venerdì 29 luglio - Osservatorio Globalizzazione

La “Gerussia” e il Fronte dell’Est

Cuore di Mosca, museo Sacharov; nel parco circostante è conservato un “pezzo” del Muro di Berlino: un’installazione donata dall’area espositiva Checkpoint Charlie. 

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È quasi nascosto, parte integrante della cornice di verde che circonda il corpo centrale: certamente non uno dei monumenti più fotografati della capitale russa, ma uno dei simboli plastici di quel legame tra Russia e Germania che proprio i fatti del novembre 1989 hanno profondamente ridefinito. 

Gli orrori del Primo Conflitto Mondiale; i totalitarismi – nazionalsocialista e comunista – che si sono battuti all’ultimo sangue per conquistare le anime, le menti e i corpi di decine di milioni di esseri umani intrappolati nelle maglie dei loro sistemi repressivi; la Germania occupata, umiliata, smembrata; un feroce confronto politico, militare e ideologico tra blocchi contrapposti: tutto ciò ha contribuito a plasmare il “Secolo breve”.

La caduta del Muro, la riunificazione, il collasso dell’URSS hanno ridisegnato i confini della carta d’Europa, e spinto questo rapporto verso una nuova dimensione, contrassegnata da una rinnovata speranza e da un’intensa collaborazione: tutto ciò fino all’invasione dell’Ucraina.

Tra le conseguenze della guerra di Putin c’è anche l’interruzione di quella dinamica di integrazione energetica ed economica tra Berlino e Mosca chiamata Gerussia: neologismo, questo, coniato dal Centro studi di geopolitica della Duma (il Parlamento russo).

In realtà, il rapporto tra Germania e Russia è stato, per secoli, strettissimo, per certi versi simbiotico; ma niente affatto facile. 

Anzi, lo si può ben definire un rapporto d’amore-odio, in cui alla consapevolezza dell’utilità reciproca si è affiancata una diffidenza di fondo, specialmente da parte russa. 

Nonostante ciò, come abbiamo detto nelle prime pagine, la Germania è certamente il Paese europeo a cui Mosca si sente più legata.

E allora, in controluce, possiamo trovare gli appunti sparsi di un’altra storia: per secoli le classi dirigenti dei due Paesi hanno sfidato il cambiamento radicale dei propri regimi, gli equilibri e i contesti geopolitici internazionali, e persino due guerre globali in cui un’inimicizia e un odio senza quartiere hanno avuto il sopravvento.

A intuirlo, forse per primo, è stato il grande economista inglese John M. Keynes, per il quale il ruolo storico di Berlino sarebbe proprio quello di modernizzare il Paese degli Zar.

Adottare questo punto di vista significa comunque superare tanti stereotipi, incomprensioni, non solo andare oltre i fotogrammi dei film di Sergej Ėjzenštejn, ma anche archiviare definitivamente, senza dimenticare, le immagini drammatiche degli stermini e delle macerie fumanti di Stalingrado e di Berlino.

Ma oggi, lungo il fronte dell’Est, e proprio per scelta di Putin, tutto ciò è di nuovo messo in discussione.

Con la consapevolezza che il confine orientale dell’Europa – lì dove sono giunti le istituzioni e le regole della UE, ma anche lo scudo dell’alleanza atlantica – vive in un tempo diverso dal nostro, e i popoli che presidiano questa frontiera guardano al passato in modo dissimile, sentendosi forse ancora prigionieri delle terre insanguinate. 

Oggi si sta consumando la lotta di un risorgimento nazionale che affronta le convulsioni imperiali di un soggetto in profonda crisi dopo la dissoluzione dell’URSS, mentre sullo sfondo si proiettano gli interessi e i desiderata di altri, ulteriori protagonisti. 

In questo senso, la memoria, il dolore, l’appartenenza, gli odi atavici stanno diventando altrettante fiches gettate sul tavolo da gioco.

Purtroppo, l’integrazione tra Russia e Germania non è stata per ora in grado di diventare un progetto guidato da qualcosa di più della dimensione energetico/economica, non ha avuto la capacità di tendere – con lo stesso spirito che ha animato i padri fondatori che edificarono la “Casa comune europea” sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale – la mano a quei popoli (polacchi, baltici, ucraini) che più hanno sofferto proprio a causa di questi ingombranti vicini. 

Gli spettri del passato non sono stati esorcizzati.

Tratto da “Fronte dell’Est – Passato e presente di un destino geografico” (Castelvecchi) di Salvatore Santangelo

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