lunedì 9 novembre - Enrico Campofreda

Kabul, salta in aria il volto di Tolo tv

Per l’attentato del 7 novembre a Kabul, non c’è stata rivendicazione. Almeno per ora. Ma l’uccisione di uno dei più noti volti di Tolo tv, Yama Siawash, fatto saltare in aria assieme a due persone da un ordigno piazzato sotto il suo camioncino di servizio, può far comodo a ogni componente bombarola, talebana o statoislamista. 

Ad accorrere verso il veicolo avvolto dalle fiamme sotto la casa del giornalista sono stati il padre e il fratello, ma i soccorsi sono risultati vani, probabilmente il congiunto era deceduto con l’esplosione, prima che il fuoco avvolgesse l’abitacolo. Da poco tempo Siawash prestava servizio presso la Banca Centrale afghana in qualità di consigliere. La polizia sta indagando, ma come ogni inchiesta locale, sarà difficile chiarire se le cause dell’attentato possano essere riconducibili alla nota attività comunicativa dell’uomo o alla recente collocazione che inevitabilmente l’avvicinava ai palazzi del potere. Sia Abdullah, attualmente al vertice del gruppo di conciliazione nazionale che presiede i colloqui inter-afghani, sia il presidente Ghani hanno bollato il crimine come ‘imperdonabile’. Com’era già accaduto per l’attacco lanciato all’Università di Kabul, rivendicato dall’Isil e attribuito ai talebani da parte del vicepresidente Saleh, anche in questa circostanza un membro governativo accusa una fazione talebana. Il ministro dell’Interno sostiene che ci sia la mano del network di Haqqani, un clan dissidente dell’area taliban, poco propensa alle trattative in corso assunte dalla maggioranza della Shura di Quetta.

Dopo un iniziale tentennamento, il gruppo di Haqqani, è parso accettare la posizione interlocutoria scelta dalla maggioranza dei turbanti, non è chiaro in base a quale informazioni e convincimenti il responsabile degli Interni sostenga la sua tesi. Rispetto a quanto s’è visto da un anno a questa parte, dopo un iniziale adesione al cessate il fuoco, i talebani in varie province hanno ripreso l’offensiva contro obiettivi militari afghani, sottolineando appunto la tipologia dei soggetti colpiti. Ed escludendo altri attacchi. A rigor del vero nei mesi scorsi anche l’Afghan Security Forces ha ripreso i combattimenti contro le milizie talebane. Fra loro la pacificazione non esiste neppure sulla carta. Mentre i gruppi jihadisti, quello del Khorasan risulta il più strutturato, nel proseguire agguati e attentati offrono la doppia dimostrazione di poter agire contro chiunque e beffano gli stessi talebani sulla scottante questione del controllo del territorio. Alcuni osservatori sostengono che le ipotesi di addebitare ai turbanti attentati come l’attuale a Siawash oppure il precedente all’università (lì le vittime sono salite a ventiquattro) sia opera propagandistica della componente governativa che disdegna l’accordo coi taliban. Una posizione incarnata in primo luogo dal presidente Ghani. Frattanto l’ufficio statistico delle Nazioni Unite ha calcolato nel Paese un aumento del 50% di violenze negli ultimi tre mesi. Fra le vendette trasversali consumate in questi giorni spicca quella verso Zarifa Ghafari, attivista che Ghani ha scelto come sindaco di Maidan Shahr, capitale del Wardak. Un paio di giorni fa le è stato ucciso il padre.

Enrico Campofreda




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