giovedì 1 ottobre - Enrico Campofreda

India, sbriciolare la storia per soffocare altre fedi

Fra l’assoluzione totale, dopo circa trent’anni dai fatti, degli assalitori hindu della Babri Masjid - edificata nell’era moghul (XVI secolo) nella città di Ayodhya, India settentrionale - e la protezione di cui godono gli edificandi luoghi di culto della maggiore confessione del Paese passa una storia per nulla pacifica fra hinduismo e islamismo. 

Religioni contro, che si sono combattute anche violentemente nei secoli passati, con azioni simili compiute su entrambi i fronti. Eppure nell’India post coloniale, e ancor più nella moderna nazione voluta dal Mahatma Ghandi e Nehru, le forme d’ogni fanatismo, soprattutto quello confessionale, erano bandite e isolate. Si cercava la convivenza sulla base di quel multiculturalismo e di quella multi religiosità esistenti da oltre un millennio. Sebbene il fondamentalismo dell’hindutva, l’estremismo hindu filo fascista e razzista, aveva continuato ad agire organizzando movimenti politici e formazioni paramilitari. Un’eredità raccolta da quando esiste (1980) dal Bharatiya Janata Party, il partito che negli ultimi anni guida il Paese. Proprio alcuni esponenti legati alla formazione di governo (compresi vari ex ministri, e qualcuno assai anziano come Lal Krishna Advani, mentore di Narendra Modi) oggi sono stati graziati dalla Corte Centrale d’Investigazione riunita a Lucknow, motivo: la “mancanza di evidenza” nell’assalto, secondo i giudici “non pianificato”. Eppure nel dicembre 1992 molte migliaia di affiliati al ‘familismo hindu’ lavorarono con picconi e pale per azzerare quel luogo di culto e testimonianza storica. Asserivano che sotto le fondamenta ci fosse un tempio di Ram, divinità hindu, distrutto all’epoca moghul per creare quella moschea. In altre situazioni ci furono demolizioni (distruttore di templi hindu fu il sultano di origine afghana Sikander, alla fine del XV secolo). Ma ad Ayodhya storici e archeologi hanno sempre escluso quest’evento.

Ma quell’edificio era un simbolo, in una regione l’Uttar Pradesh a corposa presenza musulmana, e in una fase in cui l’hinduismo più fanatico, riunito nella Rashtriya Swayamsevak Sangh, cercava di ampliare il proprio seguito fra i fedeli e gli elettori. Nei primi giorni di quel dicembre l’ultradestra hindu organizzò carovane di seguaci verso il luogo dove avrebbe dovuto ‘risorgere’ il tempio di Ram, che poi coincideva con la Babri Masjid. Gli eventi, peraltro ampiamente documentati da immagini e filmati, confutano completamente il dispositivo dell’attuale verdetto: la distruzione fu pianificata, organizzata e portata a termine. E non contenti di polverizzare il luogo di culto i fondamentalisti si lasciarono dietro un’ampia scia di sangue con duemila vittime, in gran parte islamiche. Da quell’azione la vita comunitaria indiana è stata modificata, perché periodicamente si sono verificati episodi di assalti e violenze fra gli indiani hindu e islamici.

Così fu negli anni Novanta a Bombay, a inizio millennio nel Gujarat, poi sempre nell’Uttar Pradesh a Muzaffarnagar, nel 2019 in Kashmir che ha perduto costituzionalmente la sua autonomia. E durante le chiusure per l’avvio dell’epidemia Sars CoV2 nella capitale Delhi. Il verdetto non ha tenuto in alcuna considerazione numerose testimonianze oculari di giornalisti e fotografi presenti all’epoca dei fatti, che ricordavano come proprio Advani impedì la presenza della polizia per disperdere i facinorosi. E la sentenza fa da corona ai passi attuati dal governo per l’edificazione di un grande tempio hindu ad Ayodhya. Lavori avviati quest’estate, con una cerimonia presieduta dal premier medesimo che ha scelto un’altra data simbolica, il 5 agosto, anniversario della contradditoria cancellazione dell’autonomia del Kashmir. Inutile sottolineare come a vigilare su questo cantiere ci siano le forze dell’ordine. Mobilitate a tempo pieno.

Enrico Campofreda




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