martedì 20 luglio - Agostino Spataro

"Koszonom Budapest- I 50 anni del nostro pazzotico matrimonio ungherese"

1... Con Elena abbiamo attraversato la vita, il nostro tempo. Abbiamo lottato, sofferto e gioito sorretti da un grande affetto, da una solida intesa che ci ha consentito di creare una bella famiglia, al di fuori di ogni legame di sangue, nello spirito della solidarietà umana che è il fondamento del nostro Ideale. Mai rinnegato.

Stiamo insieme da 50 anni. Un vero record, in tempi di divorzi facili. E dire che il nostro matrimonio non si celebrò sotto i migliori auspici. Chiarisco. La data fissata, e annunciata, era per il 26 luglio 1971, a Ecser, (Budapest) in Ungheria.

Il giorno non fu scelto a caso. Era, infatti, quello della ricorrenza dell’assalto alla caserma Moncada (26 luglio 1953) da parte delle brigate castriste che, per quanto fallito, segnò l’inizio della vittoriosa Rivoluzione cubana. Ma, il matrimonio fu, inaspettatamente, rinviato per ordine ricevuto dal … Partito.

Cosa accadde? In quei giorni di luglio, il gruppo dirigente della federazione agrigentina del Pci era impegnato in una difficile discussione interna su problemi d’inquadramento, resasi necessaria a seguito delle disastrose (per noi) elezioni regionali di qualche mese prima.
Fu il compagno Emanuele Macaluso, a quel tempo segretario regionale e membro dell’UP (Ufficio politico) del Pci, a chiedermi, in maniera piuttosto risoluta, di rinviare il matrimonio a dopo la conclusione del confronto sul riassetto dirigenziale cui ero personalmente interessato.
Opposi le mie ragioni, ma non ci fu verso. Evidentemente, non risultai convincente
. D’altra parte, ero perfettamente consapevole che il “Partito viene prima di tutto”. Ne ero talmente convinto da notificarlo alla mia futura sposa. Accettai a malincuore il rinvio, senza polemiche, senza risentimenti. Questa era la prassi del Pci, da (quasi) tutti, volontariamente, accettata.

Per noi, il Partito era lo strumento principale della lotta per la libertà e l’emancipazione dei lavoratori e, in quanto tale, lo vedevamo come una sorta di “entità suprema”, operante per la giusta Causa, che ogni militante e dirigente doveva difendere e rafforzare.
 

2... Oggi, un fatto del genere risulterebbe incredibile. Ma vi assicuro che così andarono le cose. Lo possono testimoniare i tanti compagni e amici che, ignari del rinvio, ci inviarono in quel 26 di luglio telegrammi (che conservo da qualche parte) augurandoci “mille di questi giorni”.

Un augurio un po’ amaro, beffardo. Soprattutto per la povera Elena che, dalla lontana Ungheria, non si capacitava del fatto che si potesse rinviare un matrimonio per ordine del Partito. Un fatto inaudito anche per loro che, pur vivendo in regime di “partito unico”, non riuscivano a comprendere la nostra rigidità disciplinare. La notizia era talmente incredibile che temette un mio ravvedimento, in extremis.
In realtà, il matrimonio fu celebrato una settimana dopo, il 31 luglio del 1971 a Ecser, in provincia di Budapest, in modo molto sobrio e “allietato” da alcuni episodi stravaganti, perfino divertenti.
Fra i quali ricordo il ritardo accumulato dai miei due testimoni di nozze, Angelo Capodicasa (futuro presidente della Regione Sicilia) e Giovanni Sacco, ottimo segretario provinciale della FGCI, i quali giunsero in Ungheria in “500”… otto giorni dopo la celebrazione del matrimonio. Furono sostituiti, seduta stante, con mio fratello
Lillo e con Adelaide, collega di lavoro di Ilona alla scuola per l’infanzia.

Nonostante tutto ciò, la nostra unione si è cementata nel tempo. 50 anni non sono robetta. Noto che le persone, più che complimentarsi si mostrano sorprese per la nostra lunga convivenza coniugale. Vogliono conoscerne il “segreto”.

