venerdì 31 luglio - Osservatorio Globalizzazione

Il libro nero dei crimini statunitensi in Vietnam

Sono innumerevoli le atrocità che furono commesse in Vietnam da parte degli Stati Uniti. In queste pagine cercheremo di offrire al lettore una rassegna abbastanza indicativa che tuttavia non può essere esaustivo ma sufficiente perché il lettore si renda conto che la guerra teorizzata dai manuali di scienze strategiche e nelle asettiche aule universitarie e dei centri di ricerca è una cosa la guerra reale è tutt’altra cosa.

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 Il testo al quale faremo riferimento è quello di Nick Turse autore del saggio “Così era il Vietnam. Spara a tutto ciò che si muove” (Piemme,2015). Partendo dai risultati posti in essere sia dalla Scuola di medicina di Harvard che dall’Istituto di medicina della Università di Washington le vittime complessive durante la guerra del Vietnam furono di tre milioni dei quali due tra la popolazioei civile.

Il saggio del giornalista americano non si basa solo sui documenti segreti che vennero prodotti dal Vietnam War Crimes Working Group ma anche su numerose interviste fatte da Turse ai reduci del Vietnam. Naturalmente gran parte degli atti processuali o delle indagini che vennero condotte dall’ esercito e dai marines sui crimini di guerra commessi durante la guerra del Vietnam sono scomparsi.

Questo saggio dovrebbe essere letto in parallelo alle inchieste che furono fatte a partire dall’articolo di Norman Poirier dal titolo “Un’atrocità americana” pubblicato su “Esquire”, a partire dal resoconto di Daniel Lang sul Times nell’ottobre del 1969 intitolato “Vittime di guerra “ e infine dalle inchieste sugli avvenimenti di My Lai pubblicati da Seymour Hersch nel 1969.

Inutili furono i tentativi di insabbiamento da parte dei vertici politici e militari americani come dimostra chiaramente l’esito fallimentare della task force – nota come Cowin – voluta dal generale Westmoreland. Ma fu certamente l’Associazione dei reduci di guerra che arrivò a contare circa 10.000 membri all’inizio degli anni ‘70 che ebbe modo di rivelare le atrocità commesse durante la guerra del Vietnam. Quando nel marzo del 1971 sul Times apparve il saggio di Neil Sheehan – un ex reduce dell’esercito che aveva trascorso tre anni come corrispondente di guerra nel sud-est asiatico – con un titolo choc ma significativo: “Dobbiamo celebrare i processi sui crimini di guerra?” e Daniel Ellsberg pubblicò i Pentagon Papers le responsabilità dei vertici politici e militari furono chiare . Come ebbe modo di sottolineare la Commissione internazionale di inchiesta sui crimini statunitense in Indocina che si riunì a Oslo nel 1971: “i crimini commessi in Indocina non sono il risultato di azioni di singoli soldati ufficiali ma sono la conseguenza delle strategie a lungo termine portata avanti dagli Stati Uniti nel sud-est asiatico, e il fardello della responsabilità deve essere addossato principalmente su chi ha deliberato tali decisioni“.

I souvenir dell’orrore e l’addestramento militare

Partiamo dalla costatazione – non quindi dall’assunto – che i soldati americani trattavano i vietnamiti come essere subumani. Dimostrare la credibilità di questa tesi è estremamente e drammaticamente agevole. Il figlio del celebre generale Patton – e cioè Patton junior – era conosciuto dalle truppe americane per un macabro souvenir che era solito tenere sulla scrivania e cioè un teschio di un soldato vietnamita che portava con sé addirittura alle feste di addio o al termine dei suoi turni di servizio; alcuni soldati semplici invece tagliavano le teste ai soldati morti per tenerle, venderle o scambiarle con i premi che i comandanti offrivano loro. Tuttavia, molto più numerosi erano quei soldati che tagliavano le orecchie alle loro vittime utilizzandole come trofei donati ai superiori come regali o come prove per confermare il numero dei nemici abbattuti. Esistono tuttavia casi in cui le reclute conservavano le orecchie dei soldati uccisi portandole al collo con dei lacci o esibendoli in qualche altro modo.

Un altro macabro rito era quello praticato da alcuni reparti americani che tagliavano le teste dei cadaveri piazzandoli in cima o a delle aste o a dei pali con lo scopo di terrorizzare i guerriglieri che abitavano nelle zone limitrofe.

Un’altra pratica usata con una certa frequenza era quella di lanciare i cadaveri dagli aerei per determinare un effetto psicologico di terrore.

