lunedì 24 agosto - Riccardo Noury - Amnesty International

Iran, condannato a morte a neanche 15 anni: ne ha trascorsi 18 in carcere

Mohammad Reza Haddadi si trova nel braccio della morte della prigione di Shiraz. Vi ha trascorso più della sua vita: nato nel 1988, c’è entrato nel 2002. Ha trascorso più di metà della sua vita in carcere.

 

Mohammad è uno delle decine di minorenni al momento del reato in attesa dell’esecuzione nelle carceri iraniane. I giudici lo hanno ritenuto colpevole di un omicidio, assieme ad altri tre complici, durante un furto d’auto nella città di Kazerun.

Come in molti altri casi del genere, è emerso che i complici, tutti maggiorenni, lo avevano convinto ad accusarsi dell’omicidio, promettendogli anche una ricompensa, spiegandogli che in quanto minorenne non sarebbe stato messo a morte. Con quest’inganno, Mohammad si dichiarò inizialmente colpevole.

Finora, convincere la giustizia iraniana del contrario non è stato possibile. Per ben sei volte la sua esecuzione è stata annunciata per poi essere annullata a seguito delle proteste internazionali.

Ma Hossein Ahmadi-Niaz, uno dei suoi avvocati, non demorde. Come ha dichiarato a Iran Human Rights, essendo stato dimostrato nel corso del lungo procedimento giudiziario che Mohammad non aveva raggiunto una maturità intellettuale sufficiente da rendersi conto delle conseguenze del reato che stava compiendo, la sua confessione ai sensi dell’articolo 91 del codice penale islamico del 2013, non ha alcun valore legale. La Corte suprema sta attualmente esaminando un ricorso basato su questo punto.

L’Iran è uno dei pochi stati al mondo in cui, in violazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia che sarebbe tenuto a rispettare, vengono messi a morte minorenni al momento del reato: nel 2019 ci sono state almeno quattro esecuzioni del genere e altrettante finora nel 2020.




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