Ricordo che una sera, passeggiando con Jolikè nella centralissima Deak ter di Budapest, ci fermò una ragazza che stava festeggiando con le amiche l’addio al nubilato. Anche lei ci domandò il “segreto” della nostra unione. Le risposi: “La corda lunga”.
“Nem ertem”, la promessa sposa non capì ma non si arrese. Cercai di chiarire l’apodittico concetto con la metafora dell’asino di Vastianu. Pregai Joliké di tradurre.
Il segreto sta nel “legare” il coniuge con una corda piuttosto lunga affinché, se gli va, possa muoversi un po’ liberamente nei dintorni. Poiché, se la corda è troppo corta, potrà spazientirsi e scappare, come fece l’asino di Vastianu che il padrone legò corto per averlo vicino durante la notte.
Dopo una giornata di duro lavoro, l’asino desiderava raggiungere un’asina che pasceva nel podere contiguo, ma ne era impedito dalla corda troppo corta. Spazientito, estirpò “u pizzucu” che l’incatenava e sparì nella vastità della campagna. E, così, Vastianu perse l’asino con tutta la corda…

Un matrimonio contemplativo. Elena si sposa da sola.

3... In tutta la nostra bella vicenda matrimoniale avemmo solo un problema piuttosto serio: mia madre, per “occhiu di populu”, voleva che si celebrasse anche la versione religiosa del matrimonio nel rito cattolico.

Credo che sia venuta in Ungheria per assicurarsi che sarebbe stato officiato con il rito di santa romana chiesa.

Quella mattina era di domenica. La sera precedente erano stati presi accordi con l’arciprete della chiesetta cattolica di Ecser, (era una grossolana bugia affermare che sotto il regime comunista le chiese, i fedeli non godessero della libertà di culto), per la celebrazione del matrimonio religioso.

Si giunse a un compromesso assai complicato, contraddittorio, che vedrò di spiegare riassumendone i termini principali: la funzione in chiesa ci sarebbe stata, ma a sposarsi doveva essere solo Elena; io avrei solo presenziato al mio matrimonio. Insomma, una presenza puramente contemplativa. La trattativa era stata condotta su diversi tavoli e fu fortemente aiutata dal buon vino Tokaj che convinse il prete ad adottare una procedura anomala. Anche mia madre approvò, tanto a lei interessava avere il certificato di matrimonio religioso da portare alla parrocchia di Ioppolo e, eventualmente, esibirlo a qualche curiosa.

A me l’accordo stava un po’ stretto. Tuttavia- di fatto- salvaguardava la mia dignità di non credente.

 

4... E così, verso le 10, 30 di quella domenica (1 agosto 1971) formammo un piccolo corteo, una quindicina di persone in tutto, che si avviò verso la chiesa posta a circa 500 metri da casa.

Camminando, in fila per due sul marciapiedi ombroso e deserto, fui assalito dal dubbio, dal sospetto che, una volta davanti al prete, mi avrebbero pootuto mettere con le spalle al muro.

Temetti l’inganno, uno scherzo da prete. E così, a metà del percorso, mi ribellai a quella pantomina, lasciai il braccio della sposa e scappai verso casa, provocando sconcerto e indignazione nel piccolo corteo. Tuttavia, nessuno alzò la voce o mi corse dietro. Solo Elena tentò di recuperarmi. Impossibile! Veloce come un ratto, in una manciata di secondi, raggiunsi la casa di Petofi utza n. 3. Ritenendo che la porta d’ingresso fosse chiusa a chiave, tentai d’infilarmi dalla finestra, semiaperta, che dà nel salotto.

Questo mio armeggiare allarmò le due donne (Margit Neni- zia Margherita- e sua figlia Katineni (zia Caterina- rimaste in casa (a mia insaputa) che stavano spennando i polli per il regal pranzo nuziale. Pensarono al ladro. Ma le voci, disperate, della sposina svelarono la vera motivazione della fuga.

Udii Margitneni (la cameriera del contrammiraglio Hoythi, dittatore fascistoide fra le due guerre- vedi foto in altra pagina) imprecare contro di me, mentre con una padella in mano mi minacciava a riprendere il mio posto nel corteo nuziale. Così avvenne.

 

5... Fra i pianti Elena e le minacce di zia Margit mollai la presa e ripresi la strada per la chiesa, Il corteo, con in testa mia madre, non si era smosso da sotto quel ombroso albero d’amarene carico di frutti.

Nei villaggi ungheresi si usa piantare ai bordi delle vie alberi di frutta (peschi, amareni, prugni, gelsi, ecc.) Tutta roba utile e di qualità di pertinenza del proprietario della villetta che si affaccia su quel tratto di via, il quale ne cura la crescita e la conservazione.

All’occorrenza, anche i passanti possono assaggiare quelle delizie.

