giovedì 11 settembre 2025 - Laura Tussi

Intervista a Giorgio Riva che appoggia il Global Women’s Strike

Intervista a Giorgio Riva che appoggia il Global Women’s Strike, campagna per il reddito di cura e i movimenti per Gaza a Londra e in tutto il mondo

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

Giorgio Riva appartiene a Payday men’s network, una rete internazionale di uomini Neri e bianchi, gay, trans ed etero che lavora con il Global Women’s Strike (Sciopero Globale delle Donne), impegnata in una campagna per il reddito di cura.

Puoi parlarci del tuo attivismo e del tuo impegno per la pace?

Prima di tutto mando un saluto militante dalla Londra delle grandi manifestazioni, 29 in totale, che hanno visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, fino a un milione. L’ultima, tre settimane fa, ha radunato 300.000 persone. Ma Londra è anche la città del picchetto settimanale a cui Payday partecipa, organizzato dalla Rete Internazionale Ebraica Anti-Sionista (IJAN).

Qual è l’obiettivo di questo picchetto?

IJAN chiede l’espulsione dell’ambasciatrice israeliana nel Regno Unito, Tzipi Hotovely, che ha dichiarato in televisione che uccidere 600.000 Palestinesi era accettabile e che il numero dei bambini uccisi dall’esercito israeliano è “irrilevante”. Il picchetto è iniziato il 23 ottobre 2023 davanti alla sua casa ed è proseguito in vari luoghi, anche se la polizia, in combutta con i sionisti, lo ha bandito da diverse zone. L’ultimo, il 95°, si è svolto il 29, per la prima volta davanti all’ambasciata israeliana.

Ci sono voci significative che si esprimono in queste iniziative?

Sì, ad esempio Sam Weinstein di IJAN, che ricorda sempre la tradizione ebraica di figure come Marek Edelman, leader dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia, che affermava che gli ebrei stanno sempre dalla parte degli oppressi, mai degli oppressori. Sam sottolinea che oggi molti ebrei si muovono in questa direzione: a New York, due terzi degli ebrei sostengono il candidato sindaco Zohran Mamdani; a Vienna, più di mille ebrei anti-sionisti si sono riuniti a luglio; a Tel Aviv, centinaia di migliaia manifestano per gli ostaggi, e sempre più spesso emergono immagini dei bambini uccisi a Gaza. Cresce anche il numero di soldati che rifiutano di tornare a combattere e di giovani refusenik pronti a finire in carcere pur di non servire nell’esercito israeliano.

E i media come si pongono di fronte a queste mobilitazioni?

La RAI non è l’unica che tace o balbetta su Gaza. Lo stesso fa la BBC. Qualche mese fa, addirittura, una manifestazione contro la BBC è stata bloccata dalla polizia che ha denunciato parlamentari e attivisti.

Hai accennato a Gaza e al dramma dei bambini. Cosa ci puoi dire?

A Gaza si parla ormai di genocidio. Gli israeliani sparano ai bambini sui testicoli: in Sudafrica lo hanno definito un genocidio riproduttivo. Intanto cresce la repressione internazionale contro il movimento che denuncia il genocidio. Ricordo anche la definizione di Palestine Action come organizzazione terroristica, voluta dal governo nazional-socialista di Keir Starmer.

Nonostante tutto, sottolinei spesso la dimensione internazionale della lotta.

Esatto. Dobbiamo sempre tenere a mente che facciamo parte di un movimento mondiale. Ciò che facciamo oggi lo fanno milioni di persone negli Stati Uniti, a Barcellona, Atene, Città del Messico, nello Yemen. Abbiamo visto 300.000 persone sul ponte di Sydney, e in Australia 40 eventi lo stesso giorno. A Parigi, oggi, Euro/Palestine organizza una manifestazione a Notre Dame de Lorette. Eppure i media non ne parlano: eppure basterebbe guardare YouTube. Non vogliono che si sappia dell’esistenza di un movimento internazionale. Noi però abbiamo i nostri telefoni: ogni messaggio fa il giro del mondo in pochi secondi.

C’è qualche episodio concreto di boicottaggio che ritieni importante segnalare?

Sì, un fatto significativo riguarda il sindaco di Bari, Vito Leccese, che prima ha consegnato le chiavi della città a Francesca Albanese e poi ha bandito Israele dalla Fiera del Levante. A Vicenza è stata presentata una mozione per bandire Israele dalla Fiera dell’Oro.

Nelle tue parole emerge anche il ruolo delle donne.

È fondamentale. Il lavoro di cura delle donne palestinesi, il sostegno ai figli e ai compagni feriti o in carcere è una forza insostituibile. Si parla giustamente dei bambini morti, ma troppo poco delle madri che non sono riuscite a salvarli o sono morte con loro. Senza il lavoro di cura, nessuna resistenza può sopravvivere. Per questo Women of Colour in the Global Women’s Strike partecipa dal primo giorno al picchetto organizzato da IJAN. Io stesso l’ho imparato da mia madre, che durante la Resistenza portava da mangiare ai suoi fratelli in montagna e faceva da tramite con i GAP in città.

Guardando al presente, cosa ti colpisce di più di questo movimento globale?

La sua forza e la sua ampiezza. Tutto il movimento internazionale si riconosce in un obiettivo comune. E posso dire, avendo vissuto il ’68, che questo è meglio, non ha precedenti. In centinaia di lingue e accenti diversi gridiamo tutti insieme: Palestina Libera! Free, free Palestine!

Laura Tussi




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