giovedì 12 novembre - Osservatorio Globalizzazione

Il legame inscindibile tra calcio e politica

Il calcio non è solo sport, ma anche un fenomeno sociale di enorme importanza, un business estremamente rilevante, un simbolo compiuto del mondo globale.

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 Oggi, come in passato, tra il mondo della politica e quello del pallone gli intrecci sono stati, di conseguenza, notevoli e profondi. Del tema discutiamo oggi con Vincenzo Paliotto, storico del calcio e scrittore che ha pubblicato diversi saggi dedicati allo sport più popolare al mondo, tra cui si segnalano “Stasi Football Club” (2015), “I derby d’Italia” (2018) e “Ddr – La guerra fredda del football” (2019).

“Panem et circenses” era una modalità della politica che si seguiva anticamente nell’Impero Romano, secondo lei vale anche ora per il calcio?

Sicuramente il calcio, come lo sport in generale, era un elemento che consentiva a chi governava, dittatori o meno, di gestire meglio la società civile e politica con la distrazione dello sport. L’effetto ludico, che poi sarebbe nel tempo diventato di carattere professionistico, è un elemento che andava a distrarre le masse da quelli che potevano essere i problemi più attuali. Questo è un fatto che si può ripercorrere nella società attuale. “Panem et circenses” è un vecchio detto dell’epoca romana ma, con i dovuti termini di paragone, si può applicare anche ai nostri tempi: la strategia del potere è quella di usare il calcio come distraente per uno o più problemi che ci possono nella società civile. Giusto per estrapolare un esempio: il Colo Colo del 1973 arrivò fino alla finale della Coppa Libertadores (era la prima squadra cilena a raggiungere un risultato così importante) e guarda caso proprio in quei mesi si stava preparando e poi si attuò il Golpe di Pinochet. Un documentario che poi fu pubblicato molti anni più tardi, “Sabor de Victoria”,andava a dire proprio questo, ossia che al di là del fattore agonistico del Colo Colo che arrivò in finale e poi vinse anche quella Coppa Libertadores, c’era appunto l’intenzione di mascherare quelli che erano i progetti dittatoriali ben più gravi ed importanti.

E allora riallaciandoci a questo, la questione che le pongo ora riguarda il rapporto tra il calcio e regimi di varia natura, anche le democrazie. Dunque calcio e potere, ed in Italia mi viene in mente Berlusconi, ma anche Achille Lauro col Napoli, ma soprattutto calcio e regimi totalitari. Mussolini e i mondiali del ‘34, Franco con il Real Madrid e il calcio con i regimi dell’Europa dell’est…

Questo aspetto di calcio e potere lo possiamo mettere su più rami. Se prendiamo in esame la Coppa del Mondo, la Coppa Rimet del 1934, fu condizionata dal regime fascista e da Benito Mussolini in prima persona, che per altro gli storiografi ci dicono non essere stato un vero e proprio tifoso di calcio. Però aveva capito, attraverso i suoi solerti gerarchi del tempo, che il calcio era un viatico importante per il consenso politico. Ricordiamo Leandro Arpinati (ma anche altri dirigenti) che occupava cariche sia all’interno della FIGC che nelle presidenze dei club. Fu quella una Coppa Rimet condizionata dal regime fascista: in più di una partita l’Italia ebbe qualche aiutino sul terreno di gioco da parte dell’arbitro di turno e riuscì arrivare alla vittoria finale per 2 a 1 contro la Cecoslovacchia. Il Mondiale fu condizionato dalla dittatura, tanto è che gli organi di stampa sparoleggiavano nei confronti di Mussolini. Eravamo nel pieno del regime dittatoriale. Così lo fu anche, molti anni dopo, il Mondiale del 1978 in Argentina, condizionato ovviamente dal regime dei generali di Videla, che fecero in modo di mascherare tutte le angherie della loro dittatura militare all’interno del paese. Addirittura c’erano delle strade di Buenos Aires completamente abbandonate, mentre abbellimenti e ristrutturazioni degli arredi urbani si concentravano soltanto in quelle vie dove passavano le delegazioni dei mondiali e degli stessi giornalisti, in modo che nessuno potesse vedere gli orrori di quella dittatura. Non se ne accorsero nemmeno gli inviati italiani, con Antonio Virelli in testa, perchè fu ben mascherata. D’altronde fu un Mondiale che risentì dell’influenza di Kissinger, che si recò in Argentina, per seguire da vicino quelle vicende. Ricordiamo tutti l’episodio di Argentina- Perù 6-0 che permise alla squadra di Menotti di andare in finale al posto del Brasile. Una partita che fu giocata in un orario diverso, quando gli argentini conoscevano già il risultato dei brasiliani e si qualificarono a quella finale per differenza reti. Fu un condizionamento non da poco. Sono stati scritti libri e girati documentari su come fu influente quel regime per la vittoria dell’Argentina in quel successo per 3-1 con l’Olanda. Anche se al 90esimo Rensenbrink, sul risultato di 1-1, colpì un palo clamoroso che avrebbe potuto cambiare la storia di quel regime oltre che di quella partita.

