giovedì 19 novembre - Osservatorio Globalizzazione

I figli di Turan alla conquista del mondo

Da un paio di anni si possono notare delle bandiere con la mezzaluna e stella turca per le strade del quartiere islamico di San Cristobal de las Casas, la capitale culturale del Chiapas, lo stato federato che si è ribellato al Messico dal 1994 e che da allora risponde soltanto agli ordini dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del subcomandante Marcos.

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I turchi sono sbarcati nel Chiapas tre anni fa, o forse poco di più, comunque sia con circa un ventennio di ritardo rispetto alle petromonarchie e all’anonima internazionale dell’islam radicale e del jihadismo. In soli tre anni, però, l’Agenzia Turca di Cooperazione e Sviluppo (TIKA), ha costruito biblioteche, inviato aiuti umanitari, come cibo e farmaci, avviato progetti di sviluppo rurale, di formazione professionale e alfabetizzazione, che hanno trasformato Recep Tayyip Erdogan nel nuovo custode dei musulmani del Chiapas.

Bandiere turche e busti di Mustafa Kemal si possono intravedere a Comrat, capoluogo della Gagauzia, ed è verso Ankara che hanno lo sguardo costantemente rivolto gli uiguri ribelli dello Xinjang, la cui prima generazione di combattenti e pensatori trovò rifugio proprio in Anatolia.

Ovunque si pratichi l’islam lì, ormai, si trovano la Tika e/o il Direttorato degli Affari Religiosi (Diyanet), ovunque si parli una lingua turca lì si trovano la Tika, il Consiglio Turco e l’Organizzazione Internazionale della Cultura Turca, e ovunque vivano oggi i figli di Turan, dall’Ungheria alla Siberia, lì si trovano organizzazioni come il Congresso Mondiale dei Turchi (World Turks Qurultai) ed esistono programmi di scambio e iniziative culturali tese ad esaltare un’origine ancestrale comune, ma dimenticata per lungo tempo.

La Turchia del 2020 è tutto questo: erede della Sublime Porta, paladina dei popoli turchi, custode dell’islam e figlia di Turan. Erdogan non è alla semplice ricerca di uno spazio vitale capace di garantire sicurezza energetica e autonomia geopolitica alla sua nazione, è impegnato in un progetto ambizioso di recupero identitario che mira a fare di Ankara il cuore dell’islam, la capitale del mondo turcico – una realtà estesa dai Balcani all’Estremo oriente russo – e la spada di Turan.

È nel nome del turanismo, una scuola di pensiero caduta nel dimenticatoio fino all’ascesa di Erdogan in Turchia e di Viktor Orban in Ungheria, che è nato un partenariato turco-ungherese, che sta venendo penetrata l’Asia centrale e che si sta tentando di destabilizzare la stessa Russia dall’interno. Turanismo significa unire sotto un’unica bandiera, turca in questo caso, tutti quei popoli originatisi nella notte dei tempi nella valle del Turan, l’antico epicentro della civiltà indoeuropea, una terra intrisa di misticismo e magia che giace fra Turkestan e Persia e dal cui ventre sono stati partoriti turchi, mongoli, tatari, magiari, gagauzi e una moltitudine di altre nazioni.

È, invece, nel nome del nazionalismo islamico che Erdogan sta cavalcando con successo le guerre culturali e politiche contro l’Unione Europea, dal dossier immigrazione al più recente scontro con Emmanuel Macron. Tatticismo? Forse. Anti-storicità? Per nulla. L’islam nasce nella penisola arabica, ma cresce e prospera durante e con l’epopea ottomana.

La politica estera turca è probabilmente la più complessa, frutto della miscelazione perfetta di ideologie e scuole di pensiero e di dottrine di sicurezza nazionale, con le ultime che riempiono il quadro e le prime che fanno da cornice. Lo scontro con la Grecia nell’Egeo e nel Mar Mediterraneo può essere interpretato ideologicamente nel neo-ottomanesimo (per i più sognatori) e contestualizzato nell’ambito della dottrina della Patria Blu (Mavi Vatan) per i più pragmatici.

Il recente intervento nella guerra del Nagorno Karabakh a supporto dell’Azerbaigian può essere letto ideologicamente come parte dell’agenda panturca ed è altresì spiegabile in termini più di sostanza, ossia l’impellenza strategica di costruire un corridoio commerciale esteso da Ankara a Tashkent per accedere alle risorse naturali di Caspio e Turkestan e accelerare il ritmo della diversificazione economica.

La Turchia è sogno e realtà, come Erdogan è statista e illusionista. Ed è in errore chi crede che il presidente turco stia premendo l’acceleratore – dalla Libia alla Grecia, passando per Azerbaigian e Francia – per ragioni elettorali, ovvero per distrarre l’opinione pubblica dalla pandemia e dai problemi economici. L’economia turca non è mai stata particolarmente forte né prestante: ha tradizionalmente avuto una crescita senza arricchimento, un problema di dipendenza dagli investimenti stranieri e una valuta vulnerabile.

L’accresciuta aggressività turca, o potremmo dire assertività, dei tempi recenti è da imputarsi ad un altro fatto, che nulla ha a che fare con i calcoli politici: Erdogan ha sconfitto lo stato profondo la sera del 15 luglio di quattro anni fa. Le forze armate, custodi di quell’antistorica costituzione scritta da Mustafa Kemal per accelerare la transizione della Turchia nel blocco-civiltà occidentale, hanno perso: i loro carri armati sono stati soverchiati numericamente dal popolo, dalla gente scesa in piazza per difendere il sogno di Erdogan, che è poi un sogno condiviso da quella “Turchia profonda” che sfugge alle analisi dei politologi.

Lo stato profondo è morto – almeno per ora – e questo ha permesso a Erdogan, seguace di Maometto II e allievo di Necmettin Erbakan, di uscire allo scoperto e svelare al pubblico la reale natura del suo progetto: non un nazionalismo laico di stampo kemalista, ma un nazionalismo religioso intriso di componenti etniche (panturchismo) e mistiche (turanismo) dalla proiezione universale, che ha portato la Turchia ad innalzare la propria bandiera negli angoli più remoti del globo come san Cristobal de las Casas e Mindanao – sì, i turchi sono sbarcati anche nelle Filippine.

Foto: Jrwooley6/Flickr




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