mercoledì 5 dicembre - Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica

LGBTQ: le terapie riparative e gli effetti dannosi per gli adolescenti

Nonostante l’American Psychiatric Association abbia rimosso da più di 40 anni l’omosessualità, intesa come disturbo mentale, dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) sono ancora molte le persone (genitori compresi) a sperare di “cambiare” o comunque “curare” l’omosessualità dei propri figli mediante terapie “riparative” di conversione.

Negli ultimi anni sono stati condotti studi sui rischi drammaticamente rilevanti per l’adattamento ed il benessere psicologico e sessuale degli adulti LGBTQ ai quali è stata rivolta la sexual orientation change efforts (SOCE). In uno studio condotto su 200 soggetti adulti LGBTQ è stato documentato che il cambiamento completo di orientamento sessuale si è dimostrato raro e, comunque, solo parziale in una minima percentuale di loro (Spitzer R. L., 2003). A tal proposito, nel 2007 l’American Psychological Association (APA) ha convocato una task force (APA Task Force on Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation, 2009) per valutare gli effettivi cambiamenti in seguito a questa terapia di conversione e gli eventuali effetti dannosi. Hanno dedotto che gli studi sul cambiamento dell’orientamento sessuale in senso positivo risultavano metodologicamente infondati, oltre che di pessima riuscita, provocando seri danni per gli adulti sottoposti al SOCE (ansia, depressione, bassa autostima, isolamento e rischio suicidario).

Nel gennaio 2018 un’analisi del Williams Institute ha esaminato un numero elevato di soggetti LGBTQ (circa 700.000 solo su territorio americano) che hanno subito interventi di conversione SOCE, specificando che la metà di queste persone sono state sottoposte a tali interventi già durante l’adolescenza riportando danni maggiori per la salute ed il benessere psicofisico rispetto ai soggetti sottoposti al SOCE in età adulta. È chiaro che sino a poco tempo fa queste ricerche si siano concentrate specificatamente sugli adulti; Gonsiorek invece ha affermato la necessità di valutare i danni della terapia di conversione rivolta nello specifico ai bambini e agli adolescenti LGBTQ e di considerare il ruolo dei genitori/tutor in questo sforzo di cambiamento dell’orientamento sessuale. È stato documentato che la stessa esperienza negli adolescenti possa condurre a maggiori problemi di autostima e di salute mentale.

Succede ancora al giorno d’oggi che i genitori si mostrino preoccupati per i loro figli, ritenendo che essere omosessuali, bisessuali o transgender sia un disturbo mentale o semplicemente un disturbo dello sviluppo che deve essere corretto cercando di “curarli” negando o minimizzando la loro identità, obbligando i figli a conformarsi ad un determinato credo religioso, a valori e credenze stereotipate per meglio soddisfare le proprie aspettative personali e sociali. Il primo studio cross-sectional (pubblicato nel novembre 2018 dal Journal of Homosexuality) condotto sui giovani LGBTQ, sottoposti a terapia di conversione in età adolescenziale, si è strutturato sulla base di due punti fondamentali: 1) conoscere le caratteristiche familiari e demografiche associate ai tentativi parentali di cambiare l’orientamento sessuale dei figli; 2) esaminare il rapporto tra questi tentativi di conversione e gli indicatori di salute dei giovani adulti. Il campione includeva 245 partecipanti identificati LGBTQ durante l’adolescenza, che avevano dichiarato il loro orientamento sessuale almeno ad un genitore o caregiver o con il quale avevano convissuto durante l’adolescenza; di etnia bianca e latina; di età compresa tra i 21 ed i 25 anni.

Gli indicatori di salute mentale valutati comprendevano: ideazione suicidaria, tentativo di suicidio, depressione, livello di autostima, soddisfazione di vita e supporto sociale. Gli indicatori comportamentali di rischio per la salute comprendevano: uso di sostanze ebinge drinking e coinvolgimento in attività sessuali a rischio. Infine, gli indicatori sullo stato socioeconomico riguardavano: reddito mensile e livello di istruzione. I risultati dello studio hanno documentato chiaramente che gli sforzi parentali nel voler cambiare orientamento sessuale del proprio figlio sono stati associati a molteplici indicatori di cattiva salute mentale e adattamento. Nello specifico è emerso che gli adolescenti cresciuti in famiglie religiose o con uno status socioeconomico medio-basso avevano più probabilità di sperimentare il SOCE (con o senza sforzi di conversione esterni).

I genitori che hanno tentato di cambiare l’orientamento sessuale dei figli LGBTQ hanno contribuito all’emergere del rischio di depressione, pensieri suicidari e/o tentativi di suicidio, minore livello di soddisfazione di vita e scarso sostegno sociale rispetto a chi non è vittima di tale manipolazione. Lo stesso rischio, inoltre, è triplicato se questa terapia è stata sostenuta anche da “specialisti”, quali terapeuti o leader di gruppi religiosi.

La SOCE tutt’oggi continua ad essere praticata nonostante sia stata dimostrata la sua inefficacia e siano state espresse le drammatiche conseguenze di tale manipolazione da parte di medici, psichiatri e psicologi. Già negli anni ’90 numerose associazioni americane, quali l’American Academy Of Pediatrics (1993), l’American Psychiatric Assciation (1994), pubblicarono dichiarazioni contrarie a questa terapia posta in essere dai genitori, considerandola un vero e proprio abuso essendo i minori meno resistenti e più dipendenti dai caregiver, oltre che poco informati sull’impatto del SOCE sul loro benessere e salute mentale. Qualcosa però si sta muovendo: in America attualmente sono 14 gli Stati a vietare tale pratica e nel marzo del 2018 lo stesso Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che condanna la pratica e sollecita le nazioni a vietarla. È, altresì, importante la prevenzione, che possa esplicarsi sul contesto non solo familiare, ma anche socio-culturale, mediante la sensibilizzazione, l’informazione e l’educazione delle famiglie su temi delicati quali l’identità di genere, l’orientamento, la libertà di espressione e di scelta portando alla conoscenza gli effetti dannosi derivanti da comportamenti di rifiuto genitoriale giustificati come protezione verso i figli, che hanno avuto, invece, il coraggio di dichiarare la propria unicità.

Tirocinante: Antonella Lolaico


Tutor: Fabiana Salucci

BIBLIOGRAFIA
Gonsiorek J. C. (1988) Mental health issues of gay and lesbianadolescents, Journal of Adolescent Health Care.
Hicks K. A. (1999) Reparative therapy: wheter parental attemps to change a child’s sexual orientation can legally constitute child abuse, American University Law Review.
Spitzer R. L. (2003) Can some gay man and lesbians change their sexual orientation? 200 partecipants reporting a change from homosexual to heterosexual orientation, Archives of sexual Behavior.

SITOGRAFIA
https://www.lgbtqnation.com/2018/11...
https://www.tandfonline.com/doi/ful...
https://williamsinstitute.law.ucla....




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