lunedì 14 settembre - Riccardo Noury - Amnesty International

Iran, condanna a morte annullata ma è stato ugualmente impiccato

Il 3 agosto Omid Behzad, studente curdo di Urmia, e Pouria Safvat, cittadino turco (a sinistra e a destra nella foto), sono stati impiccati in Iran per “spionaggio in favore di Israele”.

Si è trattato, rispettivamente, dell’undicesima e della dodicesima esecuzione di persone arrestate durante la “guerra dei 40 giorni” con gli Usa e Israele e sospettate di essere spie.

Il sistema giudiziario iraniano è noto per applicare la pena di morte al termine di processi-farsa, in cui spesso le uniche prove a carico degli imputati sono “confessioni” estorte con la tortura.

Ma nel caso di Omid Behzad, uno studente di 21 anni dell’Università islamica Azad di Urmia, si è andati persino oltre. Due giorni prima dell’impiccagione, la Corte suprema aveva annullato la sua condanna a morte.

Evidentemente, persino i giudici si erano resi conto dell’inconsistenza delle “prove”: l’uso di una rete virtuale privata per accedere alla rete durante i 100 giorni di blackout di Internet e l’iscrizione a un canale Telegram di un gruppo di opposizione in esilio.

Chi, nonostante ciò, ha dato via libera alla sua esecuzione?




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