giovedì 6 febbraio - Osservatorio Globalizzazione

Il Vaticano alla prova della storia

Nuova intervista a tutto campo di Verdiana Garau, che oggi dialogo con il giornalista Francesco Boezi. Boezi, nato a Roma nel 1989, è analista per “Inside Over”, testata per cui copre soprattutto le dinamiche statunitensi e vaticane. Nel 2018 ha pubblicato per le Edizioni La Vela il saggio Ratzinger – La rivoluzione interrotta”.

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V.G. Dal punto di vista geopolitico, quanto influì la sottoscrizione dei Patti Lateranensi tra la Chiesa e il Governo italiano? In principio, in seguito all’interruzione dei rapporti fra Sato Pontificio e Regno d’Italia sul finire del secolo XIX, dopo la Breccia di Porta Pia del 1870, che decrela fine dello Stato Pontificio quale entità storico-politica e che portò il Papa con la Legge delle Guarentigie al confinamento all’interno delle mura vaticane, lo stesso Papa Pio IX interdisse ai cattolici perfino di partecipare alla politica italiana.

Presto le vicende mutarono e dopo il 1929, con l’avvento del fascismo, cambia la posizione della Chiesa nell’ambito delle geometrie politiche italiane.

Forse anche quelle internazionali?

F.B. La Chiesa cattolica è sempre stata un soggetto geopolitico rilevante. Ora poi, con un diplomatico di carriera come il cardinale Pietro Parolin alla segreteria di Stato, l’Ecclesia è tenuta molto in considerazione nei tavoli che gestiscono i processi internazionali. Sulla firma dei Patti Lateranensi non avrei molti dubbi: è stato un momento spartiacque. Delimitare l’attività della Santa Sede all’interno dei confini statali ha concesso al Vaticano di muoversi di nuovo nel consesso globale, ma non come un atomo fideistico o come un ente antistorico. Dai patti in poi, la Santa Sede ha agito attraverso quello che Federico Chabod ha chiamato “senso di individualità storica”. E non è proprio un fattore da poco, per quanto di questi tempi da piazza San Pietro ricusino velleità nazionali. “Dire senso di nazionalità – sottolineava infatti Chabod – significa dire senso di individualità storica”. E il Vaticano, nel corso della storia contemporanea, ha di sicuro assunto un ruolo tipico di soggetto giuridico a se stante. Non a caso oggi si parla della “posizione della Santa Sede sulla crisi in Ucraina, sulla “guerra in Siria” e così via. Non è più tanto la “posizione del Papa” o “dei cattolici” a rilevare, ma quella della Chiesa universale, che è espressa dal vertice romano. 

V.G. Perché Papa Pio XI definì Mussolini “uomo della Divina Provvidenza?

F.B. Penso sia utile citare il professor Francesco Agnoli, che di recente ha scritto quanto segue: “Per la verità Pio XI, in occasione dei Patti lateranensi, in una semplice udienza, afferma: “forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare“.  Il che può contribuire a ridimensionare la tanto sbandierata accondiscendenza della Chiesa nei confronti del fascismo. Una leggera ma sostanziale correzione della vulgata, che cristallizza meglio quelle fasi. Probabilmente verrà ritenuta una risposta banale, ma è vero che la Chiesa cattolica ragiona in termini di millenni. Non si può interpretare una strategia della Chiesa alla stregua di una mossa politica, dunque contingente. Di questi tempi, il Vaticano ha contratto un accordo provvisorio con la Repubblica popolare cinese. Se ne dibatte molto, e non tutti sono persuasi della bontà di qualsivoglia patto con un governo comunista. L’Ecclesia, però, non bada troppo al “momentum”. Il “situazionismo” rimane una prerogativa della politica. La diplomazia ecclesiastica, spesso, si muove su direttrici storiche che i governi neppure intravedono. Sulla opportunità delle scelte, comunque, si può e si deve discutere. Ma la Chiesa non è né un partito né un istituto democratico. 

V.G. Era davvero necessario instaurare una conciliazione tra Stato e Chiesa per una buona politica in Italia? Benedetto Croce fu tra coloro che votò contro la ratifica dei Patti Lateranensi.

F.B. Dirò il mio parere: secondo me sì. Se non altro perché quello risolto dai Patti Lateranensi era un dossier che il Regno d’Italia immaginava di riaprire da un bel po’ di tempo. Diciamo che il fascismo, anche per calcoli legati al controllo delle masse, contribuì a far cadere ogni ostacolo alla risoluzione di un problema, quello del rapporto territoriale e politico del Vaticano con il Regno d’Italia, che sembrava persistere, ma che quasi tutti gli attori in campo sapevano da decenni di dover definire una volta per tutte. 

V.G. Se Papa Pio XI si autodefinì un “Papa alpinista immune da vertigini ed abituato ad affrontare le ascensioni più ardue” e che altre volte nella storia si erano avuti “papi bibliotecari”, come definiresti Papa Giovanni Paolo II che fu il primo papa non italiano dopo quasi cinquecento anni e colui che “spalancò le porte” a tutte le altre religioni e riconobbe ufficialmente anche lo Stato di

Israele?

