mercoledì 17 febbraio - Riccardo Noury - Amnesty International

L’avvocato Aslanov: “In Azerbaigian la democrazia non esiste”

In occasione della Giornata internazionale degli avvocati in pericolo, che si celebra ogni anno il 24 gennaio per ricordare il massacro di Atocha, avvenuto a Madrid nel 1977 e in cui persero la vita cinque avvocati, l’avvocata Lucia Lipari (*) ha intervistato il collega Emin Aslanov, perseguitato in Azerbaigian per essersi occupato di diritti umani.

Iniziamo col raccontarci qualcosa di lei…

Difendo i diritti umani dal 2009. Da quel momento, ho assistito a una progressiva erosione dei diritti. La repressione del governo azero nei confronti della società civile, dei politici, degli attivisti, dei giornalisti e dei difensori dei diritti umani ha raggiunto il suo apice nel 2015. Quell’anno sono dovuto andare in Georgia per sfuggire al regime. Durante il mio soggiorno in Georgia, ho continuato a lavorare per la difesa dei diritti umani e nel 2017 ho deciso di andare a studiare negli Usa. Nel 2018 ho deciso di tornare. Conoscevo i rischi che mi aspettavano, ma non volevo più restare all’estero.

E poi cos’è successo?

A distanza di quattro giorni dal mio arrivo in Azerbaigian, sono stato accerchiato per strada da un gruppo di persone in borghese, che mi ha intimato di andare con loro. Sapevo che non aveva senso disobbedire al loro ordine. Mi hanno portato al Dipartimento per la lotta alla criminalità organizzata, dove mi hanno interrogato e accusato di avere agito in spregio al potere amministrativo.

Il giorno successivo è stata stilata un’imputazione priva di ogni fondamento: non avrei obbedito ad un ordine della polizia. Secondo la legge, non avendo subito precedenti condanne, doveva essermi elevata una sanzione. Tuttavia, il giudice mi ha condannato a 30 giorni di carcere, la pena massima per quel reato.

Al momento dell’arresto non fui in grado di contattare il mio avvocato o i miei familiari, non me ne fu data l’opportunità. Lo Stato aveva nominato un avvocato d’ufficio, che incontrai tre giorni dopo la cattura e che tuttavia non riuscì a contestare le accuse a mio carico. Aveva timore della polizia. Fu comunque presentato il ricorso in appello, ma venne confermata la sentenza di primo grado. Il caso ora è pendente dinanzi alla Corte europea dei diritti umani.

Dopo il rilascio è stato ulteriormente perseguitato?

Mi fu impedito di lasciare il paese per più di un anno. Quando per la prima volta provai a partire, il servizio di frontiera non me lo consentì e non mi venne neanche detto chi aveva ordinato o decretato il mio divieto di espatrio. Ho invano tentato di capire le ragioni di quel provvedimento, perché alla fine nessuna delle agenzie governative mi aveva spiegato chi e per quale motivo era stata emessa quella misura restrittiva. Solo un anno dopo e a seguito di molte denunce alle autorità competenti, il divieto è stato revocato.

Anche adesso non ho il diritto di muovermi liberamente, perché ogni volta che attraverso il confine, il Servizio doganale mi chiede di scrivere un rapporto sulle mie disponibilità economiche. Tutto ciò è del tutto illegale. Secondo la legge si dovrebbero dichiarare importi di $ 10.000, ma nel mio caso sarebbe obbligatorio anche per $ 10. Questo è il chiaro segnale che sono ancora nel mirino del governo.

Cosa può dirci della situazione in Azerbaigian?

La radice del problema è il sistema di governance. Purtroppo la democrazia non esiste, il potere esecutivo ha assunto il pieno controllo sia del parlamento che della magistratura. La subordinazione della magistratura all’organo amministrativo poi ne ha ridotto il ruolo e ogni impulso nella tutela dei diritti umani e delle libertà.

Questi problemi hanno un impatto determinante e negativo sull’istituto della difesa. Anche l’Ordine degli avvocati dipende dall’autorità amministrativa. Il governo, con l’aiuto dell’Ordine, punisce i legali attraverso azioni repressive, ma non sono risparmiati neanche i giornalisti, i giudici indipendenti e tutti i coloro che si occupano di diritti umani.

Attualmente, ci sono pochi avvocati. La maggior parte dei colleghi ha paura di essere ingiustamente coinvolta in procedimenti orchestrati e subire ritorsioni. Alcuni hanno proprio cessato l’attività, altri si sono impegnati in campi diversi, ma molti sono stati costretti ad andare via. Fatto sta che gli avvocati sono sempre meno.

Come viene visto il sistema giudiziario dai cittadini azeri?

Le persone non ripongono alcuna fiducia nella giustizia in Azerbaigian. L’assenza di ogni diritto è oramai una convinzione radicata in tutti i cittadini e dal momento che si ritiene che lo stato non garantisce alcuna forma di tutela, si cerca di risolvere i propri problemi di natura legale e personale ricorrendo a conoscenze personali, che aprono le porte al dilagare della corruzione.

Come affronta la questione la stampa nazionale?

In Azerbaigian l’accesso delle persone a fonti d’informazioni diversificate è fortemente limitato. I media tradizionali come la televisione e la radio sono interamente sotto il controllo statale e ci sono pochi media online indipendenti e comunque situati all’estero. Il governo vieta ogni accesso e limita la libertà di pensiero all’interno del paese. Le persone usano la VPN per avere accesso a questi media.

Se potesse rivolgersi alla comunità internazionale cosa chiederebbe?

Credo sia essenziale continuare a dimostrare solidarietà. In molti casi, alzare la voce contro la brutale repressione del governo può aiutare i difensori dei diritti umani a venire fuori da situazioni di grave pericolo.

(*) Avvocata, giornalista e data protection officer. Ha perfezionato gli studi presso l’Abat Oliba CEU University di Barcellona e l’Università Tor Vergata di Roma. Esperta di comunicazione istituzionale e politica, ha maturato esperienze presso la Direzione generale della Rai – Settore Relazioni istituzionali e internazionali e presso enti pubblici. Referente di diverse realtà associative, scrive per diverse testate di cultura e diritti.




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