giovedì 25 febbraio - Osservatorio Globalizzazione

L’eterna rincorsa tra storia e mito che ha plasmato l’identità italiana

L’essere umano nella sua dimensione sociopolitica e antropologica tende sovente a guardare al passato, come ad una sorta di finestra temporale dimora di virtù ancestrali, e sede virtuale del culto della gloria e del mito

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Quante volte abbiamo ascoltato intellettuali da salotto, politici e giornalisti esaltare il passato e usarlo come parametro di misura con il nostro presente? L’antico viene illustrato e incorniciato all’interno di interpretazioni storiografiche, di un revisionismo storico a volte di parte, nel quale l’eterno confronto tra presente e passato, attualità e storia continuano a scontrarsi in un ossimoro esasperante.

Il mito plasma l’identità delle nazioni

Il mito nella storia è stato spesso utilizzato in fede ad una visione patriottica, irredentista e nazionalista. La nascita del patriottismo nella tradizione europea ha origine nella più nobile delle fonti, quella orale. Un esempio furono i grandi poemi omerici che contribuendo ad esaltare l’identità ellenica elevarono le tribù achee, le quali poi si modellarono all’interno di una complessa organizzazione parastatale. Il risultato fu eccezionale, il mito di Achille che accompagnò la civiltà ellenica per secoli fu uno degli elementi sui quali venne forgiata la cultura greca. Lo stesso Alessandro Magno tramite un importante seguito di intellettuali e di storici al suo fianco, tra i quali il più conosciuto fu Callistene, fece abile uso della propaganda per raccogliere il consenso necessario alla realizzazione della spedizione asiatica contro i persiani del Gran Re Dario III. Callistene, in particolare, da uomo libero ma anche da suddito di Alessandro dovette nelle prime fasi delle campagne militari asiatiche esaltare la figura del figlio di Filippo. Ergo, doveva (volendo disturbare il gran sociologo Habermas che lo affermava con un’accezione negativa) fare uso pubblico della storia per fini politici e pedagogici tradendo quindi la missione professionale di uno storico, vale a dire osservare, assistere agli eventi, prendere memoria e analizzare con oggettività la disciplina.

Nel corso del dibattito contemporaneo il confronto tra passato e presente è stata oggetto di dibattito per molti studiosi. Sovente vengono con criterio, affetto e nostalgia rievocati gli anni Sessanta e Settanta, quelli dei trenta gloriosi di Jean Fourastié, simbolo della ricostruzione socioeconomica del secondo dopoguerra di Italia e Germania Ovest.

Il mito repubblicano

 Tuttavia, nonostante il boom economico, il modello Mattei, il ’68 e le conquiste civili sul divorzio e aborto promosse dai radicali guidati da Pannella e da una giovane Emma Bonino, quel periodo celava al suo interno delle inquietudini che avrebbero destabilizzato la stabilità politica del paese. Dal 1969, anno dell’inizio delle stragi di stato con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano a Piazza Fontana, il Belpaese si trovò incastonato tra il giogo della massoneria deviata e la deriva del terrorismo politico. Nondimeno, all’interno di questa cornice oscura l’ascesa di Cosa Nostra sulla scena nazionale mise a dura prova la resistenza della nazione, dopo una serie di atti criminali realizzati ai danni di uomini dello Stato e difensori della patria. Dovremo aspettare gli anni Ottanta per assistere ad un indebolimento del terrorismo di matrice politico e all’ascesa a Palermo di un pool di audaci e incorruttibili magistrati guidati da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello che per la prima volta dichiararono guerra alla mafia con il compimento del primo maxiprocesso a Cosa Nostra.

