venerdì 14 gennaio - Osservatorio Globalizzazione

La Lega, il Pd, Draghi: lo “scacco matto” di Berlusconi sul Quirinale

A meno di ribaltoni e sorprese dell’ultimo miglio non sarà lui il prossimo Presidente della Repubblica, ma Silvio Berlusconi un risultato lo ha già pienamente ottenuto in vista dell’imminente corsa al Quirinale: occupare il centro politico, risultare determinante per tutti i partiti dello schieramento parlamentare, valorizzare il suo peso agli occhi del premier e candidato in pectore Mario Draghi, bearsi dell’adrenalina di una partita che mai nei suoi ventotto anni di politica ha potuto giocare con tali possibilità di essere decisivo.

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Il Berlusconi leader di Forza Italia sorpassata dalla Lega nel 2018 alle politiche e messa all’angolo alle successive Europee, l’ex premier ritenuto al tramonto ha riacquisito il centro della scena col governo dell’ex governatore della Bce. Uomo tra i più organici al sistema valoriale e politico del quattro volte presidente del Consiglio, a cui Forza Italia ha inviato in dote una pattuglia di tre ministri moderati (Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, Renato Brunetta) tanto leali al premier da essere definiti esponenti di “Forza Draghi” nei salotti del potere romano.

Berlusconi ha creato le condizioni politiche perché la lotta per il Colle cominci da lui, e se non dovesse farcela a conquistare in prospettiva i 505 voti che servono per accedere al Quirinale alla quarta votazione, potrebbe essere comunque lui a sbloccare nei giorni successivi la partita. Anzi, da più parti si ritiene, dentro e fuori il centrodestra, che il vero obiettivo del Cavaliere sia proprio quello di poter esser lui, in ultima istanza, il mazziere in grado di distribuire la mano decisiva.

Berlusconi, lui solo, con Forza Italia mai quanto adesso compatta attorno al suo fondatore e uomo-simbolo, è destinato a rappresentare l’ago della bilancia.

Lo sanno bene gli alleati di centrodestra, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, a cui Berlusconi ha insegnato che la mera conquista dei voti non è pregiudiziale tale da garantire il governo reale del Paese. Il sorpasso netto su Forza Italia da parte di Lega e Fratelli d’Italia non ha condotto con sé per ora la costruzione di legami istituzionali, visioni politico-strategiche, rapporti internazionali e classi dirigenti all’altezza del compito. Un attento osservatore della politica nostrana come Vittorio Macioce ha scritto su Il Giornale che “la gestione dell’avventura Quirinale è per il centrodestra una prova di maturità e ha che fare con la politica e con l’etica. Non si supera con il cinismo” e, soprattutto, non si può vincere con chiamate plebiscitarie. Berlusconi mostra così agli alleati la sua centralità strategica, del resto già chiara alle ultime amministrative, dove a Trieste e in Calabria ha vinto l’unico centrodestra a trazione azzurra identificato con una continuità di buona amministrazione.

Queste dinamiche sono però ben chiare anche al Partito Democratico, alla guida di un centrosinistra i cui esponenti per la prima volta dopo quattro elezioni consecutive (1999, 2006, 2013, 2015) non avranno centralità operativa nella definizione del nome per il candidato presidente. Caduto il governo Conte II, sono venuti meno tutti i più o meno (im)probabili nomi pensati dal Nazareno per il Colle: Paolo Gentiloni, Walter Veltroni, Dario Franceschini solo per fare alcuni nomi. Enrico Letta, in quest’ottica, ha posto un prevedibile veto sull’ascesa al Colle del Cavaliere, ma aspetta le sue mosse. Lo stop di Letta serve a Berlusconi per bypassare il tavolo comune dei leader politici chiesto da Salvini, e gli consente di giocare in autonomia il ruolo di “cerniera” tra le anime della maggioranza e tra questa e l’opposizione di Fdi. Da solo, senza intermediazioni. Parimenti, il Pd non può permettersi di intestarsi autonomamente la candidatura di Draghi, che aleggia da tempo sui palazzi, senza un consenso chiaro del Cavaliere.