Chissà cosa si sarebbero inventati i generali se quel pallone di Rensenbrink anziché colpire il palo fosse andato in rete. Però la storia non si fa con i se e con i ma. Anche due anni più tardi, il Mundialito Internazionale che fu vinto dall’Uruguay a cavallo tra il 1980 e il 1981, seguì la falsariga di quel mondiale argentino: fortemente condizionato dalla dittatura militare di quel paese, fu il primo evento sportivo trasmesso televisivamente in Italia ad opera di Berlusconi, con l’appoggio di una deroga speciale per le tv private. Sarebbe iniziata in quel momento l’invasione della tv privata in Italia.

Non dimentichiamo in questa circostanza l’apporto di Licio Gelli, il numero 1 della P2, che era presente anche in Argentina ‘78 e che gestiva gli eventi della politica internazionale e del calcio internazionale, che era molto importante, di riflesso, per le immagini di quelle dittature e per gli interessi che i Paesi Occidentali avevano laggiù, in America Latina. Le dittature non sono soltanto di destra ma sono anche a sinistra. Ricordiamo più di un episodio al di là della cortina di ferro, ad esempio la Steaua Bucarest che nel 1986 divenne Campione d’Europa con una squadra totalmente gestita da Nicolae Ceausescu, che non risparmiò di depredare tutti i club del suo paese per costituire la squadra più forte che ci poteva essere in Romania in quel periodo. E ci furono delle influenze successive, relative alle vicende del portiere Duckadam che fu protagonista di quella finale del 1986 e di cui poi si persero misteriosamente le tracce. Qualcuno dice che fu il presidente del Real Madrid a regalargli personalmente una macchina di grosso valore che Ceausescu, ingelosito, volle in ogni modo farsi dare, per averla nei suoi propri tesori personali. E fu quella anche la fine della carriera di Duckadam. Anche all’est il calcio, così come lo sport in generale, è stato fortemente condizionato dal potere politico, forse anche di più che in Occidente.

Ecco, mi permetta una parentesi da romenista, Duckadam poi ha sempre smentito di aver subito violenze dalla camarilla di Ceausescu… c’è da prestar fede a queste parole oppure furono dette per placare le acque ed evitare ulteriori conseguenze?

Ho trovato più fonti: qualcuno diceva che l’accaduto si sia verificato realmente e invece lo stesso Duckadam in qualche sua intervista lo smentiva… forse lo svolgimento di quella vicenda lo si può dedurre dalla vita che poi lui ha condotto sia in Romania che negli Stati Uniti coi suoi familiari. Probabilmente non ha voluto condizionamenti ulteriori. Però sta di fatto che Duckadam, dopo quella finale di Siviglia nel maggio 1986, non si ritrovò più tra i pali della Steaua. Riuscì a giocare la finale della Coppa di Romania, qualche giorno più tardi, ma già dalla successiva Coppa dei Campioni, che la Steaua era chiamata a difendere, ma anche della finale della supercoppa contro la Dinamo Kiev, Duckadam non c’era più. Venne sostituito prima dal secondo portiere e poi da un altro giocatore, prelevato da un’altra squadra. Permane un alone di mistero in merito alla vicenda. Nel mio libro “L’altro calcio”, datato 2010 ho scritto che Duckadam è stato effettivamente maltrattato da Ceausescu: intitolai il capitolo “Le mani spezzate del regime”. 

