venerdì 21 agosto - Osservatorio Globalizzazione

L’imperialismo del libero scambio

Uno degli effetti generati dalla Prima Guerra Mondiale fu indubbiamente quello di imprimere una brusca accelerata al trasferimento del centro di gravità geopolitica del pianeta dal “vecchio continente” agli Usa. Un processo costellato da una serie di crisi in grado di raggiungere un’intensità tale da condurre all’implosione del Gold Standard sterlino-centrico, intrinsecamente votato alla massima limitazione delle fluttuazioni monetarie.

L’instaurazione del regime aureo rappresentava un passaggio cruciale della “scalata” intrapresa dalla Gran Bretagna verso la conquista dell’egemonia globale a detrimento delle declinanti Province Unite olandesi. Un percorso che, nato dalle ceneri della Santa Alleanza, condusse all’instaurazione di un ordine europeo fondato sull’equilibrio delle forze e strutturato a sufficienza per sopravvivere alle brame imperiali napoleoniche, che indirizzò le direttrici di espansione inglesi dal “vecchio continente” verso Americhe, Asia ed Africa. Il risultato fu la formazione di un impero geograficamente gigantesco presidiato sul piano militare dalla formidabile Royal Navy e capace di associare al “centro”, costituito dai “tradizionali” possedimenti coloniali, una periferia integrata informalmente per mezzo di accordi bilaterali di libero scambio stipulati con una miriade di Paesi del mondo – molti dei quali di recente decolonizzazione. Naturalmente, laddove i trattati non conducevano all’integrazione delle nazioni firmatarie nel sistema liberoscambista egemonizzato dalla Gran Bretagna, Londra non disdegnò mai il ricorso alla forza bruta, come avvenuto con le Guerre dell’Oppio nel 1840 e nel 1857. Il cui risultato, però, fu sempre l’estensione dell’impero informale.

Il cosiddetto “imperialismo del libero scambio” rappresentò quindi l’arma vincente di cui la Gran Bretagna si servì per massimizzare i vantaggi legati al suo stato di fabbrica del mondo conquistato con la prima rivoluzione industriale, ponendo l’Inghilterra nelle condizioni di rifornire il resto del mondo di manufatti in cambio di cibo e materie prime che consentivano di ridurre la struttura dei costi e riprodurre così il vantaggio competitivo inglese sui mercati mondiali. Il meccanismo funzionò quantomeno fino alla metà del XIX Secolo, quando Londra, a differenza di Washington e Berlino, non riuscì a raccogliere la sfida rappresentata dalla seconda rivoluzione industriale. Il mancato rinnovamento tecnologico dell’apparato produttivo che ne derivò si tradusse in una perdita di competitività della manifattura inglese, rimasta legata alle vecchie produzioni che, specialmente in seguito alla lunga e precipitosa caduta dei prezzi spuntati dalle esportazioni inglesi a partire dal 1873, vennero riversate sugli unici mercati di sbocco disponibili. Vale a dire le aree sottosviluppate dell’Impero prive di una vera capacità industriale di cui Londra si curava di mantenere intatta la specializzazione nella produzione e nell’esportazione di materie prime attraverso i meccanismi tipici del modello liberoscambista. L’export di merci primarie verso le altre nazioni industrializzate realizzato dalle colonie britanniche andava così a ripianare sia il deficit accumulato dalla Gran Bretagna con i Paesi esportatori di derrate agricole, sia il disavanzo derivante dalle sue esportazioni di capitale verso gli Stati di recente colonizzazione che si traducevano in larghissima parte in domanda per manufatti fabbricati internamente o importati dalle altre nazioni sviluppate.

Il mantenimento delle colonie in una condizione di cronico sottosviluppo produsse tuttavia il risultato di ridurre la loro capacità di assorbimento di beni di produzione inglesi, e di trasformare la scarsa dinamicità della manifattura britannica in vera e propria paralisi, certificata dalla cristallizzazione della sua struttura produttiva basata sulla fabbricazione di merci tradizionali e sempre meno concorrenziali. Già nel 1870, quella che fino a un trentennio prima veniva unanimemente riconosciuta come “officina del mondo” era in grado di assommare appena il 20% della forza vapore e di produrre meno del 50% dell’acciaio su scala mondiale.

Il rapido declino della struttura industriale britannica aggravato dalle politiche protezionistiche adottate da Stati Uniti e Germania indusse Londra a identificare nel processo di industrializzazione di cui stavano rendendosi protagonisti i suoi principali concorrenti la leva fondamentale di cui avvalersi per valorizzare al massimo la posizione di crocevia del commercio e della finanza mondiali conquistata dalla Gran Bretagna nel corso dei decenni precedenti. Come rilevato dall’eminente geografo Halford J. Mackinder in un discorso pronunciato agli sgoccioli del XIX Secolo dinnanzi a una platea di banchieri londinesi, la principale camera di compensazione su scala globale

«risiederà sempre dove si trova la maggior concentrazione di capitale. È questa la vera chiave per risolvere la lotta tra la nostra politica di libero commercio e il protezionismo degli altri Paesi – noi siamo quelli che dispongono del capitale, e chi detiene il capitale prende sempre parte all’attività intellettuale e fisica degli altri Paesi» (1).

