venerdì 11 marzo - Osservatorio Globalizzazione

L’eterno ritorno della Guerra Fredda

Tanto tuonò che piovve. Il conflitto tra Russia e Ucraina, che tanto era stato ventilato fin dai primi giorni del 2022, alla fine è scoppiato, e i detrattori di Putin hanno finalmente ottenuto delle valide argomentazioni. Tuttavia, come spesso capita in questi casi, occorre indagare non tanto quello che sta avvenendo, quanto quel che ne è alla base, e che ha reso possibile il primo conflitto su larga scala sul suolo europeo sin dal 1945.

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Ciò cui ci troviamo di fronte in queste settimane è la riproposizione dello scontro Occidente-Oriente che risale fin dai tempi dello scisma della chiesa ortodossa, che risale al 1054, e che vede l’Ucraina come campo di battaglia essendo questo paese da sempre una delle principali linee di confine tra i due mondi. Chi ha letto attentamente l’opera classica di Samuel Huntington sa che il conflitto di civiltà, da cui il libro trae il titolo, non è solo tra Occidente e Islam, ma anche tra Occidente e Oriente ortodosso. E chi conosce la storia contemporanea, sa che la stessa guerra fredda, sotto la coltre della contrapposizione tra mondo libero e democratico e mondo comunista, non era altro che la prosecuzione del conflitto plurisecolare tra le due civiltà. Col senno di poi, si può dire che sia stata una dimostrazione di grande ingenuità credere, nelle settimane successive alla caduta del muro di Berlino, che si fosse inaugurata una nuova era di pace tra Est e Ovest. Gorbaciov ed Eltsin, ognuno a modo proprio, sono stati i becchini dell’Unione Sovietica, e hanno agito come agenti atlantici per piegare la Russia ai voleri della plutocrazia mondialista, ma lo spirito nazionalistico russo, lungi dall’estinguersi, ha tratto dall’orgoglio ferito per la sconfitta nella guerra fredda e per la svendita della dignità del paese un ulteriore alimento.

Putin, che della guerra fredda è notoriamente un tipico prodotto, e che nella sua fase finale ne è stato anche tra gli attori, ha personificato il revanscismo russo e l’anelito alla rinascita dell’impero zarista, che era continuato ad esistere anche al tempo dell’Unione Sovietica seppur sotto altre vesti. Su queste basi, poggia l’offensiva lanciata contro l’Ucraina, una nazione che non ha mai avuto una sua personalità storica essendo sempre stata divisa tra Regno di Polonia e Impero di Russia, e che trae la propria ragione d’esistere dalla riorganizzazione delle Repubbliche Sovietiche decretata da Lenin nel 1922, da qui il rifiuto prima di tutto psicologico della maggior parte dei russi di accettare la sua esistenza come stato sovrano. Da tutto ciò, ne deriva che l’allargamento della NATO e dell’Unione Europea a est, e il presunto genocidio della popolazione russofona nel Donbass rivendicato da Putin come casus belli, altro non siano che pretesti adottati per implementare il progetto di rinascita dell’Impero russo. Giudicare un tale progetto, e le modalità con le quali viene perseguito, su basi moralistiche è segno di incompetenza politologica, essendo stato Niccolò Machiavelli (padre fondatore della disciplina delle scienze politiche) a dire che che il principe deve essere al contempo volpe e leone, e che i fini giustificano i mezzi. Ed essendo il fine ultimo di ogni stato e di ogni nazione quello di espandere il proprio territorio e il proprio dominio sul resto del mondo per quanto possibile (vedi le varie dottrine americane, a cominciare da quella formulata dal presidente degli Stati Uniti James Monroe nel 1823), se ne evince che da un punto di vista strettamente politologico, l’aggressione russa all’Ucraina, chiaramente motivata dall’intento di annettere perlomeno metà del suo territorio, lasciando l’altra metà come stato cuscinetto da far reggere da un governo fantoccio, tragga una sua logica lapalissiana.

Se un paese grande e armato fino ai denti può permettersi di invadere un paese infinitamente più piccolo per realizzare i propri disegni geostrategici e le proprie aspirazioni storiche, senza dover pagare dazi elevati, lo fa senza porsi alcun scrupolo morale e senza porsi problematiche di tipo legalitario. Quello che sta facendo adesso la Russia lo ha fatto l’America nelle sue varie avventure militari susseguitesi dal 1945 ad oggi, e come nel diciannovesimo secolo hanno fatto gli inglesi e i francesi con le popolazioni africane e asiatiche, e come spagnoli e portoghesi avevano fatto con i regni precolombiani nel quindicesimo secolo. Fatte queste debite precisazioni, che non dicono nulla di inedito a chi possiede nozioni di relazioni internazionali e della scuola politologica realista, dovremmo riflettere su altri aspetti, essi sì pregnanti. Il primo riguarda la tempistica, ovvero il motivo per cui Putin abbia attaccato proprio adesso. Fornire una spiegazione è complicato, dal momento che le trattative per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea e nella NATO hanno avuto inizio rispettivamente nel 2005 e nel 2008, senza che alcuna delle due abbiano mai registrato progressi minimi. Una possibile risposta potrebbe essere che l’avvilente fuga dall’Afghanistan dello scorso agosto abbia definitivamente edotto i russi della debolezza occidentale, e del fatto che gli Stati Uniti sono una tigre di carta. Se nel corso della guerra fredda, erano stati l’equilibrio del terrore e la deterrenza reciproca a impedire sia agli americani che ai sovietici di fare il passo più lungo della gamba, oggi, prendendo atto che nessuno avrebbe più ostacolo l’espansionismo russo, Putin si è sentito incoraggiato a trarre il dado. Il secondo aspetto, invece, attiene alle prospettive di successo della strategia di Putin, e a quelle che possono essere le conseguenze ultime. Tutto lascia credere che il probabile successo militare sarà per la Russia una vittoria di Pirro. Il quasi certo tracollo economico conseguito alle sanzioni economiche e all’espulsione della Russia dal sistema swift, e il pressoché totale isolamento internazionale in cui il paese si ritrova (dei numerosi amici che la Russia poteva vantare fino a un mese fa, soltanto Aljaksandr Lukašėnko e Kim Jong-un hanno espresso la propria vicinanza), uniti ad uno scenario di lunga guerra strisciante contro una guerriglia logorante, portano a credere che il gioco non sia valso la candela. Pertanto, astenendoci da considerazioni di natura morale che in politica sono sempre fuori luogo, possiamo dire che l’invasione russa dell’Ucraina sia un grave errore, che desta tanto più meraviglia essendo Putin una persona di notevole intelligenza e dallo spiccato acume strategico affinato nei numerosi anni spesi agli alti livelli del KGB. Per il momento, possiamo ipotizzare che i tanti anni di potere quasi incontrastato (la sua prima nomina a presidente della Russia risale al 31 dicembre 1999) abbiano alterato la percezione della realtà di Putin e affievolito il suo pragmatismo, qualità principale che ogni politico deve avere, e che egli aveva mostrato fino ai tempi recenti. Tutto questo è quanto si può dire ad oggi, con la situazione ancora in divenire. Ma occorre che sia chiaro fin da oggi che si è aperto un nuovo capitolo nella storia dei rapporti tra Russia e il resto del mondo, non solo con l’Occidente, e le cui evoluzioni sono del tutto imprevedibili.

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