Un mistero che comunque aleggia su tutto il calcio dell’Europa dell’Est ai tempi della Guerra Fredda, come per il ruolo della Stasi. La Dinamo Berlino ha vinto il campionato per 10 anni di fila e ovviamente Erich Milke era capo della Stasi e presidente della Dinamo Berlino. Diciamo che documenti reali sulla contraffazione dei campionati non ce ne sono, però c’è più di un motivo per cui dubitare che, se una squadra vince il campionato per 10 anni consecutivi, ci possa essere qualche condizionamento da parte del regime… che poi i regimi possono essere comunisti, socialisti, fascisti, ma possono anche essere dei regimi finanziari. Insomma, non me ne voglia la Juventus che vince da 9 anni consecutivi. Forse qualche aiutino arbitrale in merito anche alla borsa e alla potenza della famiglia Agnelli in Italia, forse, c’è. Però documenti ufficiali non ce ne sono… i predomini, sempre con i dovuti termini di paragone, sono sia ad est che ad ovest ed entrambi caratterizzati dalle stesse strategie.

La Dinamo di Berlino magari sul campo le partite le vinceva effettivamente, però delle sue maggiori avversarie spesso venivano squalificati quei giocatori che potevano essere più pericolosi, magari una doppia ammonizione che faceva loro scontare un turno di squalifica proprio contro la Dinamo di Berlino. Le metodologie del controllo dei campionati da parte del potere rimangono le stesse al di là del colore politico.

Anche Berlusconi… ha avuto una influenza sul potere e sul calcio italiano. Mettendo tanto interesse e tanti soldi in campo è chiaro che il Milan, pur essendo una squadra fortissima sul campo, qualche episodio lo avrà sicuramente avuto a favore. E anche Berlusconi ne ha ricavato molto di più dal Milan che dalla società dello stesso suo potere economico. Il consenso politico di Berlusconi è nato anche molto dai successi riportati nel mondo del calcio. Negli anni ‘80 nessuno si sognava che il Milan, che proveniva da qualche anno in B, riuscisse a conquistare le vette italiane e internazionali con un progetto nato dal nulla, con un allenatore coraggioso, con giocatori di anno in anno sempre più forti. Berlusconi, ricordiamolo, fu il primo a creare la panchina lunga, il calcio delle rose lunghe… fu un presidente che ha rivoluzionato il calcio nel bene e nel male ma soprattutto dal punto di vista economico e finanziario, perché nel calcio, almeno in Italia, non erano girati mai così tanti soldi così come li ha fatti girare Berlusconi. Poi gli altri si sono comportati di conseguenza: la Juventus rimasta all’asciutto in quegli anni, dovette poi investire i capitali della famiglia Agnelli per ritornare in auge, perché fin quando regnava Berlusconi la Juventus ha vinto poco rispetto a quello che è il suo pedigree nazionale.

Sempre restando in Italia e nel rapporto tra calcio e politica, ora abbiamo parlato di Berlusconi e degli Agnelli, ritornando a personaggi come Lauro ma anche Ciarrapico e Andreotti con la Roma… secondo lei, il rapporto tra calcio e politica è cambiato con il passaggio da prima a seconda Repubblica?

In questo passaggio c’è stato sicuramente un avvicendamento nella gestione del calcio. Achille Lauro, così come Ciarrapico, sono stati presidenti che hanno sfruttato il calcio per i loro successi personali, soprattutto politici. Non dimentichiamo che Achille Lauro è stato anche Sindaco di Napoli, e quindi ha approfittato dei suoi averi per portare in auge il Napoli ma anche la sua stessa persona. Forse però quelli erano ancora figure di presidenti “tifosi”, ancora attaccati alle vicende delle loro squadre. Così come lo fu Andreotti, che non fu mai di fatto presidente della Roma ma ne influenzò le vicende societarie. Dal ‘94 in poi i rapporti sono un po’ cambiati, anche perché gli interessi sono molto maggiori, penso agli interessi economici e molto meno a quelli del tifo. I presidenti mecenati non esistono più e si fa tutto per una questione di interesse. Il calcio è cambiato perché non c’è più il piacere di giocare a calcio ma soltanto il piacere di guadagnare dei soldi. E quindi i presidenti che sono a capo di società, oppure di finanziarie, oppure di multinazionali che rilevano le sorti di un club, di cui magari sono anche stati tifosi da bambini, o in un passato più o meno lontano, poi guardano soprattutto a quello che è l’interesse economico e del potere. Secondo me è cambiato il rapporto tra calcio e politica in quel passaggio tra Prima e Seconda Repubblica.