Per tutto il cinquantennio che precedette la Prima Guerra Mondiale, la Gran Bretagna continuò a godere della rendita garantita dalla sua funzione di camera di compensazione globale, macinando ingentissimi guadagni attraverso il riciclaggio del gigantesco surplus di capitale a propria disposizione in prestiti a interesse e attività speculative. Così, mentre «la sua industria languiva, la sua finanza trionfava. I servizi nel campo delle spedizioni marittime, del commercio e delle mediazioni nel sistema mondiale dei pagamenti diventarono più che mai indispensabili. In effetti, se Londra si trovò mai a essere il perno economico del mondo, e se la sterlina ne costituì le fondamenta, questo accadde tra il 1870 e il 1913» (2).

Anche sul fronte eminentemente finanziario, tuttavia, Londra aveva cominciato a registrare difficoltà crescenti nell’espletare le normali attività di routine. Il processo di industrializzazione che aveva investito i principali concorrenti della Gran Bretagna aveva ridotto la loro capacità di assorbire i capitali britannici, come certificato dal calo degli investimenti esteri inglesi verso Stati Uniti ed Europa da oltre il 50 a meno del 30% tra il 1860 e il 1880 a cui coincise un incremento speculare del flusso di capitali verso l’America Latina e i cosiddetti dominions. Aree geograficamente più vaste, ma economicamente assai meno redditizie e assolutamente non in grado di reggere da sole il peso soverchiante del ripianamento del crescente deficit britannico, né tantomeno di fornire un avanzo per nuovi investimenti. In definitiva, «o queste regioni si sviluppavano effettivamente, ed allo si sarebbero ancor più ristretti gli sbocchi degli investimenti esteri inglesi; o queste regioni non si sviluppavano, e sarebbe allora diventato problematico il recupero del denaro investito» (3).

L’uscita provvisoria della Gran Bretagna da questo micidiale circolo vizioso fu attuata per un verso ottenendo da Tokyo il deposito a Londra dei proventi in sterline dell’export nipponico come contropartita per l’appoggio fornito al Giappone in occasione della guerra russo-giapponese del 1905. Per l’altro, incrementando a dismisura le importazioni d’oro saccheggiato dalle miniere del Titwatersrand tramite la De Beers di Cecil Rhodes, ma per controllare e mettere a regime i ricchissimi giacimenti auriferi sudafricani si erano rese necessarie due sanguinosissime guerre con i locali coloni boeri culminate con il dissesto dei conti pubblici e la disarticolazione del sistema tributario inglese.
In tali condizioni, gli oneri di risanamento del disavanzo britannico non potevano che spostarsi dall’accumulazione della rendita generata dagli investimenti esteri all’assunzione diretta del controllo delle eccedenze estere – e quindi della politica monetaria – cumulate dalle colonie e, soprattutto, all’estrazione del “tributo”, sotto forma di risorse naturali, forza lavoro e strumenti di pagamento, alle province dell’impero formale. A partire dall’India, fondamentale possedimento della Corona nonché «unica parte dell’Impero Britannico a cui non fu mai applicato il laissez-faire» (4) che la Gran Bretagna saccheggiava senza ritegno, vessava con l’imposizione di tasse interne e obbligava a rimanere ancorato al tallone argenteo.

Grazie alla svalutazione della rupia per effetto della continua depressione dei corsi dell’argento, l’India capitalizzava colossali surplus commerciali verso il resto del mondo ad eccezione della Gran Bretagna, che Londra convertiva istantaneamente in oro e quindi in depositi bancari e titoli di Stato. Più specificamente, l’eccedenza commerciale cumulata dall’India mediante l’esportazione di cotone, juta e prodotti tessili di vario genere verso Stati Uniti, Giappone ed Europa continentale andava a coniugarsi con un deficit delle partite correnti nei confronti della Gran Bretagna, da cui il sub-continente importava obtorto collo laminati d’acciaio ed altre merci non concorrenziali su altri mercati. Sulla bilancia dei pagamenti indiana gravavano inoltre i redditi generai dalle spese di “ordinaria amministrazione” britannica e dagli interessi sul debito pubblico, cresciuto da 70 a 225 milioni di sterline tra il 1875 e il 1900. Complessivamente, nell’ultima metà del XIX Secolo il surplus ricavato dal commercio dell’India con il resto del mondo aumentò da 4 a 50 milioni di sterline, arrivando a superare la soglia critica dei 60 milioni nel 1910. Una quota più che preponderante della rendita generata dagli investimenti oltremare da cui dipendeva la capacità di Londra di accumulare avanzi nella bilancia dei pagamenti pesava quindi interamente sulle larghe spalle della nazione indiana, e in particolare sul suo “deficit imposto” nei confronti della Gran Bretagna.