Quest’innumerevoli atrocità erano anche il risultato dell’addestramento militare che aveva scopi precisi. Partendo dal fatto che gran parte dei soldati che combattevano in Vietnam non avevano più di vent’anni, questi venivano sottoposti a intensi stress psicofisici allo scopo di creare una vera e propria tabula rasa che avrebbe facilitato l’indottrinamento militare. Le loro giornate duravano circa 17 ore e ogni dettaglio della loro vita era prestabilito. Insomma, l’addestramento militare mirava ad una vera e propria spersonalizzazione con rapporti sociali forzati, giornate sovraccariche di lavoro, disorientamento e successivo riorientamento in base ai codici militari. L’umiliazione psicologica e la sofferenza fisica facevano parte dell’addestramento. Uno degli slogan maggiormente usati durante l’addestramento era quello di uccidere senza pietà. Un’altra tecnica di spersonalizzazione era naturalmente relativa ai nemici che venivano definiti musi gialli, nanerottoli allo scopo di disumanizzarli. A causa di questo addestramento la differenza fra militari e civili era vanificata. Infatti qualunque cosa si muovesse nei villaggi sia che fossero donne che bambini era da considerarsi un nemico. Naturalmente l’addestramento sottolineava l’importanza della obbedienza cieca ai comandanti. Uno degli slogan più terrificanti che veniva utilizzato per sintetizzare la forma mentis dell’addestramento era la seguente: “il soldato più libero è quello che si sottomette volontariamente all’autorità“.

Superfluo sottolineare che i soldati ignoravano la Convenzione di Ginevra del 1949. Di particolare significato, a tale riguardo,è il fatto che gran parte degli allievi ufficiali della School di Fort Benning ,in Georgia, non avevano alcun problema a torturare i prigionieri di guerra pur di ottenere informazioni .

Il tabellone dei risultati

Una delle pratiche più diffuse durante la guerra del Vietnam fu la competizione fra unità: infatti gareggiavano le une con le altre con lo scopo di raggiungere i numeri di morti più alti. Ecco allora che apparvero veri e propri tabelloni dei risultati e cioè grafici presenti nelle basi militari che indicavano quanti morti erano stati fatti durante la settimana. Naturalmente non aveva alcun importanza se le vittime fossero soldati vietnamiti oppure donne e bambini. A tale proposito l’autore riporta due casi significativi. Il primo risale al 1 settembre 1969 quando i soldati della 196ª brigata di fanteria utilizzarono la mitragliatrice per uccidere quelli che sembravano soldati vietnamiti ma che in realtà erano bambini vietnamiti. Il secondo caso risale al 22 settembre 1968: dopo aver catturato un vietnamita ferito e disarmato ,senza alcuna ragione se non quella di competere con altre unità ,venne ucciso da Joseph Mattaliano della 82ª divisione aerotrasportata .

Razzismo e geopolitica del disprezzo in Vietnam

Al di là dei documenti ufficiali dei circoli accademici patinati e delle riviste accademiche patinate il Vietnam veniva considerato per esempio dal presidente Johnson come un paese piccolo e insignificante che contava meno di una pisciata; per il consigliere della Sicurezza Kissinger il Vietnam del Nord era una piccola potenza di quarto ordine. Per gli ufficiali, impegnati nelle operazioni di guerra in Vietnam, era considerato il “cesso nel cortile dell’Asia”, il “bidone della spazzatura della civiltà” o il “buco del culo del mondo”. Scontato che il razzismo fosse ampiamente diffuso sia fra i soldati che fra gli ufficiali: i vietnamiti non era un esseri umani ma erano soltanto musi gialli, erano poco più che animali e quindi ci poteva fare loro ciò che si voleva. Questo consentiva ai soldati di maltrattare i bambini per puro divertimento oppure agli ufficiali, che sedevano delle corti marziali, di assolvere gli assassini o di condannarli a pene simboliche. Ma soprattutto consentiva ai comandanti di ignorare i crimini di guerra commessi dai loro sottoposti.

