mercoledì 2 settembre - Enrico Campofreda

L’ombra francese sul Libano

La metatesi libanese che pone l’ambasciatore Adib (al secolo Mustafa) al posto del dimissionario premier Diab (Hassan) è solo l’ultima disperata piroetta d’uno Stato in liquefazione, di cui la tragica esplosione dello scorso 4 agosto (190 vittime, 6.000 feriti, quattro quartieri a ridosso del porto beirutino devastati, come durante i giorni bui della guerra civile) è l’orrifica metafora. 

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Altrettanto inquietante è la presenza del presidente francese Macron, primo a far visita su un terreno che pareva di battaglia e sostenitore degli “aiuti” da conferire à le Liban sanglant. Ma questo genere di aiuti, emanano afrori peggiori dei quelli messi in atto dalla politica monetaria della Banca Mondiale: ti do il denaro e decido che vita ti faccio fare. E’ una penosa storia che quel Paese vive dalla conclusione della guerra civile alla fine degli anni Ottanta. Gli stessi famosi Accordi di Ta’if del 1989, che hanno sancito una divisione di potere fra le comunità libanesi, fino a quella data avvinte nel conflitto fratricida, hanno favorito i clan presenti in ciascuna componente (maronita, sunnita, sciita, drusa), lobbies di fatto che orientano la politica della spartizione e della corruzione con cui da trent’anni la nazione ha a che fare. Certo, la Storia insegna che gruppi interni di potere esistevano anche in epoche precedenti, nell’era pre-coloniale e durante il protettorato francese. Ma quel che s’è visto durante l’osannato governo liberista di Rafiq Hariri, osannato soprattutto dal capitale internazionale che foraggiava con “aiuti” la rinascita libanese. Una resurrezione mai avvenuta per la popolazione più umile. E lo stesso ceto medio, anabolizzato con gli investimenti della bolla speculativa edilizia (che possono riprendere, visto che con la ‘bomba al nitrato d’ammonio’ un bel pezzo di città è distrutta) o con altri servizi, s’è ritrovato anno dopo anno sempre meno agiato, fino a unirsi ai diseredati della aree meridionali, della capitale e del Paese, nell’avere bisogno di questue straniere. Perciò una delle tare economiche della regione, che pure ha un’economia agricola florida ma deve pagare dazio alle esportazioni israeliane nel mondo, protette dalla politica internazionale, è quella di non avere una classe dirigente che si batta per progetti produttivi autoctoni o comunque non subordinati a interessi esterni. Per due decenni filati i petrodollari sauditi hanno mirato alla citata attività speculativa, alla rete bancaria che voleva ricreare la Beirut dei paradisi fiscali dell’immediato dopoguerra, quando ormai simili luoghi per traffici più illeciti che leciti di capitali sono prolificati ovunque. E nel Mediterraneo Cipro e Malta fanno concorrenza.

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Dunque il padrinaggio estero, anche più pericoloso di quello greve, che sul versante geopolitico ha visto Israele e Siria, sperare per anni di mangiarsi il Libano, con reciproci famelici bocconi di territorio occupato e d’ingerenza esterna. Riguardo alle intrusioni quella strisciante e mai morta, diventata un classico del “neocolonialismo di ritorno” incentrato sull’aiuto all’economia e sull’economia degli aiuti, quella parigina è per Beirut la più antica. Sebbene contempli fan anche fra gente del luogo, nostalgica della veste, o sottoveste cittadina, ammantata del ruolo di bordello che la borghesia imprenditorial-militare occidentale le conferiva stazionando e consumando. L’abbraccio paterno che il diplomatico omino di ferro a servizio delle smanie imperiali della geopolitica francese, le president Macron, sfoggia fra una bambina e l’omologo Aoun che l’accoglie, dovrebbe incutere altrettanto timore. Non è certo un abbraccio che sa di libertà ed eguaglianza, né tantomeno d’emancipazione per il piccolo Stato che sta smettendo d’essere tale. Proprio Aoun, tre giorni fa, ricordando i cent’anni di Libano ha offerto sul piatto una delle svolte riformatrici per avere un futuro: liberarsi dal confessionalismo e dalla spartizione del Paese fra i poteri forti delle comunità che lo compongono e dichiarare la laicità dello Stato. Dunque, smontare il castello costruito trent’anni addietro a Ta’if per riequilibrare lo strapotere cristiano. Ma s’è visto come dividere per quattro non ha sminuito il clientelismo, ma l’ha ampliato e con esso s’è ampliata la corruzione politica. Ora il “soccorritore” Macron detta l’agenda: tre mesi per l’avvio d’un piano speciale - l’ennesimo - di aiuti, per evitare collasso definitivo e misure punitive per una classe dirigente colpevole per il botto al porto (le indagini sono ancora aperte a fronte di tanta omertà) e per il collasso economico. Aoun annuisce applaude.

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Dal canto suo Ghassan Oueidat, procuratore capo che segue l’inchiesta sulla tragedia nel porto, rivela come cherosene, gas liquido, solventi per sverniciare, fusibili e materiale pirico erano ammassati accanto alle 2.700 tonnellate di nitrato d’ammonio nei magazzini del porto beirutino. Tutto col benestare dei Servizi di sicurezza che sapevano della ‘Santa Barbara’. L’Intelligence aveva riferito a premier e presidente della Repubblica (il primo s’è dimesso, il secondo accoglie a braccia aperte Macron) la situazione, compresa la prassi di furti periodici di quel materiale, probabilmente per confezionare esplosivi. Egualmente gli investigatori hanno raccolto testimonianze su tre lavoratori (siriani) impegnati nel magazzino sino al giorno dell’esplosione. Viene fatta anche l’ipotesi d’un focolaio acceso per celare (o rivelare?) i furti di materiale. Significativi pericoli ignorati, non per giorni e settimane. Per anni. Ecco il j’accuse del pm: inettitudine, ignoranza e un’ingarbugliata burocrazia hanno avuto un ruolo determinante nella tragedia. Viene fuori che non c’è una vigilanza superiore dei materiali che giungono sui cargo, nessuno coordina lo smistamento dei medesimi nei magazzini e chi li supervisiona per ragioni di sicurezza. Soprattutto nessuno garantiva l’incolumità della gran quantità di gente che vive a ridosso del porto. Anche in zone residenziali come Gemmayze e Mar Mikhail. Oltre alle centinaia di lavoratori lì impegnati quotidianamente. Buchi spaventosi, pressappochismo, compartimenti stagni, sacche di omertà colorano funestamente il Libano. Da tempo. Con una scissione netta fra la macropolitica seguìta per affarismo personale dai parvenu alla Hariri junior e i miseri problemi quotidiani della gente, d’ogni etnìa. La vicenda del porto è uno spaccato duro, assurdo, assolutamente concreto della separazione fra la casta che parla a nome del popolo, lasciandolo letteralmente esplodere, e il sogno d’un Libano normale mai realizzato in cent’anni di vita definita moderna. Giornalisti investigativi locali denunciano quel che i media di Stato non dicono: bande afferenti a tutte le fazioni politiche usavano il porto per propri bisogni e contrabbandi d’ogni sorta, compreso quello derivato dai furti di nitrato d’ammonio. Sebbene l’entità dell’esplosione faccia ritenere gli esperti che la gran parte del pericoloso materiale fosse ancora lì stipata. La polizia come il governo, in ogni caso, guardavano altrove.

Enrico Campofreda 




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