Un altro punto che vede la connessione tra calcio e politica è il mondo degli Ultras, che da un lato condiziona le società ma dall’altro anche la politica (ci ricordiamo di Genni a’ Carogna o quando i tifosi bloccarono i traghetti a Messina). Quanto influisce sul calcio questo mondo con le possibilità che ha grazie alle connessioni anche con la malavita, perché poi le infiltrazioni e le connessioni sono ben provate?

Sicuramente oggi, così come è stato negli ultimi trenta o quaranta anni, da quando esiste il fenomeno degli Ultras, questo mondo fa parte del Calcio, ne è una parte importante anche sotto il profilo gestionale: se ne deve rendere conto, si deve ascoltare la sua opinione, il suo parere, ad esempio quando si prende un allenatore su una piazza alla quale può essere più o meno gradito… Anche qui, c’è un fenomeno degli Ultras puro, che guarda agli interessi della squadra, “all’amore” verso la squadra, diciamo così… ma i rapporti cambiano e anche questo mondo è mutato. Le infiltrazioni malavitose, dettate dall’interesse, hanno portato lo snaturamento del fenomeno degli Ultras e purtroppo in molte curve si assiste soltanto ad associazioni Ultras di interesse, colluse anche con le Società sportive. Ad oggi non è più un movimento duro e puro come lo era in origine. Un esempio tra gli ultimi è quello della Juventus, dove la curva Scirea era collusa con la Società per quanto riguarda la vendita dei biglietti o gadget.

C’è sempre un interesse economico alla base che ha snaturato, negli ultimi anni, il fenomeno Ultras, se non in alcune piazze che sono rimaste roccaforti. Tornando su interessi dei presidenti e calcio, non si può non parlare di Lotito e del suo rapporto con gli Ultras laziali, che sono sempre stati una tifoseria abbastanza “originale”, marcatamente di destra, molto identitaria, molto attaccata alle sorti del Club.

Contro Lotito non hanno potuto nulla neanche loro, egli fa il bello e il cattivo tempo a Roma con la Lazio, così come a Salerno: decide come, quando e chi comprare, chi cedere, chi escludere dalla rosa. I suoi poteri sono ben al di là di quelli calcistici. E rimane lì in sella a Roma senza subire quasi mai proteste, se non in qualche caso molto flebile. Una volta gli fu lasciata una lavatrice dinanzi alla sua abitazione, come segno che Lotito nel calcio riciclasse denaro, o lavasse dei soldi, però non si è mai andato oltre. Così come a Salerno ogni anno inscenano proteste, chiedendo a Lotito di lasciare la società, però Lotito non la lascia mai e continua a fare i suoi interessi: prende giocatori cartellinati con la Lazio, li porta a Salerno, poi li porta da altre parti. Insomma, è una azienda quella del calcio e gli Ultras non ci possono fare niente, anche perchè è un movimento ormai decimato, punito, “daspato” . In qualche caso rimane l’unica forma di protesta che c’è in Italia, perché poi, per il resto, nessuno scende più in piazza per nessun motivo, nessuno riesce più a sfilare dietro uno striscione o a fare qualche marcia di protesta per qualcosa di importante, nonostante un periodo di crisi sociale ed economica. Gli Ultras sono l’ultimo fenomeno giovanile di contrapposizione e contraddizione. Comunque da 7/8 anni è in corso una estirpazione con DASPO, calcio televisivo e punizioni. Sarà dura anche per loro avere voce in capitolo nel calcio moderno.

