giovedì 28 maggio - Laura Tussi

La Flotilla e gli abusi contro gli attivisti: il Mare Mediterraneo come zona grigia del diritto

La Flotilla e gli abusi contro gli attivisti: il Mare Mediterraneo come zona grigia del diritto. Delia: “Li abbiamo visti umiliati, colpiti, esposti mediaticamente. Cosa succede quando le telecamere si spengono?”

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

Le immagini degli attivisti della Freedom Flotilla fermati, trattenuti e intimiditi con un’azione di pirateria, hanno riaperto una questione che da anni accompagna non solo il conflitto israelo-palestinese ma anche il mancato soccorso dei migranti che naufragano nel loro viaggio verso la speranza di una vita migliore: cosa accade quando il Mediterraneo diventa una zona grigia dove il diritto internazionale sembra sospeso?

In particolare indigna il ministro Ben-Gvir che deride gli attivisti della Flotilla in ginocchio, bendati e ammanettati: «Benvenuti in Israele».

Le testimonianze raccolte dopo il fermo delle imbarcazioni parlano di sequestri in acque internazionali, comunicazioni interrotte, pressioni psicologiche, confisca di telefoni e materiale audiovisivo, interrogatori aggressivi e limitazioni all’assistenza legale. Gli attivisti descrivono un clima di intimidazione costruito per spezzare non solo l’azione politica, ma anche la visibilità mediatica della missione.

Israele giustifica queste operazioni sostenendo che la Flotilla tenti di violare il blocco navale imposto a Gaza. Tuttavia, molte organizzazioni internazionali e giuristi contestano da anni la proporzionalità delle misure adottate e la legittimità di interventi coercitivi contro civili disarmati. Quando unità militari abbordano navi cariche di attivisti, parlamentari, medici o giornalisti, il confine tra operazione di sicurezza e abuso politico diventa inevitabilmente sottile.

La questione non riguarda soltanto la libertà di navigazione. Riguarda il trattamento riservato a persone che agiscono in un contesto umanitario e politico, spesso senza alcuna resistenza armata. Diverse testimonianze riferiscono di perquisizioni invasive, detenzioni temporanee senza adeguata informazione legale e tentativi di costringere gli attivisti a firmare documenti o dichiarazioni per accelerare espulsioni e rimpatri.

In alcuni casi, ai fermati sarebbe stato impedito di comunicare tempestivamente con ambasciate o avvocati. Altri raccontano di essere stati filmati e schedati durante le procedure di fermo, in un apparato che molti definiscono apertamente intimidatorio. Le autorità israeliane respingono queste accuse, sostenendo di agire nel rispetto delle procedure di sicurezza. Ma il numero crescente di denunce internazionali rende sempre più difficile liquidare tutto come propaganda.

Il punto centrale è che la Flotilla non rappresenta una minaccia militare reale per Israele. La sproporzione tra la potenza dispiegata e la natura delle missioni colpisce inevitabilmente l’opinione pubblica internazionale. Navi civili circondate da forze armate, attivisti trascinati via, materiale sequestrato: immagini che alimentano l’idea di una gestione fondata più sulla deterrenza politica che sulla sicurezza concreta.

Anche il silenzio o la timidezza delle cancellerie europee contribuiscono a questa deriva. Molti governi esprimono ora “preoccupazione”, ma raramente pretendono indagini indipendenti o conseguenze diplomatiche reali. L’Italia stessa mantiene una posizione oscillante: dichiarazioni prudenti sul diritto umanitario, ma nessuna vera iniziativa politica capace di mettere in discussione i rapporti con Israele, che è esattamente quello che le nostre istituzioni avrebbero il preciso dovere di fare.

Intanto, gli attivisti della Flotilla continuano a pagare un prezzo personale elevato. Alcuni subiscono procedimenti giudiziari, restrizioni di viaggio o campagne diffamatorie mediatiche. Altri raccontano conseguenze psicologiche profonde dopo le detenzioni e gli interrogatori. Eppure, ogni nuova missione dimostra che la repressione non ha fermato il movimento.

Perché il significato della Flotilla va oltre le singole imbarcazioni. Quegli attivisti cercano di trasformare il mare in uno spazio di testimonianza politica contro l’isolamento di Gaza. Ed è forse proprio questo l’aspetto più insopportabile per chi governa la crisi attraverso il controllo dell’informazione: il fatto che piccoli gruppi civili riescano ancora a rompere la narrazione ufficiale e a costringere il mondo a guardare.

Delia: ciò che abbiamo visto in questi video, per quanto sconvolgente, non è nulla in confronto a ciò che i palestinesi subiscono ogni giorno

«Quest’anno – commenta la portavoce italiana Maria Elena Delia ai microfoni di Radio Onda D’Urto – l’accanimento contro gli attivisti della Global Flotilla è stato persino più duro rispetto all’anno scorso. Già allora il governo israeliano aveva voluto offrire al mondo uno spettacolo terribile, ma oggi la repressione appare ancora più brutale.

