità di beni e servizi di base. Secondo gli ultimi rapporti di Zimbabwe Humanitarian Response Plan, ben 7 milioni di persone si trovano in situazioni di grave insicurezza alimentare.

I rapporti Iran-Zimbabwe nel passato

Iran e Zimbabwe iniziano a intessere relazioni a metà anni Novanta, quando l’Iran, a seguito dell’isolazionismo prodotto dalle sanzioni imposte negli anni precedenti, sta cercando nuovi partner. Si intensificano, però, solo con l’applicazione di sanzioni allo Stato africano nel 2002 ed alla sua conseguente ricerca di sostegno in altri Stati isolati o invisi all’Occidente, attraverso la “Look East” Policy. I rapporti si consolidano quando Harare apre una sua ambasciata a Teheran nel 2003 e partecipa alla riunione sui diritti umani tenuta dal Movimento dei Paesi non Allineati a Teheran nel 2007. I rapporti hanno sempre fatto leva su un comune passato rivoluzionario e su un comune presente di opposizione all’Occidente. Da allora l’Iran si è impegnata a fornire allo Zimbabwe aiuto umanitario, supporto finanziario alle esportazioni, a firmare accordi di cooperazione nel campo energetico, agricolo, industriale, educativo, culturale, militare, bancario, delle infrastrutture, e delle telecomunicazioni. Relazioni culminate nell’inaugurazione dell’International Trade Fair dello Zimbabwe da parte del Presidente iraniano Ahmadinejad nel 2010. Nel 2009 i due governi hanno firmato un memorandum per rinnovare le raffinerie di petrolio zimbabwiane e per rifornire a lungo termine il paese africano di petrolio in cambio della concessione all’Iran di diritti minerari esclusivi e il permesso di costruire una centrale di gas naturale, che tuttavia non ha visto ad oggi implementazioni.

In cambio dell’aiuto iraniano lo Zimbabwe ha fornito supporto alle richieste dell’Iran nei circoli internazionali, soprattutto in riferimento alla pretesa iraniana di costruire armi nucleari, appoggiando pubblicamente il “diritto” di tutti gli Stati a possedere armi nucleari e l’opposizione a ingerenze di potenze straniere negli affari interni di uno Stato. In risposta alle pressioni occidentali, reputate potenze coloniali, i due paesi hanno deciso di nominare la propria cooperazione “coalizione della pace”. Nel 2013 è trapelato un presunto accordo segreto, smentito in seguito da entrambe le parti, secondo cui lo Zimbabwe stesse vendendo uranio all’Iran in cambio di petrolio, in violazione delle sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dell’African Nuclear Weapon Free Zone Treaty che lo Zimbabwe ha ratificato nel 1998.

I rapporti si sono raffreddati dopo il 2010 a causa della sempre peggiore situazione socioeconomica dello Zimbabwe, dell’età avanzata del suo leader Robert Mugabe e della conseguente perdita di coesione politica, che ha portato al colpo di Stato del 2017, in cui Mugabe, a 95 anni, è stato destituito. L’Iran da allora ha cercato di rinvigorire i rapporti, iniziando da quelli economici, tra i due Stati e ha trovato nel nuovo governo zimbabwiano una controparte disponibile e interessata. Numerose sono le testimonianze da parte di esponenti di entrambi i governi della volontà di ristabilire e rafforzare la cooperazione tra i due paesi. 

La cooperazione attuale

Dal 2015 ad oggi la mancanza di una strategia politico-economica congiunta e integrata, nonostante l’elevata capacità di cooperazione bilaterale, ha comportato bassi livelli di relazioni economiche, dovuti anche alla povertà informativa degli attori socioeconomici di entrambe le parti. Nondimeno, vi è l’impressione di star assistendo alla costruzione di una capitale relazionale e infrastrutturale capace di consentire un rapido sviluppo della cooperazione tra i due paesi un domani.

I punti principali individuati per ottenere uno sviluppo della cooperazione sono una maggiore integrazione dei settori privati e in ambito commerciale, ma soprattutto l’aumento del capitale infrastrutturale in Zimbabwe. Per attuare tale disegno l’Iran ricorre all’erogazione di aiuti legati in denaro, vincolando così la realizzazione di progetti all’acquisto, seppur a prezzi vantaggiosi, di materiali di fabbricazione iraniana. Già nel 2008 i due paesi avevano dato vita a un accordo joint venture per la fabbricazione di trattori agricoli, destinati allo Zimbabwe, con componenti di importazione iraniana. I settori principalmente coinvolti ad oggi sono quello agricolo, minerario ed energetico, insieme ai servizi di ingegneria tecnica. L’Iran sta fornendo anche assistenza e cooperazione tecnica per formare il capitale umano zimbabwiano, specie nel settore agricolo.

