martedì 6 aprile - UAAR - A ragion veduta

Italia zona rossa, si può sempre andare a messa

Quest’ultimo anno di restrizioni imposte ai luoghi della socialità ha visto affermarsi con nettezza la frase più nota del Marchese del Grillo. Non viene pronunciata, ma le parole “mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete …” si possono idealmente sentire uscire dalla bocca di ogni ministro di culto. 

Rivolte al mondo della cultura, dell’associazionismo, della ristorazione, del turismo, dello sport. Se le messe sono le uniche occasioni in cui si può radunare pubblico lo si deve a una politica i cui modi di governare ricordano ancora quelli della Roma papalina in cui è ambientato il film di Mario Monicelli.

Eccetto gli integralisti che danno per scontata la superiorità di tutto ciò che ha a che fare con la (loro) religione, nessuno ha davvero capito perché, se non si può andare a teatro, si può invece andare a messa. L’eccezione per il culto è talvolta giustificata in quanto sarebbe questione di vitale importanza per i credenti. Argomentazione traballante al cospetto del principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. E a ben vedere poco rispettosa dei fedeli, trattati come esseri incapaci di seguire regole a tutela della salute pubblica, delle quali possono e devono farsi carico solo le persone meno fragili di loro.

 

Non è stata solo l’Uaar ad accorgersi e a segnalare questa curiosa forma di uguaglianza di fronte alla legge in cui c’è qualcuno più uguale degli altri. Qualche esempio recente: i commercianti di Imola hanno fatto notare al sindaco, che aveva annunciato la celebrazione della messa del Crocifisso rispettando le regole vigenti, che “noi dobbiamo restare chiusi, nessuno ci dà una speciale autorizzazione per restare aperti”. Buttandola sull’ironia il Trio Medusa ha elogiato l’unica forma di teatro che non ha chiuso i battenti, e che continua sempre ad andare in scena nelle chiese. Più diretto è stato Stefano Massini a Piazza Pulita (La7): “Non siamo davanti a una precauzione sanitaria, ma a una vera e propria presa per il culo. […] Mentre il diritto al culto viene ritenuto un diritto assolutamente intoccabile, il diritto alla bellezza, il diritto al senso critico, il diritto alla cultura sono diritti che possiamo buttare per terra e calpestare».

A far finta di nulla sembra essere solo la politica. Il livello di laicità è talmente basso che risulta degna di nota l’ovvietà contenuta nell’appello del presidente della Puglia Michele Emiliano ai suoi corregionali: “Bisogna, durante queste feste, ridurre al massimo ogni occasione di incontro: le messe si possono seguire in tv”. Certo, sì è limitato a una dichiarazione, non ha emesso un’ordinanza. Ma è pur sempre un minimo sindacale che, dalle parti del presunto governo dei migliori, né il ministro Speranza né il presidente Draghi hanno raggiunto.

Roberto Grendene

 



2 réactions


  • Renzo Riva Renzo Riva (---.---.---.137) 7 aprile 02:43

    Siete dei derelitti senza radici.


  • angelo umana angelo umana (---.---.---.73) 10 aprile 10:53

    Condivisibilissimo articolo. Sottolinerei che è dubbio che la libertà di culto, in uno Stato laico, sia rispettata x tutti i culti, forse il privilegio di riunirsi per la loro rappresentazione teatrale, o rito ripetuto pedissequamente (sarebbe interessante chiedere ai cattolici osservanti mentre escono dalla chiesa che cosa hanno appreso dalle parole predicate dal prete officiante) è un privilegio non concesso a religioni nuove venute, ma solo a quella riconosciuta dai patti lateranensi nel 1929. Che poi le manifestazioni di fede debbano necessariamente farsi nelle chiese - certo, altrimenti disabitate - è da ritenere un’ipocrisia, il proprio dio si può invocare al chiuso di sé stessi o in solitudine, in cima a una montagna. Speriamo di poter ricelebrare presto il rito di andare al teatro o al cinema per nutrire la mente, per arricchirci davvero, ove non si ripetono parole di fede dal significato ignoto ai più. Sarebbe bello poi che le chiese svuotate, di vocazioni e di fedeli, venissero utilizzate x ricoverarci la povera gente o gli immigrati senza casa, così compiendo opere veramente buone, come nel film Il Villaggio di Cartone il regista Ermanno Olmi ci mostrò.


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