giovedì 27 gennaio - Osservatorio Globalizzazione

Il bivio di Mario Draghi

Può l’uomo che media e politica associano al concetto di unità nazionale diventare il simbolo stesso del divisionismo? Assolutamente sì, quando il suo obiettivo è passare, primo nella storia, direttamente dalla porta di Palazzo Chigi a quella del Quirinale.

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Mario Draghi è a un bivio. Al contempo, le varie chiavi di lettura possono portare al tutt’altro che paradossale risultato di vedere la situazione sia come non ancora completamente sfavorevole all’ipotesi di una sua elezione al Colle sia come personalmente complicata per Draghi. Il quale vede sfarinarsi il consenso costruito in un anno: definito dai leader “troppo bravo” per andare al Colle e lasciare il governo mentre la larga coalizione che lo sostiene non si ricompone; colpito dal fuoco incrociato con cui attaccandolo i suoi rivali, primi fra tutti Marco Travaglio e Massimo D’Alema, si sono saldati involontariamente con la corsa solitaria di Silvio Berlusconi per fargli perdere tempo nella tessitura della tela; costretto a uscire dalla tana con anomale e discutibili consultazioni a urne aperte che ne hanno logorato l’immagine.

La portata sistemica dell’agenda Draghi è stata figlia dell’emergenza Covid, del collasso dei giallorossi nel gennaio 2021, della dottrina presidenziale di Sergio Mattarella. Essa è esistita nell’emergenza e dell’emergenza si è occupata districandosi tra nomine, vaccini, Pnrr, tensioni geopolitiche, G20. Subendo tutti i condizionamenti classici che un esecutivo deve affrontare nel suo incedere. Il Quirinale è rimasto a lungo sullo sfondo, come un non detto nel quadro politico. Tutti davano per scontato che Draghi lo stesse puntando, nessuno avrebbe mai voluto intestarsi per primo la sua causa. Con buona pace dei “fate presto” renziani la politica ha i suoi tempi e i suoi modi, e l’elezione presidenziale in particolare. Draghi è già stato dimezzato dall’incapacità di portare la sua candidatura promossa con la banfiana definizione di “nonno d’Italia” in sede di prime tre votazioni, ove sulla carta le forze di maggioranza dispongono di oltre 880 voti su 1009, ben al di sopra dei 672 della maggioranza qualificata. Resta la strada dell’elezione a maggioranza semplice, dotata di una caratura ben inferiore rispetta a quelle con cui, per fare un solo nome, fu incoronato uno dei grandi maestri di Draghi, Carlo Azeglio Ciampi.

Il “commissario liquidatore” dei partiti, il leader sistemico chiamato a governare il Paese e i partiti nell’intenzione di Mattarella, il mediatore instancabile si è trovato col fiato corto: nessun accordo sul suo nome in vista. Matteo Salvini, Giuseppe Conte, Antonio Tajani lo preferiscono a Palazzo Chigi, Enrico Letta lo sosterrebbe solo perché il PD non toccherebbe altrimenti palla nella contesa, Giorgia Meloni subordinerebbe un suo via libera al ritorno al voto. Draghi si fa improvvisamente divisivo mano a mano che il suo nome è con insistenza blindato al governo. Come vuole Berlusconi, che in lui intravede il grante del proseguio della legislatura con un governo ove Forza Italia è centrale; come sicuramente non dispiace né a Matteo Salvini, atteso dalla partita chiave di collegi e legge elettorale e non attratto dall’opposizione, né a Matteo Renzi, a sua volta timoroso delle urne. E come lo aspettano anche coloro che gli si oppongono nei media e nella politica: il comparto mediatico degli orfani del contismo, da Travaglio a Lili Gruber, non vede l’ora di pungolare Draghi in caso di governo di una maggioranza pre-elettorale litigiosa; Conte mira a usare i dualismi interni al governo che verrà come arma di rilancio del Movimento Cinque Stelle; D’Alema spera di veder Draghi, suo rivale per il potere sistemico e le nomine, andare a sbattere contro crisi energetica, inflazione, frenata economica, assistere alla fine del mito.

In quest’ottica Draghi al Quirinale appare oggi praticabile come ipotesi solo come opzione capace di uscire dalla rovina definitiva del sistema politico, e il tentativo esplicito di Draghi di promuovere delle vere e proprie prove generali della ricerca del suo successore a Palazzo Chigi per blindare il pacchetto Quirinale-governo lo testimonia. Il semipresidenzialismo di fatto di Draghi è stata tanto una contingenza quanto una necessaria concessione da parte dei partiti all’emergenza, ma ora sono chiare le carte in tavola.

La mossa di Draghi lo porta a dover valutare le conseguenze della scelta al bivio davanti cui si ritrova. Forzare la mano alla politica incentivandone le tensioni centrifughe a costo di ottenere un’elezione presidenziale agognata ma che non avverrebbe con quello spirito di “gaullismo italico” da lui attesa ma necessariamente dopo l’esaurimento di ogni opzione politica? O mediare col rischio di potersi trovare senza Colle, senza maggioranza e presumibilmente senza governo nel giro di poche settimane, pensando a blindare l’agenda politica per le sfide che attenderanno presto l’Italia? La via per il giudizio storico di Draghi come uomo di potere o uomo di Stato passa da questo sentiero stretto. Che solo lui può scegliere come attraversare.

Foto European Central Bank/Flickr




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