Che poi, sono stato ingeneroso nella domanda, perché nel mondo degli Ultras si fa anche molta beneficenza, ci sono tante associazioni delle curve che svolgono azioni benefiche in collaborazione con cooperative o altre associazioni territoriali…

Questo è vero, bisogna dare atto che si impegnano molto, quasi tutte le tifoserie, in raccolte per cause importanti. E questo è un aspetto che viene taciuto e trascurato e sminuito. Il movimento Ultras, non lo avrei così cancellato del tutto. Appunto in virtù di questi aspetti gli avrei dato una possibilità di esprimere il suo pensiero, perché è l’unica forma di protesta che ancora può impensierire il potere. Poi il resto è tutto ben sotto controllo delle istituzioni. Non che siamo sotto una dittatura né militare né ideologica, ma forse sotto una “dittatura psicologica e finanziaria” e questo momento così delicato, dovuto all’emergenza Covid-19, ne ripropone degli aspetti ancora più inquietanti. Io sì, avrei lasciato maggiore spazio a quel mondo, però le istituzioni hanno preferito soffocare un movimento che fino a qualche anno fa era duro e puro e che adesso subisce, per forza di cose, le contaminazioni della malavita e di chi attraverso il tifo e il calcio vuole fare degli interessi esclusivamente propri. Molto spesso accade che le persone a capo di gruppi Ultras non sono neanche tifosi di quella squadra e la guardano coi loro interessi e basta.

Una curiosità: la tifoseria della Lazio è marcatamente spostata a destra, ma la Lazio non è sempre stata la squadra favorita del Duce, mi viene in mente lo scudetto della Roma del ‘41-’42 … all’epoca quella Lazio lì era sempre a destra?

In quel periodo lo stesso Benito Mussolini aveva la tessera della SS Lazio 1900 ma non ha mai avuto coinvolgimenti reali nella storia della Lazio e le preferenze ideologiche dei suoi tifosi. Lo scostamento a destra è venuto negli anni più tardi, quando si creò un vero e proprio movimento Ultras e la tifoseria mostrò maggiori simpatie verso il fascismo. Negli anni del ventennio sia la Roma che la Lazio avevano “simpatie” fasciste, ma del resto il potere era nella Capitale ed era forse inevitabile che quelle tifoserie avessero una contaminazione di quel regime, anche se poi storicamente la Roma è stata un po’ più la squadra con una tifoseria spostata a sinistra. Poi negli ultimi anni anche loro hanno avuto uno spostamento a destra, ma il Commando Ultras Curva Sud era dichiaratamente di sinistra, come i Fedayn e molti gruppi della curva sud. Successivamente il tempo e le idee destroidi nel paese le hanno spostate a destra, come è accaduto anche per i genoani. Sono state evoluzioni ideologiche.

Appunto toccando gli interessi io verrei all’ultima domanda, anche in virtù della materia precipua dell’Osservatorio: nel calcio estero c’è da molti anni il fenomeno di sceicchi o altri fondi di investimento che mettano sul piatto ingenti fondi. Nel calcio italiano il fenomeno è un po’ più recente (Inter, Roma, Milan, Fiorentina). L’investimento nel calcio è un modo di agire della politica internazionale?

Certamente sì, qualcosa c’è, perché sono interessi molto grandi, sia economici che di consenso. Non dimentichiamo che, soprattutto nell’ambito cinese, chi compra una squadra in Europa oppure negli USA, ha un ritorno del merchandising e del marketing enorme. Questo lo hanno sperimentato per primi gli inglesi anni fa con il Manchester United e con il Liverpool, che vendevano quantità assurde del loro merchandising proprio fra Cina e Giappone. Quindi in primis ritorno economico, ma in secondo luogo c’è il ritorno, da non sottovalutare, di immagine politica. L’esistenza di cordate cinesi, americane, oppure gli sceicchi, che vengono a comprare in Italia, piuttosto che in Inghilterra, è sintomo di spostamento degli equilibri geopolitici e finanziari internazionali. Sarà per i petrodollari o sarà per altro, però è una forma di interesse da cui la politica non rimane certamente estranea.

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Foto di Florent Bertiaux da Pixabay 




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