L’unità nazionale

Viaggiando idealmente indietro nel tempo, precisamente nel XIX secolo, l’Ottocento guardandolo con la prospettiva italiana è stato romanticamente considerato il periodo della consacrazione delle aspirazioni nazionali in chiave risorgimentale. L’affrancamento dal dominion delle grandi nazioni europee coincise con l’inizio di una complicata adesione di massa alla causa monarchica dei Savoia, da parte di una popolazione che aveva sì conquistato del credito e della credibilità internazionale all’estero, con la rimozione dello stigma tutto italiano di esser un popolo dedito all’ozio e alla poltroneria, ma che ancora viveva lacerata dai dissidi interni alla sua straordinaria eterogeneità. Il nuovo contesto aveva forgiato l’esaltazione e la bellezza degli ideali nazionalisti, nella ricerca di una rivendicazione di un’identità italiana inseguita da secoli dai più grandi intellettuali della nostra letteratura, da Dante a Macchiavelli passando per Guicciardini e Foscolo. Tuttavia, se il Novecento è stato il secolo del terrore, dei nazifascismi e del progresso, l’Ottocento fu l’età delle ideologie di massa, non tutte ideate verso il perseguimento di un bene universale. L’elaborazione di dottrine razziste forgiate sulla teoria del darwinismo sociale, dell’antropologia eugenetica e della supremazia caucasica vennero riadattate dai nazifascismi in maniera infame e crudele per il perseguimento del consenso della massa popolare diventando il simbolo stesso dell’ideologia dei loro stati totalitari e autoritari.

Di certo, ciò che si ebbe nell’Ottocento fu la naturale eredità consegnataci dal Settecento, il secolo dell’Illuminismo, dell’esaltazione della ragione e del lume, i cui valori avrebbero dovuto aiutare l’uomo ad emanciparsi da una condizione subculturale, per esser cosciente di essere parte di un processo intellettuale e produttivo indirizzato alla costituzione di un ideale di Stato liberale. I buoni propositi illuministi gettarono la base culturale per la costituzione delle prime forme di ribellione coordinate attraverso una fitta rete di società segrete, le moderne massonerie, le quali si resero protagoniste del supporto economico ai reazionari affiliati al mondo contadino e al ceto borghese. La classe borghese, ormai, divenuta ago della bilancia in una Francia divisa tra il parassitismo della corte di Versailles e le difficoltà di un paese messo a dura prova sul piano finanziario da decenni di dispendiose e improduttive campagne militari volute dal Re Sole Luigi XIV.

L’impatto di Napoleone

Lo scoppio della Rivoluzione Francese, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino sembravano poter dare slancio ad una nuova fase per l’umanità, nella quale il progresso culturale e scientifico poteva essere messo a disposizione del benessere collettivo. In Italia, la figura di un emergente Napoleone era stata salutata con gratitudine da Foscolo e dai frequentatori dei caffè letterari di Milano e Napoli. Dopotutto Napoleone ebbe il merito attraverso la diffusione della rivoluzione giacobina in Europa di creare la prima forma embrionale di un esercito nazionale, l’Armata d’Italia la quale raccolse al suo interno partecipanti che si rivedevano nei valori della Francia rivoluzionaria che consacrava gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità. Il contributo storico di Napoleone nella creazione di una prima forma di solidarietà nazionale in Italia fu notevole, dal momento che gli aderenti alla causa rivoluzionaria provenendo dalle più disparate parti d’Italia ebbero modo di scambiare vedute, impressioni e pensieri. Ultimo, ma non meno importante all’interno delle legioni giacobine fu il processo di unificazione linguistica che coinvolse i volontari italiani.

L’attuale struttura dello stato moderno in gran parte è stata ispirata alla concezione di Stato di cui nutriva il condottiero francese. Di fatti, accanto all’ammodernando della macchina burocratica ed ammnistrativa Napoleone lasciò ai posteri il Codice Civile, divenuto poi una delle fonti di riferimento nel diritto dei futuri paesi occidentali democratici. Dietro queste grandi novità, tuttavia, si celavano le pretese kafkiane di un personaggio che avrebbe tradito gli ideali illuministi e rivoluzionari per abbracciare la via dell’autoritarismo. L’esasperazione di considerarsi il naturale prosecutore della stirpe dei Cesari, quella dei fondatori di imperi lo condusse a tradire la ragione per la gloriosa speranza di conquista del continente europeo. Il suo epilogo è noto e la sua fine cantata solennemente da Manzoni nel celebre 5 Maggio scosse l’allora mondo contemporaneo. Anche in questo caso, la fine dell’esperienza napoleonica se da una parte ebbe l’effetto gattopardesco di un ritorno all’antico regime con il Congresso di Vienna del 1815 (i cui lavori furono interrotti solo durante i mesi che precedettero la battaglia di Waterloo) e la Restaurazione, dall’altra colse le istanze di una classe intellettuale e popolare che guardava con fiducia e speranza alla rinascita italiana. Tra i grandi che occupa un posto di rilievo nella memoria storica dell’Italia, c’è Oberdan, il quale traendo ispirazione dai valori mazziniani, garibaldini e nazionalisti divenne un martire e difensore dell’italianità. Il suo nome nel corso della storia verrà strumentalizzato in chiave propagandistica da Benito Mussolini, in occasione della sua visita a Trieste, il 18 settembre del 1938 quando preannunciava la promulgazione delle leggi razziali che sarebbero state legiferate soltanto due mesi dopo (17 novembre).

