lunedì 14 agosto - Kocis

I migranti italiani sono anche loro “belli, giovani e forti”

Una sferzante ondata di odio contro i profughi-migranti, definiti “invasori” e “clandestini”, cresciuta a dismisura negli ultimi mesi, è stata sapientemente costruita dalla gran parte delle forze politiche in maniera più o meno estremizzante, ripresa e ampiamente divulgata dai principali organi di informazione. In modo subdolo è stata creata la tipologia umana dei “migranti economici”.

La terminologia, utilizzata essenzialmente nei riguardi di tutti, uomini, donne e bambini, in maniera sprezzante, poiché stante il pensiero di questi lor Signori i soggetti incriminati non possono avere nessun diritto di solidarietà e accoglienza riconosciuto dalla struttura socio-politica, è un marchio volutamente indelebile, similare nel significato di disprezzo e vessazione, al numero marchiato a caldo sulle braccia dei deportati dei lager nazisti.

E’ come se queste persone, perfettamente simili alle sembianze che caratterizzano tutti gli esseri umani, muniti di cuori, sentimenti e intelletto, fossero mercanzie, pezzi inanimati o muti manufatti la cui circolazione dipende da atti economici, sottoposti a commerci vari nel mercato delle vendite. A sentire queste novelle cialtronerie qualsiasi umano che cerca lavoro è esclusivamente uno strumento economico, una macchina “non pensante”, senza diritti, dedicata a costruire profitti, come divulgato nelle più bieche teorie neoliberiste.

Inoltre, se otturandosi il naso a difesa dei velenosi “olezzi” e sormontando la ripulsa etica e civile che naturalmente sgorga, si leggono i commenti inseriti a “corredo” delle notizie riportate sui siti nazionali e locali, si appunta che la parte preponderante in maniera “telegrafica” manifesta rilevantissima violenza verbale nei riguardi dei nuovi arrivati. Evidentemente le coscienze democratiche fuggono da questi “confronti”. La tipica violenza (già storicamente conosciuta in Italia nei confronti di coloro che sono stati marchiati “diversi”) che trova maggiore goduria se praticata contro i più deboli. Del resto molti sono stati gli eventi di chiamata alla mobilitazione caratterizzati da atti di vera e propria brutalità fisica.

Virtualmente, bene divulgato, è stato scritto un nuovo manifesto razziale, come il “Manifesto della razza” promulgato dalla dittatura fascista nel 1938. Si comprende bene che è stata largamente superata la soglia di allarme per la tenuta del sentimento democratico e della coesione sociale.

L’aspetto più stupefacente è rappresentato dal fatto che gli istigatori all’odio anagraficamente sono italiani, che per ignoranza o turpe strumentalizzazione, hanno gettato al macero la drammatica storia recente che ha contrassegnato la vita di decine di milioni di nostri concittadini. Gridando in maniera sconsiderata, mostrano allarme e vivo stupore. “Stabiliscono” con i loro occhi traviati dall’odio, che i migranti “economici- clandestini” sono Soggetti (così propagandano ai quattro venti) “ben messi, in carne nella corporatura”, quindi nel loro grezzo dire, non soffrono la fame. 

Evidentemente disconoscono o fanno finta di avere dimenticato la storia recente che riguarda gli italiani. L’Italia è “patria” di un immenso processo di emigrazione, il più grande in assoluto tra i paesi europei. Iniziato nel corso del 1870. La dinamica di abbandono costrittivo delle terre natie si è ridimensionata significativamente solo dopo più di cento anni.

Fino al 1915 i luoghi di arrivo riguardarono in maniera preponderante le Americhe, in particolare: Stati Uniti, Canada, Brasile, Argentina, Venezuela, Colombia, etc. Alcuni flussi consistenti ebbero come meta anche diversi Stati europei. Durante la dittatura fascista furono largamente ristrette e condannate le vie di emigrazione in altri Stati (tant’è, la fame restava solo a chi ne soffriva), sostenendo esclusivamente la presenza, che fu consistente e ben incentivata, nelle colonie del declamato a fatuo ”Impero”.

