giovedì 29 agosto - Riccardo Noury - Amnesty International

Kazakistan, libero in cambio del silenzio: così hanno messo a tacere l’attivista che denunciò la Cina

Raramente, negli stati ex sovietici dell’Asia centrale, capita che un prigioniero di coscienza sia rilasciato: è successo il 16 agosto in Kazakhstan ma la buona notizia è tale solo a metà.

Serikzhan Bilash, nato in Cina da genitori kazaki e residente in Kazakistan da oltre 10 anni, è stato fino a quando ha potuto una preziosa fonte di informazioni sulla feroce persecuzione delle minoranze musulmane in Cina.

Nel 2017 ha costituito un’associazione per assistere le famiglie dei kazaki detenuti nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang. Ha chiesto il riconoscimento ufficiale, le autorità gliel’hanno negato e poi lo hanno multato per aver svolto attività nell’ambito di un gruppo non registrato.

Bilash ha collaborato a un rapporto di Amnesty International, pubblicato nel settembre 2018, sugli arresti arbitrari e l’indottrinamento forzato degli uiguri, dei kazaki e di altri gruppi etnici musulmani nello Xinjiang.

L’arresto è avvenuto il 10 marzo 2019, per “incitamento all’odio sociale, nazionale, clanico, razziale, di classe o religioso”. Il “reato” sarebbe stata questa affermazione, fatta un mese prima durante un incontro con la comunità uigura: “Oggi il jihad non è prendere un fucile e andare a combattere in Cina. Il jihad è fare informazione, fare propaganda”. Un’opinione, da condividere o meno, ma un’opinione.

Il 16 agosto Bilash è stato portato di fronte a un giudice e, a insaputa del suo avvocato e nottetempo, ha evitato una condanna a sette anni di carcere patteggiando il rilascio in questi termini: l’ammissione di colpevolezza, una multa di 300 dollari, il divieto di viaggio per tre mesi e l’impegno a non fare più campagne sui diritti umani in Cina.

Le autorità del Kazakistan non mostrano alcuna preoccupazione per la sorte dei loro cittadini detenuti in Cina. Anzi, collaborano attivamente con Pechino: lo scorso anno hanno negato l’asilo politico a Sayragul Sautybai, una ex istruttrice di un campo di rieducazione cinese, dunque testimone diretta.

Sautybai è stata arrestata e minacciata di rimpatrio forzato ed è riuscita fortunosamente a lasciare il Kazakistan. Le autorità di Pechino hanno ringraziato ufficialmente il fedele alleato per il contributo al loro “programma di deradicalizzazione”.




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