Alle radici del mito: Umanesimo e Rinascimento

Procedendo più a ritroso l’idealizzazione del mito in Italia trova il suo fondamento nell’Umanesimo e nel Rinascimento. Quante volte abbiamo ascoltato politici e tuttologi del sapere umano menzionare il nostro più glorioso passato nel tentativo di riproporre un remake in chiave contemporanea della bellezza e del genio italiano nel nostro paese? Negli ultimi tempi la concezione di Umanesimo e Rinascimento è stata più volte strumentalizzata. Quel fiorente periodo culturale che si contrappose alla decadenza politica delle piccole realtà stato italiane tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento fu uno scatto di orgoglio da parte di grandi menti e intellettuali. La figura dell’intellettuale del XVI secolo, infatti, perse qualunque funzione attiva; vedasi il caso del grande Niccolò Macchiavelli costretto a glorificare l’immagine dei Medici nella celebre opera “il Principe” nella speranza di rioccupare un posto di rilievo a Firenze per poter servire con passione e dedizione politica la causa italiana. L’intellettuale di corte raffinato dovette esaltare piccoli signorotti locali, e in questo senso assume enfasi la valenza puramente decorativa e celebrativa delle doti dei principi e signori.

D’altro canto, l’inestimabile eredità culturale lasciata dai geni di quell’epoca fu l’apoteosi di un percorso iniziato prima da Dante con la sua enciclopedica conoscenza del Medioevo e poi finita in sciagura con il sacco di Roma del 6 Maggio 1527. L’attacco a Roma per ordine dell’Imperatore asburgico dei due mondi Carlo V fu la chiara dimostrazione del decadimento politico italiano. Il tentativo dello Stato della Chiesa, della Repubblica fiorentina, del Ducato di Milano e della Repubblica di Venezia di essere partecipi dei nuovi cambiamenti geopolitici entrando nella Lega di Cognac fu un azzardo. L’Europa, dopo le scoperte geografiche, si era riscoperta vecchia e obsoleta e le asimmetrie di vedute tra le piccole realtà stato italiane e le grandi nazioni come Francia, Spagna e Impero asburgico acuirono questa differenza. Il sacco di Roma scosse il mondo colto e intellettuale. Il clamore che accolse la barbarie dell’attacco alla Città Santa rievocò gli attacchi subiti nell’antichità sempre da Roma. Il primo nel 387 a.C. per mano della furia gallica e il secondo nel 410 d.C. quando i visigoti depredarono la capitale imperiale d’antan. In quell’occasione, l’attacco subito da Roma mostrò le fragilità e le debolezze di una classe dirigente romana (il Senato e i latifondisti) incapace di cogliere i cambiamenti dell’epoca. D’altronde l’Occidente romano-cristiano era già in una fase di decadenza rispetto alla fiorente corte di Costantinopoli con il conseguente cambio di marcia che portò l’Oriente a progredire e ad affermarsi nella nuova Europa. L’Italia avrebbe subito un lento e progressivo regresso culturale rispetto a Bisanzio e alla civiltà arabe, queste ultime le vere protagoniste di una nuova civiltà mesopotamica, grazie a grandi menti come Avicenna che avrebbero riscoperto il pensiero aristotelico preservando l’antica cultura europea.

Con l’espressione petrarchesca di “Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno” concludo la mia riflessione, ricordando che nessun periodo storico come affermava Guicciardini è ripetibile. Non esistono delle regole universalmente valide che fanno del passato un modello da replicare, bensì dei “ricordi”, che nell’epoca del grande storico e scrittore fiorentino erano sinonimo di ammonimenti. Giusto estrarre gli ideali dal mito e farne propri della nostra identità di nazione, senza però offuscare la ragione a scapito di passioni irrazionali e irrefrenabili.

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