Grande, altresì, il numero di italiani costretti ad andare fuori dall’Italia poiché perseguitati politici.

Poi, dopo la guerra, con la Repubblica, dalla fine degli anni 40 del novecento, gli italiani continuarono a emigrare in maniera notevole, con significativa attenzione a varie zone del centro-nord Europa, in particolare: Germania, Svizzera, Belgio, Francia, etc. Riprese anche il flusso verso le Americhe; iniziò anche l’emigrazione in una direzione nuova, l’Australia.

Inoltre, durante la fase del “boom economico” - dal 1950 fino alla parte iniziale degli anni 80 - fu imponente il flusso di spostamento interno operato da cittadini residenti nelle aree del sud verso il nord-Italia. Intere zone territoriali rimasero desertificate dalle energie più vitali. Milioni di valigie di cartone, tenute strette da una salda girata di robusto spago, si imbarcarono sui treni di lunga percorrenza, per cercare condizioni di vita migliore, per fuggire dagli atroci stenti che avevano sempre vissuto.

L’ultimo rapporto dell’EIRE - Anagrafi Italiani Residenti all’Estero - (2016) evidenzia che gli iscritti sono 4.975.299, così suddivisi per aree geografiche: 2.686.431 in Europa, a 599.591 America meridionale, 451.186, America settentrionale e centrale, 278.091 in Africa, Asia, Oceania e Antartide. Nel 2000 erano 2.353.000. E’ cresciuta in maniera considerevole la richiesta di acquisizione della cittadinanza italiana “per discendenza”. Il posizionamento (primi otto posti) in questa speciale classifica è il seguente: Argentina, Germania, Svizzera, Francia, Brasile, Belgio, Stati Uniti, Regno Unito. Complessivamente il 55% proviene dalle regioni meridionali, il 30% dalle regioni settentrionali, il 15% dalle regioni del centro Italia.

Come ben noto la dinamica di emigrazione per l’estero continua ancora oggi, con quantità più ridotte, specie con i giovani laureati. Mediamente ogni anno oltre 100.000 persone abbandonano i luoghi di residenza emigrando all’estero. Prosegue sempre con quantità rilevanti l’emigrazione interna, dalle regioni del Sud verso le regioni del centro-nord.

Durante tutta questa lunghissima e drammatica fase emigratoria, solo verso Stati esteri - compreso anche lo spostamento verso Paesi africani situati nelle aree del nord, come avvenuto per alcuni decenni dalla fine dell’800 fino agli inizi del 900 - gli italiani coinvolti sono stati stimati in oltre venticinque milioni (25 milioni). Molti altri milioni di cittadini si sono spostati all’interno della penisola.

Per meglio focalizzare la drammaticità e la “desertificazione” residenziale dell’emigrazione italiana è bene riportare alla comune memoria la situazione in essere in due periodi temporali particolarmente intensi nei processi di abbandono dell’Italia. Nella fase iniziale, 1881, la popolazione italiana era costituita da meno di 29 milioni di residenti. Nel 1951 i residenti erano circa 48 milioni.

Una imponente “massa” di intelligenze e sentimenti, costretti a fuggire dalle condizioni estreme di povertà. Si sradicarono di fatto dai loro luoghi di origine, lasciando traumaticamente affetti, legami parentali e sociali. Sono stati tutti migranti economici

Così come avviene oggi per i profughi migranti che fuggono dai paesi devastati da guerre, carestie, disastri ambientali e fame strutturale.

Come ben noto moltissimi sono stati i siciliani coinvolti nelle emigrazioni, ben oltre 2 milioni di persone, solo fuori dall’Italia, nel corso del processo temporale evidenziato. Infatti in questa speciale classifica del dolore, nei dati EIRE la Sicilia è al primo posto, con 650.000 persone interessate. E’ bene altresì ricordare che fino all’inizio della prima guerra mondiale la componente numericamente più grande di emigranti proveniva dalle regioni del centro-nord Italia: oltre 8.300.000 su un complessivo di 14.000.000.

Ebbene, nell’attuale composizione della popolazione residente in Italia una quota preponderante ha nel proprio album di famiglia un emigrante.

