mercoledì 31 marzo - Enrico Campofreda

Jedi, il caccia buono che ha smesso di volare

C’è un ardente compiacimento propagandistico-patriottico, e ovviamente aziendal-tecnologico, nell’odierno articolo sul più filoamericano fra i quotidiani italiani: La Repubblica diretta da Maurizio Molinari. 

Dalla servitù militare Nato di Perdasdefogu, presso il poligono di addestramento di Salto di Quirra, in provincia di Nuoro, l’inviato lancia un reportage che decanta le meraviglie del bimotore C-27 Jedi (Jamming Electronic Defense Instrumentation) uno dei protagonisti della guerra elettronica utilizzato a sostegno di quelle che, da almeno due decenni, vengono etichettate come “missioni di pace”. L’articolo riepiloga minuziosamente le qualità del velivolo capace d’interdire le frequenze usate da miliziani d’ogni tendenza - ultimamente i restanti jihadisti dell’Isis, un tempo i taliban - cui l’aereo impedisce contatti radio e la possibilità d’usare le frequenze per attivare ordigni esplosivi a distanza. Una guerra elettronica dal cielo che disarma le capacità di fuoco nemiche, soprattutto se quest’ultimo non è dotato di sistemi simili… Invitando all’amena lettura lasciamo ai più avidi di scenari d’impari guerra i passaggi che descrivono come “i ‘Lupi’ gli aviatori del 98° gruppo di Pisa e i ‘Corvi’, gestori dell’apparati elettronici” s’integrano nell’esercitazione alla guerra buona, quella intenzionata a disarticolare il nemico senza colpo ferire, impedendogli di far male. Sugli schermi s’avvia un “bombardamento invisibile che si trasforma in istogrammi… Uno tsunami elettronico di onde blu che travolgono la linea rossa del segnale avversario, fino a spezzarlo” . E vai!!! Quindi il cronista-soldato Di Feo (autore del reportage) ricorda che in Afghanistan il Jedi ha compiuto tante operazioni di tal fatta. Sul sito del nostro Ministero della Difesa viene ricordato il momento della sua dismissione (https://www.difesa.it/OperazioniMilitari/op_int_concluse/ISAF/notizie_teatro/Pagine/Afghanistan_C27JJEDI_rientra_Italia.aspx).

Era il 2014, Jedi aveva lavorato per due anni interi, 800 missioni Isaf per 2800 ore di volo, condotte a supporto dell’aviazione statunitense che prima di sancire, con la seconda amministrazione Obama un graduale disimpegno bellico, bombardava, con ordigni veri, intere aree abitate da civili. Quando le vittime afghane, e non i miliziani talebani, diventavano ingombranti sui calcoli compiuti dagli stessi organismi delle Nazioni Unite, come l’Unama, il Pentagono e poi la Casa Bianca emanavano dispacci che parlavano di “danni collaterali” e in qualche circostanza d’errore umano, peraltro mai indagato né perseguito da nessun Tribunale, all’Aja o altrove, interessato a crimini di guerra. Certo possiamo immaginare che, fra i professionisti della guerra buona, bloccare le armi nemiche insinua se non proprio ragioni umanitarie, sicuramente pochi sensi di colpa. Niente a che vedere col ruolo dell’impiegato della morte, che dalla sua postazione su un pc sito in Virginia o in una base aerea, magari più esposta perché lontana decine di migliaia di miglia da casa, chessò a Bagram o Jalalabad, clicca sulla tastiera dando l’input ai missili piazzati sui droni che svolazzano al posto degli aquiloni. Eppure Jedi, che è un orgoglio italico, “produzione Leonardo, mentre hardware e software sono realizzati dai militari Restorage (Reparto supporto tecnico e operativo di guerra elettronica, ndr) di Pratica di Mare”, è stato ritirato dagli scenari della guerra afghana, diversamente dagli F16, F35, E11A, Reaper che hanno continuato a seminare morte fra la gente. Ai propri lettori gli esperti bellici de La Repubblica potrebbero rivelarne i motivi. 

Enrico Campofreda

 

 

 




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