Iran, impiccato per un reato commesso a 14 anni
Il diritto internazionale vieta nella maniera più assoluta la messa a morte di persone che, al momento del reato, avevano meno di 18 anni. Lo stabiliscono, in particolare, il Patto internazionale sui diritti civili e politici e la Convenzione sui diritti dell’infanzia, che l’Iran ha ratificato.
Proprio l’Iran, insieme all’Arabia Saudita, è noto per violare questo divieto: solitamente la sentenza viene eseguita quando la persona condannata è diventata maggiorenne ma il reato è stato commesso, sempre se sia stato commesso, ben prima.
Come nel caso di Meysam Irandegani, che di anni al momento del reato per il quale era stato condannato a morte ne aveva appena 14. Il ragazzo, appartenente alla minoranza dei beluci, è stato impiccato il 21 luglio a Iranshahr, nella provincia del Sistan e Belucistan.
Secondo quanto ha ricostruito l’organizzazione iraniana per i diritti umani Hengaw, Irandegani era stato arrestato quattro anni e due mesi fa al termine di un litigio avvenuto nella carrozzeria in cui lavorava, nella città di Kash.
Il motivo dell’alterco? Irandegani aveva rifiutato la richiesta di quattro uomini di smontare un’auto rubata. Era intervenuto a difenderlo il nonno, che lavorava in un panificio vicino, ed era stato picchiato. Per difenderlo e difendersi, il ragazzo aveva accoltellato a morte uno degli aggressori.
Oggi a Roma, alle 19 in Campidoglio, il movimento Donna Vita Libertà manifesterà per dire no alla pena di morte, alla repressione interna e agli attacchi esterni e per rivendicare il diritto delle iraniane e degli iraniani a decidere del proprio destino.