Lo stesso Draghi sa di non poter scendere in campo finché non sarà chiara la posizione di Berlusconi. Il premier del governo di unità nazionale teme che a prescindere dall’esito del voto sul Quirinale la corsa della maggioranza, fiaccata da liti e fuochi incrociati, sia vicina alla fine e punta all’ascesa al Colle per poter continuare la sua agenda da presidente della Repubblica. Evitando al contempo di dover rischiare di pagare il conto salato di un 2022 sull’ottovolante (inflazione, crisi energetica, tensioni sociali) per il sistema-Paese. Il Cavaliere interpreta alla perfezione il ruolo di sostenitore del premier più vicino alle istanze di Forza Italia che potesse immaginare e, al di là delle ambizioni quirinalizie, non avrebbe sulla carta motivo per immaginare un trasferimento di Draghi. Brunetta ha interpretato negli ultimi mesi il ruolo di ministro più vicino a Draghi, il coordinatore nazionale di Fi Antonio Tajani lo ha invece più volte blindato a Palazzo Chigi. L’aleggiare del nome di Berlusconi ne blocca, per ora, la discesa in campo, che potrà avvenire nel caso solo previa trattativa con il centrodestra a trazione istituzionale forzista sui futuri assetti della presidenza su materie chiave come la Giustizia e sugli assetti politici (ed elettorali) post-Colle.

Anche chi teme Draghi al Colle e che, in larga misura, è ascrivibile alla lista degli avversari dell’ex premier non può non guardare a Berlusconi: Giuseppe Conte e il Movimento Cinque Stelle, su cui aleggiano i dubbi della coesione interna, accarezzano l’idea di scavalcare il Pd e Letta trattando direttamente con i forzisti e la destra un nome comune. Un sonoro cambio di passo dopo che nel 2018 Luigi Di Maio si rifiutò addirittura di avallare consultazioni comuni con Forza Italia. Il partito mediatico che fa riferimento al Fatto Quotidiano teme tanto Berlusconi quanto Draghi, ma vedendo l’ipotesi del banchiere romano al Colle come più concreta la sta, da tempo, cannoneggiando. E in questo momento il suo obiettivo è favorito dalla presenza stessa del rivale Berlusconi, con cui mira a fare sponda indiretta anche Massimo D’Alema rientrato nel Pd proprio per guastare la festa a Draghi.

Insomma, in ultima istanza il quadro politico mostra un Berlusconi a un passo dallo scacco matto ai protagonisti delle istituzioni. Chiunque voglia presentare una candidatura di compromesso dovrà cercare il benestare dell’ex premier; questi è oggi nella condizione favorevole per poter essere la figura in grado di portare una quota consistente di voti (da non dimenticare il centro di Renzi, Toti, Brugnaro) su un nome condiviso e ottenere quanto non era mai successo dal 1994 ad oggi, la centralità nella scelta dell’inquilino del Quirinale. Gianni Letta, Pierferdinando Casini, Marcello Pera, Giuliano Amato i nomi di gradimento di Berlusconi su cui lavorare per una convergenza legata all’attuale maggioranza. A 85 anni compiuti, l’ultimo traguardo della carriera politica del Cavaliere sinora non mancato rappresenta proprio la copertura di un ruolo decisivo in questo delicato passaggio istituzionale. Lo stesso Draghi potrà entrare al Colle solo se lanciato in volata da Berlusconi, che incaso di sua elezione potrà intestarsi un ruolo decisivo da facilitatore.

Quel che è certo è che la presenza della candidatura di Berlusconi rimetterà indubbiamente al centro la dinamica parlamentare, la scelta individuale di ogni singolo membro dell’assemblea elettiva e quella collettiva della vera politica. Sarà scheda per scheda che si giocherà la corsa alla massima magistratura dello Stato, e questo riapre spazi per un esercizio pieno della democrazia anche in fasi emergenziali. In tempo di grande incertezza, indubbiamente una notizia positiva che riapre la strada alla ricerca della normalità istituzionale. E rappresenta un altro passo compiuto da Berlusconi verso la piena conquista della scena istituzionale.

Foto Wikimedia




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