martedì 27 ottobre - Enrico Campofreda

Kabul, sangue studentesco

Il rito della morte esplosiva s’è ripetuto a Kabul. Copioni collaudati e mai frenati, per incapacità, mancanza di volontà, impossibilità. Il kamikaze che s’è fatto saltare in aria portando con sé una trentina di studenti e ferendone altrettanti nell’area ovest della capitale, presso l’Istituto Kawsae-e Danish, è un miliziano dell’Isil.

Il gruppo fondamentalista ha rivendicato l’attentato senza fornire prove. I talebani hanno rigettato ogni responsabilità. Com’era accaduto nel maggio scorso, quando alcuni jihadisti del Khorasan avevano sparso sangue di neonati e madri hazara, a perdere la vita sono stati adolescenti sciiti fra i diciassette e diciotto anni che si recavano nel centro per prepararsi alla prova d’ammissione universitaria. Un dispaccio delle Forze di sicurezza afferma che l’attentatore aveva provato, senza esito, a entrare nell’edificio dove il numero dei giovani che avrebbe potuto colpire era decisamente superiore a quelli decimati fuori. Saltati in aria anche alcuni agenti di polizia che vigilavano l’ingresso, una protezione introdotta dal governo dopo un simile attentato che nell’agosto 2018 aveva sfregiato un’altra scuola nel quartiere di Dasht-e Barchi. Comunque la misura non ha preservato il luogo dall’ennesima esplosione. I filtri sarebbero dovuti essere molto più fitti, ma il sito non era certo d’importanza strategica come i palazzi governativi, ed era dotato solo d’un simulacro di sicurezza. A mescolare ancor più le carte – è già accaduto in molti attentati – è stato l’abbigliamento del kamikaze: non il turbante miliziano bensì una divisa militare che lo rendeva del tutto simile ai veri soldati posti a presidio.

Alcuni testimoni hanno riferito che dopo l’esplosione, fra gli studenti e i passanti accorsi a prestare soccorso, qualcuno filmava la scena col proprio cellulare. I poliziotti intervenuti fermavano quei giovani, sequestrando i telefonini. “Non siete in grado di proteggerci e ci sequestrate” gridavano quegli studenti, non è servito a nulla. La morte violenta che da decenni straccia il Paese, nonostante le ultime sedicenti intenzioni di consolidare un futuro di coesistenza pacifica, vede altrove protagoniste le forze talebane. Nelle province dove i comandi dei turbanti contano molto più dei governatori di Ghani, i taliban hanno ripreso le offensive contro l’esercito afghano. Nei giorni scorsi era stata Emergency a lanciare un sos internazionale dalla provincia dell’Helmand, dov’è presente con un proprio centro chirurgico per vittime di guerra dal 2004. Il portavoce dell’ong sottolineava che dalla prima decade di ottobre avevano ricoverato e curato oltre cento pazienti, poi dal 19 del mese c’era stata un’impennata di arrivi. Una sequenza disperata, addirittura una cinquantina in un giorno, alcuni dei quali gravissimi e deceduti dopo poche ore. Nell’Helmand si registrano evacuazioni di decine di migliaia di persone che cercano riparo altrove. Ma anche le province di Farah, Kandahar, Kunduz e Badakhshan sono sconvolte da azioni di guerra più che di guerriglia. I tavoli aperti, non solo non annunciano la pace, non marcano neppure una tregua. 

Enrico Campofreda

 




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