In assenza del fondamentale contributo estorto all’India, la Gran Bretagna non avrebbe mai potuto re-immettere nel sistema monetario internazionale, sotto forma di nuovi investimenti, la liquidità drenata mediante la riscossione degli interessi sui vecchi capitali investiti. Tanto più che, osserva l’economista Marcello De Cecco, l’India assicurava, «con le riserve del suo sistema monetario, una massa di manovra che le autorità inglesi potevano utilizzare per supplementare le proprie riserve e mantenere a Londra la caratteristica di centro del sistema monetario internazionale» (5). Il colossale surplus nella bilancia dei pagamenti dell’India costituiva quindi il motore propulsivo della riproduzione allargata dei processi di accumulazione del capitale britannici, al pari dell’eccedenza di manodopera indiana inquadrata nelle divisioni dell’esercito facenti capo alla corona. Le quali, lungi dall’adempiere a funzioni di polizia a livello interno, operavano come «pugno d’acciaio nel guanto di velluto dell’espansionismo vittoriano […]; la principale forza coercitiva a sostegno dell’internazionalizzazione del capitalismo industriale» (6) di cui Londra si servì sistematicamente per aprire mercati e sottomettere forza-lavoro straniera.

La capacità di estorcere su scala amplificata il “tributo” coloniale assicurata dalle divisioni indiane e la conversione di quest’ultimo in capitale investito in tutto il mondo tramite la City incrementò il distacco di Londra come capitale finanziaria mondiale rispetto a metropoli concorrenti del calibro di Amsterdam e Parigi, elevandola a polo di riferimento per la comunità di banchieri e finanzieri cosmopoliti – a partire da Lionel Rothschild – rapidamente accreditatasi come principale strumento di dominio britannico. Alla straordinaria concentrazione, la massa monetaria depositata presso la City univa inoltre il pregio «di essere capitale totalmente cedibile a prestito e impiegabile in un raggio d’azione virtualmente illimitato. Era, quello londinese, l’unico mercato che avesse dimensioni e respiro planetari; vi affluivano tutte le nazioni che non avrebbero potuto trovare credito altrove, in primo luogo i governi dei Paesi che volevano avviarsi sul cammino della civiltà, per quello che ciò significava allora, ossia la realizzazione di infrastrutture e anzitutto linee ferroviarie. L’organizzazione finanziaria di Londra, mediante la cooperazione dei suoi vari segmenti, consentiva loro di approvvigionarsi dei capitali occorrenti e così Lombard Street, dove si compivano le delicate operazioni di credito, agiva da “grande intermediario” regolando i flussi di capitale» (7).

E dal momento che i crediti venivano erogati sulla base di criteri di affidabilità per quanto concerne la capacità dei governi stranieri di mantenere in equilibrio il bilancio pubblico, al quale il valore esterno della moneta era inestricabilmente collegato in un regime di Gold Standard, la base aurea rappresentava uno strumento di disciplina finanziaria su scala internazionale imprescindibile per la preservazione della supremazia geopolitica della Gran Bretagna. «La pax britannica – nota in proposito Karl Polanyi – manteneva il suo dominio talvolta per mezzo della minacciosa presenza dei grossi cannoni della marina ma più spesso prevaleva tirando tempestivamente un filo nella rete monetaria internazionale» (8).

Note

1 – Cfr. Semmel, Bernard, Sir Halford Mackinder: theorist of imperialism, «The Canadian Journal of Economics and Political Science», vol 24, n. 4, novembre 1958.

2 – Cfr. Hobsbawm, Eric J., La rivoluzione industriale e l’impero. Dal 1750 ai giorni nostri, Einaudi, Torino 1972, pp. 168, 169.

3 – Cfr. Arrighi, Giovanni, La geometria dell’imperialismo, Feltrinelli, Milano 1978, p. 62.

4 – Cfr. Hobsbawm, Eric J., Op. cit., p. 164.

5 – De Cecco, Marcello, Moneta e impero. Il sistema finanziario internazionale dal 1890 al 1914, Einaudi, Torino 1979, p. 84.

6 – Cfr. Washbrook, David, South Asia, the world system, and world capitalism, «The Journal of Asian Studies», vol. 49, n. 3, agosto 1990.

7 – Cfr. Berta, Giuseppe, L’ascesa della finanza internazionale, Feltrinelli, Milano 2013, p. 23.

8 – Polanyi, Karl, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974, p. 19.




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