martedì 3 novembre - Enrico Campofreda

Kabul come Vienna, insanguinate dal Daesh

Chi spara e uccide oggi a Kabul e lo rivendica con decisione e orgoglio è lo Stato Islamico del Levante. Il suo commando ha lasciato straziati a terra e sui banchi di studio ventidue ragazzi colpevoli di volersi laureare, per provare a uscire dalla spirale dell’ignoranza e del fanatismo da cui le milizie del terrore reclutano soprattutto i kamikaze.

 E mentre lo stesso terrore percorre le strade d’Europa - dove altre armi da guerra imbracciate da miliziani in bianco infondono paura seminando morte - il jihadismo d’Oriente sancisce in Afghanistan la ripresa della sfida interna coi titolati taliban. Questi, impegnati da oltre un anno nella defatigante trattativa prima con gli States, ora col governo di Kabul, patteggiavano e garantivano una tregua che di fatto non è mai esistita. Ma, un conto è violarla di propria iniziativa per condizionare gli interlocutori a Doha, altro diventa subirla da avversari interni (un pezzo del jihadismo dell’Isil proviene dalla dissidenza talebana) che li mettono in difficoltà sul controllo del territorio. In realtà la sicurezza della capitale sarebbe compito dell’esercito afghano. Ma la ridda di azioni sanguinarie succedutesi negli anni in centro città, dimostrano che quei reparti super armati non sono in grado di tutelare nulla. Così Kabul è da tempo terra di tutti e di nessuno. Certo, gli uomini di governo restano blindati nelle proprie roccaforti, si spostano blindati sugli Apache statunitensi e quando, raramente, viaggiano, più all’estero che in altre province del Paese lo fanno volando da una base aerea Usa a un’altra. Ne esistono undici nelle trentasei province e nessun accordo ha deciso di smantellarle. Secondo un copione consolidato e notissimo, vari attentati anche ad autorità o al cospetto di esse, com’è accaduto nell’autunno scorso, hanno mostrato terroristi inseriti nei reparti militari fedeli al regime.

Questo regime liquefatto che gli stessi talebani incontrano per opportunismo diplomatico, poiché devono concordare con esso le cariche politiche che andranno ad acquisire, diventa l’obiettivo dello Stato Islamico del Khorasan che lancia assalti al sistema attuale per colpire anche la presunta stabilità dell’immediato futuro. Alcuni particolari relativi all’attacco possono suggerire ulteriori letture. Innanzitutto il già citato obiettivo studentesco, appena due settimane fa era stato colpito un istituto frequentato dalla comunità hazara, anche in quest’occasione c’è di mezzo un riferimento allo sciismo o meglio alla nazione dove questo culto impera: l’Iran. Nella struttura accademica si stava inaugurando un’iniziativa incentrata sui libri iraniani. E l’Iran, confinante ingombrante che come il Pakistan mira a condizionare le vicende afghane, è odiatissimo dal fondamentalismo salafita ispiratore della “umma jihadista”. Eppure una voce di peso nei palazzi di Kabul smonta questa versione. Il vicepresidente Saleh, scampato a diversi attentati, l’ultimo nello scorso settembre, sostiene che dietro l’agguato all’Università ci siano i talebani. Dice di ricavarne la prova dal tipo di armi utilizzate dai miliziani, tipiche dei turbanti. L’afferma dall’alto della sua competenza in materia di sicurezza. Poi ci sarebbe una frase tracciata sul muro in una classe, che recita “lunga vita ai talebani”. Dal sito Tolo-news gli risponde piccato il portavoce degli studenti coranici, sostenendo come Saleh lavori solo per diffamare i taliban.

Enrico Campofreda




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