Tattiche di guerra

Una delle tattiche più note applicate in Vietnam fu quella del cerca e distruggi formalizzata dal generale Westmoreland. Secondo questa tecnica piccole unità dovevano trovare, attirare e preparare le truppe nemiche. In altri termini il loro compito era quello di far uscire in un modo o nell’altro i reparti nemici dai loro rifugi e dalle campagne e poi scatenare su di loro l’artiglieria pesante. Questa tattica elaborata nelle stanze asettiche del Pentagono si rivelò semplicemente stupida: finì infatti per dare ai Vietcong un vantaggio tattico straordinario. Le truppe nordvietnamite potevano far finta di abboccare ogni volta che poteva far loro comodo, costringendo in questo modo gli americani a ritrovarsi invariabilmente sulla difensiva. Infatti ,In base ai documenti del Pentagono, i Vietcong furono in grado di cogliere di sorpresa le forze americane per il 78% delle volte. A pagare il prezzo più alto furono come sempre i civili.

Un’altra tattica fu quella del fuoco libero: chiunque si trovasse nelle zone denominate in questo modo diventava per definizione un nemico. Donne e bambini potevano essere in modo legittimo considerate un bersaglio. secondo i dati del Pentagono, nel solo mese di gennaio del 1969, vennero bombardati villaggi in cui abitavano 3.300.000 vietnamiti secondo la tattica del fuoco libero.

Il Vietnam come laboratorio di sperimentazione

Sovente le guerre moderne sperimentano le proprie innovazioni tecnologiche direttamente sul campo di battaglia. Da questo punto di vista il Vietnam è esemplare. Come ricorda il giornalista americano il Vietnam divenne il terreno di prova per le nuove tecnologie militari e uno dei suoi più entusiasti sostenitori fu il generale Maxwell Taylor. Nonostante le innovazioni tecnologiche, rimane il fatto incontrovertibile che lo strapotere militare americano non riuscì a prevalere sui guerriglieri, cioè non riuscì a prevalere su un paese basato su un’economia agricola. Anche se gli Stati Uniti non hanno mai usato le armi nucleari ,la potenza distruttiva che riversarono sul Vietnam fu pari a centinaia di bombe di Hiroshima: attuarono cioè una guerra basata sul concetto di overkill cioè sull’uso di un potenziale distruttivo in eccesso. E come tutte le guerre i costi per la comunità americana furono altissimi: le stime sul costo complessivo della guerra si aggirano dai 700 ai 1000 miliardi espressi in dollari attuali. Infatti la guerra in Vietnam arrivò ad assorbire il 37% dell’intera spesa militare del paese.

Fra le drammatiche innovazioni poste in essere durante la guerra in Vietnam ci fu l’uso da parte degli F-4 Phantom delle bombe con il napalm. Nel suo saggio Turse ricorda che nel Sud-est asiatico ne furono sganciate qualcosa come 400.000 tonnellate: il 35% delle vittime moriva entro i primi 15/20 minuti. Per tutti coloro che non venivano asfissiati o divorati dalle fiamme – sottolinea il giornalista americano – si poteva prospettare soltanto un destino da morti viventi poiché il naso, le labbra, i capezzoli e le palpebre venivano bruciati quasi fusi dal calore mentre la pelle veniva carbonizzate, cioè si scrostata come una polvere chimica. Allo scopo di rendere ancora più devastante l’uso di questa sostanza, gli americani la combinavano con un altro agente incendiario e cioè il fosforo bianco che, acceso dal contatto con l’aria, bruciava finché non veniva interrotto l’afflusso di ossigeno. A tale proposito esiste una drammatica testimonianza scrupolosamente riportata da Turse: “ho visto la pelle e le ossa della mano di un bambino ustionato dal fosforo bianco sfrigolare per 24 ore, insensibile a qualunque cura “.

