sabato 12 settembre 2009 - il Carattere

L’Aquila, quegli studenti morti fuori sede e poi dimenticati

 

Nicola, Enza, Arianna, Lorenzo, Genny, Giusy, Tonino. La lista continua fino a toccare quota cinquantacinque. Sono i cinquantacinque studenti universitari che hanno perso la vita durante il sisma del 6 aprile a L’Aquila. “Alle 3.32 c’è stato il terremoto, alle 3.33 noi siamo stati dimenticati”. Non ricorre a giri di parole Sergio Bianchi papà di Nicola. Lui insieme ai genitori, amici e parenti degli altri ragazzi morti sotto le macerie delle loro abitazioni di studenti fuori sede, si sono dati appuntamento davanti a Montecitorio per far sentire la loro voce o meglio, il loro silenzio.

Una protesta silenziosa, composta, dignitosa. Una dignità che li ha sempre contraddistinti in questi mesi anche se ora Sergio si trova ad ammettere che “sì forse siamo stati troppo gentili”. Indossano magliette nere con stampata la foto del loro figlio, del loro amico, del fratello o della sorella, sorreggono degli striscioni sui quali si legge: “I nostri figli sepolti dall’indifferenza”, “Fuggivano, ma li invitavate a tornare nelle case” o ancora: “Non avranno un futuro, avranno giustizia?”.

Nel comunicato che hanno distribuito hanno scritto: “Le famiglie degli studenti universitari morti all’Aquila non hanno avuto dallo Stato alcuna attenzione. Da quel giorno nessuno ha prestato attenzione al grande dolore che ha sconvolto la nostra vita. Nessuna attenzione morale e nessuna attenzione materiale. Sembra quasi che le proprietà immobiliari valgano più dell’esistenza dei nostri figli e dei nostri fratelli”.

“A chi ha perso la casa lo Stato ha offerto una soluzione e a noi? – si sfoga Sergio Bianchi – a noi niente, nessun risarcimento, lo sa che mi sto pagando da solo lo psicologo? Lo sa che non so cosa raccontare alla mia bambina quando mi chiede perché suo fratello non torna più a casa?”

Davanti all’obelisco di Montecitorio un nonno tiene per mano suo nipote: “Vedi – dice – questi ragazzi sono morti perché chi ha costruito le loro case le ha fatte male, si sono sbriciolate”.

Semplici rimedi di chi cerca di dare una spiegazione impossibile al dolore. “Lo sa – incalza il papà di Nicola – che a Torre de’ Passeri – c’è un ragazzo sopravvissuto che non ha più la sensibilità alle braccia e alle gambe perché è rimasto due giorni sotto le macerie? Suo padre sta pagando tutto di tasca sua, dallo Stato non ha avuto niente”.

Nessuna promessa: “Niente di niente, neache una telefonata da parte della padrona di casa di mio figlio”.

I genitori di questi ragazzi dicono che “la strage era annunciata e che, addirittura, mentre da molte parti si riteneva il pericolo imminente, dall’altra si faceva un’opera irresponsabile e colpevole di rassicurazione. I nostri figli ci comunicavano quotidianamente di non avere alcuna apprensione perché questo era quello che veniva detto loro dalle varie autorità, istituzionali e accademiche”.

Eppure, dicono, documenti alla mano: “Uno studio del Comitato Nazionale delle Ricerche realizzato nel 2007 per conto della Protezione Civile, sosteneva che nel periodo 2008-2012 c’era il 30% di probabilità (percentuale tra le più alte in questo ambito) per il verificarsi di un terremoto di magnitudo superiore a 5,3 della scala Richter”.

Per chi ha perso i figli o i fratelli all’Aquila si è preferito non informare sullo stato dei fatti e lasciare al singolo le proprie valutazioni: “Perchè quella notte la Prefettura è stata evacuata e i nostri ragazzi sono rimasti a dormire nei loro letti? A chi servivano questi morti?” si chiedono.

Accusano le autorità politiche e quelle accademiche: “Perché, nonostante le sollecitazioni, le lezioni non sono state sospese a pochi giorni dalle vacanze di Pasqua? Perché, nonostante il pericolo, ci sono stati professori che hanno cominciato a chiedere la firma di presenza degli studenti alle proprie lezioni?”.

Come spesso accade politica e mondo reale sono rimasti distanti, nonostante i manifestanti fossero a 100 metri dall’ingresso di Montecitorio. A portare il loro sostegno solo due onorevoli dell’opposizione.

In particolare il Pd ha presentato il testo di un emendamento per l’Equiparazione delle vittime del terremoto alle vittime del lavoro. Bocciato in aula durante la discussione in Parlamento e passato come ordine del giorno (un passaggio dal carattere simbolico). Il Pd vorrebbe riproporre questo testo durante la discussione della manovra Finanziaria e per questo ha organizzato una raccolta firme.

 



6 réactions


  • paolo praolini (---.---.---.113) 12 settembre 2009 15:04

    Interessante l’articolo per i quesiti posti e a cui le Istituzioni non hanno ancora dato una risposta.
    Il movimento che segue questa vicenda andrà avanti e mi auguro possa trovare risposte concrete.
    Purtroppo i presupposti non fanno ben sperare.


  • simona (---.---.---.80) 8 novembre 2009 23:17

    Nessun professore Universitario ha cominciato a chiedere le firme in quei giorni. Molto più precisamente, dato che non c’era alcun allarme, le lezioni obbligatorie hanno continuato ad esserlo (laboratori e corsi di laurea ad accesso programmato), quelle non obbligatorie sono restate tali.
    Questo solo per puntualizzare
    Simona


  • Marilisa (---.---.---.190) 9 novembre 2009 11:43

    Per Simona
    il mio fidanzato, MAURIZIO NATALE, uno dei 55 studenti morti, per poter sostenere il parziale di lunedì 6 Aprile doveva firmare. Cè un’aula magna di testimoni. Non mi dilungo, ma puntualizza altro non scemenze.


    • simona (---.---.---.23) 9 novembre 2009 14:05

      Non credo comunque che quelle firme siano state richieste con l’intenzione di tenere i ragazzi a L’Aquila e farli morire.
      simona


    • maurizio (---.---.---.236) 10 novembre 2009 00:05

      E allora perche’ chisdevano le firme???
      Io credo che gli aquilani avevano paura che la loro gallina dalle uova doro scappasse insieme agli studenti.


    • simona (---.---.---.23) 10 novembre 2009 10:39

      Pensare che un professore o un assistente chieda la frequenza alle lezioni per far fare i soldi alla città è un volo pindarico. Così come pensare che sia stato fatto a posta durante lo sciame.


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