F.B. Oggi molti provano nostalgia nei confronti di Benedetto XVI. Ma Joseph Ratzinger è stata espressione diretta del pontificato di San Giovanni Paolo II, che con Giovanni Paolo I e con il pontefice tedesco, compone un trittico di papi conservatori. Con l’avvento del relativismo, il boom di quella che Zygmunt Bauman ha chiamato “società liquida, l’economicizzazione delle esistenze e la messa in discussione dei “valori non negoziabili”, le pagine del pontefice polacco diventano una barriera preziosa da opporre al progressismo esasperato. Si pensi alla “teologia del corpo” o alle dissertazioni di Wojtyla sul concetto di patria. Direi che, utilizzando l’espressione da lei ricordata, San Giovanni Paolo II potrebbe essere definito un “alpinista del conservatorismo“, mentre Joseph Ratzinger ne è stato di sicuro uno dei principali “bibliotecari” dell’ultimo secolo. In Vaticano – si dice spesso – esistono due stanze: una dei “libri” e una del “potere”. Giovanni Paolo II era un abilissimo inquilino della seconda. Benedetto XVI si è sempre trovato meglio nella prima. 

V.G. Come vedi dunque la sua figura che è stata oggetto di strumentalizzazione politica e i cui moniti e critiche che mosse al neoliberismo e a destra sono state dimenticate o comunque messe da parte?

F.B. Gli analisti politici e i commentatori televisivi, a volte, tendono a parcellizzare i messaggi a seconda delle proprie visioni del mondo. Si tratta di un atteggiamento umano, che mettiamo tutti in conto, e in campo. Questo accade in maniera ancor più evidente con la pastorale dei pontefici. Facciamo il caso di Papa Francesco: l’ex arcivescovo di Buenos Aires, sull’aborto e su altre questioni di bioetica, è stato spesso più rigido dei suoi predecessori. Lo ricorda spesso il vaticanista Sandro Magister, che proprio “bergogliano” non è: Jorge Mario Bergoglio è arrivato a parlare di “sicari” in relazione ad alcune pratiche che interessano i “valori non negoziabili”. Eppure, mediaticamente, passa per lo più la parte della pastorale che riguarda i migranti e l’accoglienza erga omnes. Forse anche per via della continuità delle dichiarazioni a tema del Santo Padre. Non mi stupisco, dunque, che anche Giovanni Paolo II possa essere stato “vittima” di questo meccanismo. Rispetto al neoliberismo: basta contare le volte in cui, nei discorsi del papa polacco, è risuonata la parola “patria”. 

V.G. Nel 1984 con gli accordi di Villa Madama, cosa cambiò davvero?

F.B. Bettino Craxi si è dimostrato uno stratega anche in quel caso. E poi c’è il rapporto tra il cattolicesimo e il leader socialista. Una dialettica che è stata ben spiegata da Nico Spuntoni, in un recente articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana. Il pragmatismo del craxismo si è declinato alla perfezione anche nella circostanza degli accordi di Villa Madama. Le novità sono quelle che conosciamo: dalla fine del cattolicesimo come “religione di Stato” all’introduzione dell’8 per mille. Poi c’è un articolo, che viene dato per scontato ma che non lo è, ossia l’articolo cinque, che legifera su “gli edifici di culto che non possono essere requisiti, occupati, espropriati, demoliti o violati da forza pubblica”, se non per casi di “urgente necessità“. Considerando quello che sta accadendo in Montenegro, con la legge sulla “libertà religiosa”, che prevede espropri dei luoghi di culto in caso di mancanza di certificati di proprietà da parte della Chiesa ortodossa serba, oserei dire che l’introduzione di quel provvedimento, che dovrebbe essere confermato con l’imminente ridiscussione degli accordi, ha anticipato un tema, quello della battaglia per l’appropriazione degli edifici religiosi, che può divenire attuale e che anzi lo è già in alcune zone d’Europa. La Chiesa cattolica in Italia è tutelata. Altrove i laicisti hanno già preso la mira. E questo dell’attacco statalista ai beni ecclesiastici (si pensi ai conventi ed ai monasteri che tendono a svuotarsi) può divenire un filone preoccupante per gli ecclesiastici. 

V.G. Alla luce delle ultime vicende che vedono travolgere la figura di Papa Francesco all’interno di un contesto globale molto difficile, lo definiresti un Papa troppo politico?

F.B. Papa Francesco è una figura molto complessa. Quando si parla di Jorge Mario Bergoglio bisogna stare attenti alle etichette: si rischia di inciampare tanto nelle semplificazioni quanto nelle strumentalizzazioni. Non so se Bergoglio sia un Papa “troppo politico”. Di sicuro è un pontefice più interessato alla politica del suo predecessore. La mia sensazione è che l’argentino voglia evitare che la Chiesa cattolica perda il mordente sul mondo per via della progressiva scomparsa dell’homo religiosus occidentale. Un tipo di cristiano-cattolico, che è identificabile con l’Europa, cui il Santo Padre sembra preferire declinazioni meno intellettualistiche, quale quella panamazzonica, quella africana e quella asiatica. Mi risulta difficile adottare qualsiasi definizione. Bergoglio è un “populista” per certi ambienti sudamericani, un potenziale “teologo della liberazione” per certi emisferi conservatori americani, un “solidarista europeista” per i critici dell’Ue di casa nostra e un “progressista” per il fronte tradizionale cattolico. Per il prossimo marzo il Papa ha convocato centinaia di giovani ad Assisi per contrarre un patto sull’economia. Credo che, a partire da quella circostanza, l’ambito definitorio possa ridursi. 

Foto: Wikipedia




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