Chi aizza contro coloro che cercano protezione e una nuova vita in Italia e In Europa diabolicamente dimentica gli “scheletri” giacenti nei propri armadi, quelli del ceppo familiare. Nella parte preponderante dei casi le rimesse economiche degli emigranti costituirono per molto tempo il “bonus” fondamentale per vivere. Ovviamente non erano appartenenti alla nobiltà imperante o della borghesie proprietarie o commerciali. Per lo più abbandonavano le campagne, i luoghi dei loro sfruttamenti e di fame secolari.

In gran parte gli italiani emigrati, tutti, erano persone giovani, “baldi e muscolosi”. Così come avviene oggi con chi sbarca nelle coste siciliane o cerca di venire in Italia in altra maniera. Nella stragrande maggioranza partirono in solitudine. In parecchi casi, bollati come “clandestini”, furono ricacciati indietro. In molti ritentarono ancora. Dopo, superate le spossanti tribolazioni, trovata sistemazione lavorativa - quasi sempre di tipo manuale -, le persone sposate richiamarono moglie, figli e altri del ceppo parentale. La “famigerata” ricongiunzione, oggi messa sul banco degli accusati.

L’emigrazione è stata ( ed è) il “sale della vita” che caratterizza da sempre la nostra Gaia Terra. Nel corso della storia umana si sono spostati in molte centinaia di milioni. Da tutti i continenti, verso altri lidi, per cercare di dare risposta ad una necessità elementare che riguarda tutti gli Umani: vivere senza atroci stenti, in libertà e senza sopraffazioni. Nei fatti, dati i processi storici che si sono determinati, siamo tutti meticci.

Infine è opportuno evidenziare che sul piano dei valori e delle regole sociali nulla è stato regalato. I processi di forte avanzamento democratico sono stati determinati dalle Lotte di Liberazione contro il nazifascismo, in Italia e in Europa; compreso lo smantellamento delle violente azioni colonialiste che avevano caratterizzato gli ultimi secoli. Si costruirono le fondamenta per realizzare un modello sociale e politico basato sulla “fratellanza” e sulla solidarietà operativa, diffusa e di massa. Quindi, l’inserimento nei tessuti sociali di coloro che cercavano accoglienza, sostegno e lavoro. Pur con le contraddizioni “gestionali” in essere, in Europa molte decine di milioni di persone provenienti da tutte le partì del mondo danno il proprio vitale contributo al contesto economico e sociale. Del resto i nostri valori costituzionali giustamente mettono in primo piano i postulati di accoglienza e rispetto (trave portante per tutte le democrazie) per gli uomini e le donne che scappano dalle guerre e da condizioni catastrofiche di vita.

(Foto: piervincenzocanale/Flickr)



1 réactions


  • pv21 (---.---.---.10) 15 agosto 19:23

    A margine >

    Tra i cosiddetti “migranti economici” non vengono ricompresi gli scampati a carestie, epidemie, dissesti,  ecc..


    Non si attraversa l’Atlantico a bordo di gommoni e barconi rabberciati.

    Sia il Nord che il Sud America dei tempi citati erano in fase di forte espansione, assetata di nuove braccia da lavoro.

    Una volta arrivati a destinazione i nostri emigranti non ricevevano né alloggio né diaria e sopravvivevano arrangiandosi.

    Tanti di loro hanno dovuto rinunciare a prendere la nuova  cittadinanza per poter mantenere e trasmettere quella d’origine.

    Le immagini circolanti spesso erano “confezionate” in modo da non destare ulteriori preoccupazioni nei parenti lontani.


    In una parola.

    Quelle storie e quelle situazioni erano del tutto diverse dalle attuali. Qualsiasi tentativo di accostamento è tanto infondato quanto inammissibile.

    Fare appello a siffatta “memoria storica” è un altro tentativo di suscitare “prefissate” reazioni emotive (afflati, slanci, ..).


    Quella degli odierni flussi migratori (e traffici) è una brutta storia tutta ancora da scrivere. Meglio è diffidare di Riflessi e Riflessioni modulate …


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