Gli Investimenti Diretti Esteri indirizzati in Zimbabwe sono cresciuti dal 2015. Nel 2018 l’inflow complessivo di IDE ammontava a 745 milioni di dollari, costituendo uno stock di 5 433 miliardi, corrispondente al 20% del PIL. Sappiamo che il maggior fornitore di IDE diretti in Zimbabwe è la Cina, tuttavia l’Iran ne è tra i principali, anche se dati affidabili sul tema scarseggiano. È risaputo che gli investimenti iraniani privati in Zimbabwe erano stati promossi già prima del 2010, quando, aziende iraniane costituivano la maggior parte dei presentatori allo Zimbabwe International Trade Fair inaugurato da Ahmadinejad. Tuttavia, da allora gli investimenti privati sono notevolmente calati, ricrescendo soltanto ultimamente. Gli investimenti ad oggi si stanno concentrando sulla dotazione infrastrutturale zimbabwiana, reputata una buona base per portare avanti il processo di sviluppo del paese.

Negli ultimi anni abbiamo assistito anche ad un incremento degli incontri ufficiali tra rappresentanti governativi dei due paesi e tra rappresentanti di istituzione economiche nazionali e private. A tale proposito l’ambasciata iraniana ad Harare è molto attiva nel formare e guidare i rapporti con le istituzioni locali. I recenti incontri hanno posto l’attenzione soprattutto sull’importanza dei rispettivi settori privati quale avanguardia di più strutturati rapporti bilaterali.

Per quanto riguarda la cooperazione commerciale i dati accessibili sullo scambio commerciale tra Iran e Zimbabwe sono discordanti. Essi, però, ci forniscono tre conclusioni: il valore dello scambio si aggira sui pochi milioni di dollari; si basa sulla vendita di petrolio e materiali industriali da parte dell’Iran e di tabacco e materie minerarie da parte dello Zimbabwe; il volume degli scambi è stato altalenante nel tempo ma stiamo assistendo a una sua crescita negli ultimi anni.

La cooperazione militare tra i due Stati, anche alla luce delle comprovate relazioni militari che l’Iran ha già nella regione, principalmente con Sudan, Niger e in Somalia, è di particolare interesse. A questo riguardo, l’Iran ha costruito una base militare di addestramento all’uso di elicotteri in Zimbabwe e ha provveduto a inviare un contingente di addestratori per l’ammodernamento dell’esercito zimbabwiano.

Nel 2010 è stato firmato un protocollo d’intesa sul turismo nella convinzione che esistano buone opportunità di turismo tra i due paesi, in entrambe le direzioni. I progetti di implementazione del protocollo si stanno concentrando con particolare attenzione alla comunità musulmana in Zimbabwe e sul turismo d’avventura nel deserto iraniano.

Inoltre, l’Iran si è impegnata nell’offrire aiuto umanitario allo Zimbabwe in almeno novantatre occasioni diverse ed attualmente si sta impegnando anche ad aumentare la propria influenza culturale nel paese africano, soprattutto nella comunità musulmana, inaugurando biblioteche e centri culturali.

Le manifestazioni di mutuo supporto tra i due Stati si sono succedute nel corso degli anni e numerose sono state quelle effettuate in seno all’ONU, come nel novembre 2019 quando lo Zimbabwe ha votato contro una risoluzione che condannava le violazioni dei diritti umani in Iran, Siria e Myanmar. I rappresentanti zimbabwiani hanno sempre spiegato che la Repubblica dello Zimbabwe non supporta risoluzioni contro specifiche nazioni.

Dati i rinascenti rapporti tra Iran e Zimbabwe e la volontà di andare oltre la sola contrapposizione ideologica all’Occidente quale collante della cooperazione instaurando rapporti più integrati e interdipendenti, vengono alla luce alcuni elementi potenzialmente destabilizzanti. Innanzitutto, la Repubblica Islamica potrebbe ottenere un avamposto economico-militare nell’Africa meridionale da cui procurarsi una maggiore influenza nella regione. Inoltre, considerando un quadro più vasto sorge la possibilità, ad oggi remota seppur presente, che lo Zimbabwe diventi il punto centrale di un espansionismo iraniano in Africa, magari in opposizione a quello cinese. Un espansionismo sia economico che militare ma anche ideologico, quest’ultimo indirizzato verso le comunità musulmane africane. Dall’altra parte è possibile per lo Zimbabwe un futuro di penetrazione economica, con le esportazioni agricole e minerarie, in Asia Centrale e nel Caucaso, attraverso l’Iran. Senza dimenticare che le scorte di uranio presenti nelle miniere zimbabwiane potrebbe rappresentare la chiave di volta per il programma nucleare iraniano.

Fonti

Foto di David Peterson da Pixabay 




Lasciare un commento