Ma torniamo al corteo che ora, visibilmente rallegrato per il mio ritorno, si ricompose con alla testa gli sposini, e riprese la via verso la chiesa.

Attendemmo all’esterno, in attesa che il prete congedasse i fedeli venuti per la messa. Uscirono alcune vecchiette. Entrò il nostro gruppetto e si dispose nelle prime file. Dietro la sala era

quasi piena. E questo non era nei patti.

Il prete dirà che fu un suo errore, nel senso che al momento del “ite missa est”, aggiunse “Affrettatevi perché ora celebreremo il matrimonio di nostra sorella Ilona con un giovane italiano”.

Figurarsi se quelli si smossero. E così avemmo un pubblico delle grandi occasioni. Altro che intimità, riservatezza!

 

6... Inizia la funzione. Stavo per dire la “finzione”. Il prete si presenta intonacato di bianco, seguito da un vecchio sagrestano.

Prendo posto accanto a Elena. Il prete parla in ungherese. Non c’è traduzione simultanea. Non capisco nulla e non m’interessa capire. Vengo attratto dalle gigantografie di due angeli, vestiti in abiti tradizionali di Ecser (famosa in tutto il mondo per il suo “le nozze di Ecser”) raffigurati, uno di fronte all’altro, sopra l’altare. Si dice che gli angeli non hanno sesso. Qui invece un sesso lo hanno ed è di genere femminile, poiché hanno i volti di due sorelle a noi note: quello di Marika (moglie di Lazi baci) e di sua sorella Ancsa, la salumiera. Entrambe bellissime in gioventù.

Il sagrestano ci porta un cuscino e domanda le fedi. Restiamo un po’ seccati della richiesta. Non era nei patti. Il poveretto non capisce e insiste. Il prete intuisce il nostro disagio e gli fa segno di lasciar perdere. Ma quello continua a insistere. Ovviamente sconosceva gli accordi presi. Il prete, stavolta, interviene con una certa asprezza e il sagrestano scompare dietro l’altare.

I fedeli non capiscono cosa sta succedendo. La ragione del maltrattamento del sagrestano da parte del prete.

La funzione continua ed è tutta per Elena. Io non partecipo; contemplo il mio matrimonio.

Il pranzo nuziale si svolse fra la casa e il giardino, a base di brodo di pollo, arrosti di maiale e tanto vino. Al nostro ristretto parentado si aggiunsero i vicini di casa e le autorità politiche, religiose e

amministrative.

Dal giradischi si levarono le allegre note delle “Nozze di Ecser” e dell’Internazionale. 

 

7... La sposa arriverà a Ioppolo l’8 di ottobre 1971. Ci eravamo dati da fare per farle trovare l’appartamentino al primo piano. Non è granché, tuttavia c’è l’indispensabile per una convivenza dignitosa. Sul far della sera cominciano ad arrivare in visita i parenti, stretti e larghi. Tutti vogliono vedere, salutare (ma più che altro vedere) la muglieri ungherese di Agostino.

Intorno al tavolo grande i parenti, fra un pasticcino e l’altro, confabulavano del più e del meno. A qualcuna le scappò una notazione di meraviglia “Talè che beddra. Comu n’antri è ...!” Chissà come se l’erano immaginata.

L’unico inconveniente che si ebbe quando mia zia Ciccia s’avvide che Elena non aveva la fede all’anulare. Una mancanza gravissima che si prestava a diverse interpretazioni di segno negativo, fra cui quella più temuta del mancato matrimonio religioso. Bisognava provvedere, e subito, prima che lo notassero i parenti.

Con una scusa, chiamarono Elena nella stanza da letto e le infilarono la fede della zia Ciccia che però essendo assai larga le fuoriusciva dal dito. S’industriarono e avvolsero il dito di Elena con alcuni fili di lana e sopra ci appiopparono l’anello. Per sicurezza le consigliano di tenere ben stretta la mano.

Dopo molte insistenze, finalmente mia madre riuscirà a comprare una fede per Elena (io rifiutai categoricamente). Una soluzione monca che poteva dare adito a tanti interrogativi. Perché la moglie aveva la fede, il marito no? Resistetti anche a tali sospetti e ancora oggi, a distanza di 50 anni, sono senza fede. In tutti i sensi. (a.s.) 

 

* dal libro “KOSZONOM** BUDAPEST”- L’amore e l’incanto del suo fiume inquieto”

Pubblicato qui:

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/596155/koszonom-budapest/

** KOSZONOM vuol dire “GRAZIE”

 




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