mercoledì 28 ottobre - Osservatorio Globalizzazione

L’autogol del Governo che “chiude” la cultura

Il nuovo DPCM concernente le misure urgenti anti-Covid, presentato il 25 ottobre, ha ristretto ancor di più le attività economico sociali che provocano dei naturali assembramenti di persone. Questo ovviamente come conseguenza dell’aumento vertiginoso dei contagi e dei ricoveri in terapia intensiva che riporta le nostre menti al terribile mese di marzo.

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 Il Presidente Conte ha dichiarato di voler evitare a tutti i costi un altro lockdown, che sarebbe deleterio per la nostra economia, ma di fatto non si è molto distanti da esso. Se concludessimo qui il ragionamento potremmo dire che sia giusto limitare queste attività per favorire il diritto alla salute e alla vita. Ma a quale prezzo si sta chiedendo questo sacrificio agli italiani, e soprattutto a carico di chi?

Per rispondere a queste domande occorre tornare al periodo di giugno quando pian piano si stavano allentando le misure anti-Covid che hanno de facto portato ad una piena riapertura di tutte le attività economiche, in particolare quelle riconducibili alla movida: discoteche super affollate e spiagge stracolme di gente (ricordando la celeberrima signora di Mondello) hanno fatto dimenticare in tempi brevissimi i sacrifici enormi del lockdown. La maggioranza dei virologi aveva avvertito che ci sarebbe stata una seconda ondata e che quella estiva sarebbe stata solamente una breve tregua, e quindi con grande probabilità il virus avrebbe nuovamente colpito la popolazione come a marzo.

Ma mentre nella prima ondata nessuno poteva essere incriminato per quanto avvenuto, perché siamo stati tutti colti alla sprovvista, oggi la situazione è ben diversa, perché era tutto prevedibile e non possono esservi delle scusanti: il tempo per prendere delle contromisure o per applicare i giusti divieti c’era e come, e coincide proprio con la stagione estiva. Il Governo ha fatto più la cicala che la formica, e adesso cerca di correre ai ripari tentando di chiudere il possibile, ma senza pronunciare la parola lockdown.

Però il punto su cui si vuol dissentire riguarda non tanto gli errori commessi dal Governo in merito all’incertezza, alla debolezza e alla lentezza delle proprie azioni, quanto alla leggerezza con cui si è dato peso ad alcuni aspetti cruciali per la nostra società, ovvero si vuol raffrontare il valore sociale di una discoteca rispetto a quello di un cinema o di un teatro, ovvero il divertimento al cospetto della cultura. In estate era stato deciso di consentire la riapertura delle discoteche per non permettere il crollo del settore, per poi farle richiudere la settimana dopo Ferragosto quando, dopo il caso Briatore, il Governo e il Comitato tecnico scientifico si erano accorti che le discoteche non rispettavano le regole (in realtà non lo avevano mai fatto) proprio nel momento in cui queste attività avevano quasi completato la stagione.

Nel nuovo DPCM il Governo impone la chiusura dei teatri e dei cinema, attività che al contrario del ballo non richiedono alcun contatto nel pubblico, e forse sono stati gli unici centri che hanno rispettato le regole del distanziamento sociale. Ancora una volta la cultura viene trattata con leggerezza e superficialità, in un periodo storico assurdo nel quale magari un film o un’opera teatrale, nel rispetto delle regole, avrebbero potuto donare un attimo di sollievo. La cultura è stata utilizzata, soprattutto nella Seconda Repubblica, come un ripiego finanziario per sopperire alle carenze economiche e alle politiche scialacquatrici attraverso continui tagli alla spesa scolastica, e oggi ne stiamo pagando enormemente le conseguenze, prima a livello sociale, poi a livello economico. La poca concretezza culturale che si evince nella politica, in tutti gli schieramenti, non è altro che il riflesso di una società dove la cultura non ha più cittadinanza, per esprimerla nei termini del politico più noto, dove la cultura è clandestina. Per non parlare di quei pochi che pur volendo cimentarsi negli studi universitari sono costretti a lasciare il Paese per potersi emancipare, creando delle perdite enormi in termini di capitale umano ed economico

L’unico passaggio che potrebbe colpire del discorso del Premier Conte rispetto alla presentazione del DPCM riguarda il passo in cui ammette l’aumento della disuguaglianza economica. Ma se si guarda lo stato dei fatti, la diseguaglianza non è esclusivamente economica ma è proprio legislativa: le regole amministrative stanno imponendo ad esempio un divieto ai ragazzini di poter giocare tra di loro, perché ovviamente si creerebbe contatto, mentre alla banda di Cristiano Ronaldo & Co. tutto viene permesso. Perché? Perché loro possono permettersi di fare tamponi in continuazione, e magari, se risultano positivi, di farsi la quarantena con selfie a bordo piscina.

Altra diseguaglianza riguarda il rapporto tra cultura e religione. Andare al cinema consiste semplicemente nello stare seduti a guardare un film, mentre andare in Chiesa, o in qualunque altro luogo di culto, consiste nello stare seduti ed ascoltare il proprio sacerdote: perché le Chiese sì e i Cinema no? La risposta sarebbe lapalissiana, e sarebbe identica a quella relativa al mondo dello sport.

Per concludere questo ragionamento, non si vuol dire che chiudere i cinema o i teatri sia inutile in vista del contagio, ma quello che si intende mettere in evidenza è la superficialità con la quale la cultura è stata mercanteggiata negli anni, e questo ha portato e porterà ad enormi disagi che farebbero rabbrividire scrittori come Huxley, o il più citato in questi giorni, George Orwell.

La guerra è pace.
La libertà è schiavitù.
L’ignoranza è forza.

G. Orwell, 1984

 

 

Foto di MustangJoe da Pixabay 




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