Parliamo di donne e uomini della società civile: persone comuni, anche anziane, non certo addestrate a sopportare violenze, intimidazioni e umiliazioni di questo tipo. Eppure abbiamo visto il ministro della Sicurezza nazionale israeliano prendersi gioco di loro pubblicamente. Li abbiamo visti umiliati, colpiti, esposti mediaticamente. E questo è soltanto ciò che accade davanti alle telecamere.

La domanda che dobbiamo porci è: cosa succede quando le telecamere si spengono?

Voglio però sottolineare un punto fondamentale: ciò che abbiamo visto in questi video, per quanto sconvolgente, non è nulla in confronto a ciò che i palestinesi subiscono ogni giorno nelle carceri israeliane. Ci sono oltre diecimila prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, molti dei quali senza un’accusa formale o un regolare processo. Numerose organizzazioni denunciano da anni condizioni disumane, torture e violazioni sistematiche dei diritti umani.

Quello che oggi sconvolge l’opinione pubblica internazionale — vedere cittadini con passaporti europei o occidentali trattati in questo modo — forse sta finalmente incrinando quella paralisi politica con cui l’Europa e molti governi occidentali hanno assistito per anni a queste violazioni.

Ma dobbiamo essere chiari: ciò che gli attivisti della Flotilla stanno subendo resta infinitamente meno grave rispetto alla realtà quotidiana vissuta dai palestinesi.»

La Flotilla, la propaganda e l’ipocrisia europea

Ogni volta che una nave della Freedom Flotilla prova a dirigersi verso Gaza, si ripete lo stesso copione: Israele mobilita l’apparato politico-mediatico, parte della stampa occidentale si divide tra indignazione e sarcasmo, mentre i governi europei oscillano tra prudenza diplomatica e dichiarazioni tardive. Stavolta, però, la rappresentazione ha assunto tratti quasi grotteschi.

Il ministro israeliano – impegnato più a costruire una narrazione propagandistica che a spiegare il blocco di Gaza – ha offerto una sceneggiata degna di un teatro politico permanente. Toni enfatici, accuse sproporzionate, tentativi di dipingere attivisti e volontari come provocatori internazionali: un repertorio già visto, che serve soprattutto a spostare il discorso dal punto centrale. Perché il nodo non è la singola nave. Il nodo è Gaza. È l’assedio. È la catastrofe umanitaria che il mondo osserva da mesi tra indignazione intermittente e impotenza calcolata.

La Flotilla non cambierà gli equilibri militari del conflitto. Nessuno lo pensa seriamente. Il suo valore è simbolico e politico: rompere il silenzio, costringere governi e opinione pubblica a guardare ciò che normalmente viene ridotto a statistica. Quando una piccola imbarcazione carica di aiuti o di attivisti mette in crisi la comunicazione di uno Stato militarmente potentissimo, significa che la battaglia principale non si combatte sul mare, ma nella percezione internazionale.

Ed è qui che emerge anche l’ambiguità italiana.

Le proteste del governo e le parole del presidente della Repubblica risultano difficili da prendere completamente sul serio. Certo, le dichiarazioni ufficiali parlano di diritto umanitario, di protezione dei civili, di necessità di fermare l’escalation. Ma arrivano dopo mesi di cautela estrema, di equilibrismi verbali, di sostanziale subordinazione alla linea euro-atlantica. L’Italia condanna alcuni eccessi, ma evita accuratamente qualsiasi gesto politico che possa tradursi in una reale pressione diplomatica su Israele.

Anche la postura del Quirinale appare intrappolata in questa contraddizione. Sergio Mattarella richiama giustamente il rispetto del diritto internazionale e la tutela umanitaria, ma lo fa dentro un quadro istituzionale che continua a mantenere rapporti politici, economici e militari sostanzialmente intatti. Il risultato è una comunicazione che rischia di apparire morale nei toni e irrilevante nei fatti.

L’ipocrisia europea, del resto, non nasce oggi. L’Unione Europea invoca legalità internazionale in alcuni scenari geopolitici e la relativizza in altri, a seconda degli alleati coinvolti. Questa doppia misura è diventata sempre più evidente agli occhi dell’opinione pubblica globale, soprattutto nel Sud del mondo. E ogni nuova crisi a Gaza accentua quella frattura di credibilità.

Nel frattempo, la Freedom Flotilla continua a esistere proprio perché il problema resta irrisolto. Se non ci fosse un territorio devastato, isolato e ridotto alla fame, nessuno sentirebbe il bisogno di organizzare missioni simboliche via mare. La vera domanda, allora, non è se la Flotilla sia provocatoria. La vera domanda è perché, dopo tanti anni, Gaza continui a essere un luogo in cui perfino portare aiuti umanitari diventa un atto di sfida politica.

E finché questa domanda resterà senza risposta, le sceneggiate dei ministri e le indignazioni selettive dei governi europei appariranno per ciò che sono: esercizi retorici incapaci di affrontare il cuore della tragedia.

 

Laura Tussi




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