Lo sdoganamento della tortura

In un contesto di tale natura l’uso della tortura – l’uso di bastoni, di mazze, di acqua e scosse elettriche – era assolutamente consueto, cioè faceva parte della routine sia nell’arcipelago carcerario del Vietnam sia nelle centinaia di basi militari statunitensi e sudvietnamite. Le tecniche utilizzate dagli americani furono la conseguenza degli studi che la CIA fece negli anni ‘50 e che poi culminò nel cosiddetto “Manuale Kubark per gli interrogatori del controspionaggio” scritto segretamente nel 1963. la CIA ebbe modo di perfezionare queste tecniche all’interno del centro nazionale interrogatori di Saigon. Grazie all’addestramento fornito dalla CIA, nel 1971 gli agenti del governo sudvietnamita in grado di impiegare le tecniche della tortura pianificate dalla CIA si aggiravano intorno alle 85.000 unità. Non a caso il comitato internazionale della Croce Rossa e ebbe modo più volte di contestare al governo americano in accettabili violazioni della convenzione di Ginevra nonostante le false promesse del segretario di Stato Dean Rusk. Fra il 1968 e il 1969 la Croce Rossa visitò 60 strutture carcerarie gestite direttamente dagli Stati Uniti e in tutte queste prigioni furono trovate prove di abusi come percosse, ustioni e torture con scosse elettriche ai danni sia di prigionieri di guerra sia di detenuti civili. Tuttavia una delle tecniche più tristemente usate nelle prigioni sudvietnamite di Con Son furono le gabbie di tigre: erano una serie di celle di pietra grandi circa un metro e mezzo per tre, prive di finestre in ciascuna delle quali erano rinchiuse dai tre ai cinque vietnamiti. Se si guardava tra le inferiate che costituivano il soffitto delle celle ci vedevano uomini incatenati al suolo, ammanettati ad una sbarra o con i ceppi alle caviglie. Inoltre sopra ogni cella c’era un secchio di calce viva che ufficialmente doveva servire per scopi igienici ma che in realtà veniva regolarmente gettata loro addosso come punizione provocando soffocamento e ustioni. Fu solo grazie alle indagini dei deputati americani Augustus Hawkins e William Anderson che il Congresso degli Stati Uniti fu messo al corrente di queste pratiche. Soltanto nel 1971, grazie un’inchiesta ufficiale dell’esercito sulle torture ai prigionieri di guerra, si venne a sapere che le violazioni della Convenzione di Ginevra erano diffusissime e che la tortura per le truppe americane era una procedura standard. Infatti la brutalità era regolarmente praticata all’interno delle basi americane ed era diffusa anche fra le truppe sul campo. Il culmine di queste operazioni fu il programma noto come Phoenix Program secondo il quale uomini delle forze speciali americane e sudvietnamite insieme a killer professionisti furono impiegati per neutralizzare i membri della struttura Vietcong e cioè i civili al servizio del FNL. Questo programma, nel 1969, produsse circa 19.000 neutralizzazioni, un lavoro questo che può essere definito da veri e propri cacciatori di taglie in cui si faceva ben poco caso al fatto che gli obiettivi fossero davvero colpevoli. Le prime ammissione ufficiali arrivarono nel 1971 quando William Colby – futuro direttore della CIA, ma all’epoca responsabile statunitense per la pacificazione il Vietnam – affermò che nell’ambito di questo programma erano state uccise almeno 20.000 persone. L’ex agente dell’intelligence militare K.B arton Osborn spiegò come il personale di questo programma avesse carta bianca per torturare e assassinare nella più totale impunità.

Conclusione

Indubbiamente sono diversi gli insegnamenti che si possono apprendere da questa vicenda. In primo luogo, l’indispensabilità, nel contesto delle democrazie occidentali, di salvaguardare ad ogni costo la stampa libera come abbiamo avuto modo di osservare a proposito dell’articolo su Snowden.

In secondo luogo, è necessario sottolineare come esista un enorme divario tra la manualistica accademica che viene regolarmente prodotta sulla politica internazionale e sulla strategia – pensiamo alle riflessioni sulla Guerra del Vietnam della Rand Corporation e di Kissinger – e la realtà nella sua spietata brutalità. In terzo luogo – come già avevamo evidenziato in un articolo su Krippendorf – il linguaggio artefatto e astratto della manualistica accademica sulla politica estera nasconde sovente realtà drammatiche. In quarto luogo, le vicende relative ai crimini commessi dalle truppe americane-ed in particolare all’uso della tortura non può non farci pensare a casi analoghi come quello delle torture commesse in Algeria dalla Francia e quello delle analoghe pratiche poste in essere a Guantanamo. In quinto luogo gli Stati durante i conflitti usano un modus operandi analogo a quello delle organizzazioni criminali. Gli stupri di guerra, le violenza indiscriminate su donne e bambini come l’uso della tortura sono azioni analoghe a quelle poste in essere dalle principali organizzazioni mafiose. E non devono essere considerati eventi occasionali, pur nella loro drammaticità, ma costant .

In sesto luogo, la guerra del Vietnam – come quella di Algeria – dimostra ancora una volta la validità dell’esperimento di Milgran come d’altronde delle riflessioni di Hanna Arendt su Adolf Eichmann. Parlare di guerre pulite è soltanto un’ipocrisia. Le guerre sono sempre sporche. Chi le fa – non chi le teorizza dentro un’aula accademica o in un centro di ricerca – non può non macchiarsi le mani di sangue e di fango.

Foto: Pexels




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