lunedì 18 gennaio - Enrico Campofreda

L’Egitto produttivo in smobilitazione

Una visita virtuale all’Egyptian Iron and Steel Company, fiore all’occhiello dell’impresa statale del Paese - che col ministero dei Lavori Pubblici detiene l’83% del capitale, il restante è diviso fra investitori, banche, azionisti e associazioni - fa brillare l’annuncio di benvenuto: “Siamo onorati della visita al nostro sito, speriamo di ottenere la tua fiducia. 

L’azienda segue gli standard di qualità internazionali eccetera“. Premesse coriacee, come la denominazione aziendale, che col materiale edilizio trattato ha fatto affari all’interno e all’esterno della popolosa nazione araba. Eppure il business che coinvolge in prima persona la lobby militare, e attualmente i sodali del clan Sisi impegnatissimi coi progetti faraonici del raddoppio di Suez e della nuova capitale in costruzione in pieno deserto, sembra non sostenere più la storica società nata nel 1958. Nei giorni scorsi, incredibile a dirsi, c’è stato l’annuncio di chiusura e quei verbi ormai si coniugano al passato. L’avviso d’un portavoce s’è srotolato laconicamente senza ascoltare le rimostranze sindacali, che lamentano 7.500 licenziamenti, mentre i lavoratori, ufficiali e precari, sono in subbuglio da oltre un mese.

L’azienda accumulava perdite da due anni, hanno ripetuto in coro dirigenti e governo, che di fatto si sovrappongono. Nel 2020 registrava un bilancio di circa 52 milioni di euro, cifra che riduceva del 35% la quota del 2019, mentre un’altra porzione di ammanchi veniva ammortizzata vendendo terreni inutilizzati. La decisione di liquidare la struttura di Helwan, a 25 km dal Cairo, nella zona archeologica dell’antica Melfi, ha prodotto un braccio di ferro fra lavoratori e azionisti finito anche davanti ai giudici. Per incrementare l’estrazione di minerali ferrosi negli ultimi tempi era stata coinvolta una compagnìa ucraina, e nel 2018 lo stesso ministro degli Affari Pubblici, Hisham Tawfik, s’era interessato della faccenda. Attualmente il ministro sostiene che non tutto il settore è posto in liquidazione, anzi lui spera di rilanciarlo. In un’intervista su Al Arabiya proclama un piano di ripristino con cui valuta di conservare le industrie da poter riconvertire e tagliare quelle definite senza futuro. La ristrutturazione dell’Egyptian Metallurgical Company (la Holding che raccoglie 14 filiali del settore metallurgico e minerario, fra cui la citata Iron and Steel) è costata 9 miliardi di lire egiziane (468 milioni di euro) ed è stata realizzata vendendo sei milioni di metri quadri di terreno.

Ovviamente c’è chi non riceve garanzie per un domani che è già oggi, nell’Egyptian Iron and Steel Company la perdita dell’occupazione è macroscopica: viene conservata solo una linea estrattiva per 400 lavoratori, i restanti 7.000 vengono tagliati e non esistono ‘ammortizzatori sociali’. Per loro è prevista una sorta di elemosina - 728 euro per ogni anno di servizio - considerato dai manager un’offerta generosa. Il sindacato metallurgico l’ha respinta, incolpa di eventuali perdite la pessima gestione dirigenziale e l’incapacità governativa di sviluppare un adeguato sfruttamento delle risorse produttive. Insinua l’ipotesi d’una liquidazione d’un pilastro pubblico nazionale per avallare possibili riacquisizioni private. Da parte di chi? Per ora sono in corsa quattro aziende, tutte pubbliche secondo il ministro Tawfik, che ne rivela solo una: El Nasr Mining. Storica impresa mineraria del Paese, da sessant’anni in prima fila nei trasporti di carbone, ammoniaca, benzene con un molo ad Alessandria e uno sul Nilo, e per fosfati, talco e quarzi due porti sul Mar Rosso: Hamrawein e Abu Ghusun. Inseriti fra le due perle vacanziere del Paese: Hurgada e Marsa Alam.

Come nel 2018 con la chiusura della National Cement Company a causa delle perdite registrate, stiamo procedendo a svecchiare quei settori dell’economia che non riescono a restare competitivi” enuncia il dicastero presieduto da Tawfik. Però c’è chi denota la stessa tattica attuata nell’era Mubarak, quando attività pubbliche, di cui i militari avevano la diretta gestione o la supervisione, vennero liquidate per poi venir reimmesse sul mercato e acquisite a prezzi stracciati da personaggi dell’apparato. All’epoca della caduta di Mubarak si sollevò un caso che lo coinvolgeva, assieme ai propri figli, e al suo sodale politico e affaristico, quell’Ahmad Shafiq, che nel 2012 era opposto a Morsi nella corsa alla presidenza della Repubblica. Nello scorso autunno sono state introdotte modifiche normative per il settore pubblico in base alle quali imprese statali possono appaltare consulenze e conduzioni private. E ancora: basta che il debito di un’azienda pubblica raggiunga la metà del capitale societario che è possibile chiuderla. I sindacati parlano di catastrofe: la metà, e forse più, delle aziende del Paese, sono passibili di vendita. Soprattutto finiscono in vendita posti di lavoro, perché nella conduzione privata, la flessibilità e l’assenza di tutele diventano normalità. 

 




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