I danni gravissimi della tempesta perfetta
Marcello Petitta insegna Fisica dell'Atmosfera presso l'Università Roma Tre e ha pubblicato un saggio molto interessante che riguarda la nostra atmosfera: "La tempesta perfetta e altre storie sul clima" (www.topicedizioni.it, Firenze, settembre 2025, 250 pagine, euro 25; altamente consigliato ai vari specialisti e agli amanti della scienza).
In questo libro si può scoprire nei dettagli, la storia dell'enorme abbattimento di abeti rossi nelle Dolomiti bellunesi, durante il passaggio della tempesta più falcidiante degli ultimi secoli, in cui il vento ha fatto "qualcosa di mai visto prima". Il vento aveva "Un ruggito che faceva tremare i vetri e che, ogni tanto, veniva interrotto da schianti secchi, come spari nel buio" (testimonianza di un'abitante della zona). Si trattava di una tempesta fortissima e rarissima.
La tempesta Vaia derivò da "una serie di condizioni meteorologiche eccezionali che si erano verificate contemporaneamente, con una forza incredibile. Un'area di bassa pressione sul Mediterraneo si era scontrata con un'area di alta pressione insolitamente potente, creando quello che le mie colleghe e i miei colleghi meteorologi chiamano un "gradiente barico" estremo. Il vento che aveva devastato la foresta nascondeva una storia più complessa, che, come scienziate e scienziati, proviamo a descrivere in un linguaggio fatto di parole come pressione, temperatura e masse d'aria in movimento" (p. 13). Tutto si era realizzato in un modo insolitamente estremo.
Ma nel caso di Vaia, "Era come se tutti i venti che avevo conosciuto si fossero fusi insieme in qualcosa di sconosciuto" (Chiara, uno studiosa abitante della zona). Infatti "l'eccezionale differenza di pressione tra il Mediterraneo e le Alpi avevano trasformato le montagne in un gigantesco imbuto, accelerando i venti fino a velocità mai registrate prima". Si era innescato un evento unico, in tutta la sua intensità, che sembrava uscito fuori dalle leggi scientifiche conosciute.
In questo caso, "Le montagne, che di solito proteggono le valli dai venti, questa volta hanno fatto l'opposto: hanno incanalato e accelerato il flusso d'aria fino a una velocità che nessun abete, per quanto centenario, avrebbe potuto sopportare" (p. 18). E la tempesta Vaia, con il vento di oltre 200 km orari, attraversò le valli delle Alpi orientali.
Si può immaginare questo evento, "come una cascata d'aria invisibile, larga quanto l'intero arco alpino: se le cascate di acqua che conosciamo precipitano per centinaia di metri, questa cascata atmosferica è precipitata per chilometri... questa immensa cascata d'aria, incontrando le valli alpine, si è divisa e ha accelerato creando vortici" (p. 17).
Comunque, si può semplificare la comprensione di questo fenomeno, in questo modo: "più grande è la differenza di pressione più veloce si muove l'aria nel tentativo di equilibrarla" (p. 17).
Ma andiamo a vedere cosa è avvenut nel parco nazionale di Yellowstone, il più antico del mondo. Qui le "pigne degli abeti sono sigillate con una resina speciale che si scioglie solo a temperature che farebbero sudare un pompiere, come se ognuna fosse una cassaforte biologica, programmata per aprirsi solo quando il mondo intorno sta letteralmente andando a fuoco. E perché? Perché è proprio allora che il terreno sotto è stato ripulito dalla competizione e fertilizzato con cenere ricca di nutrienti". Si tratta in realtà in una grande "opportunità di espansione". Anche "il chaparral" californiano si comporta in modo simile" (p. 106). Si tratta di ambienti veramente selvaggi.
L'unico grave "problema è che il fuoco che stiamo vedendo ora, amplificato dal cambiamento climatico, è spesso troppo intenso e troppo frequente. Brucia così tanto e così a fondo da sterilizzare il suolo, uccidendo anche i semi e le radici che normalmente sopravviverebbero. Danneggia il ciclo naturale" (p. 107). Il grande male è quasi tutto qui.
Anche alcuni interventi umani hanno dimostrato i loro limti: quando esisteva la politica dei zero incendi, "Ogni piccolo fuoco veniva spento immediatamente. Il problema è che, in ecosistemi come quello californiano, il fuoco fa parte del ciclo naturale" (p. 100). Al cento per cento.
In definitiva, "La scienza non è quella che sa tutto, ma quella che sa ascoltare" per capire meglio le cose (p. 237).
Marcello Petitta è professore di Fisica dell'Atmosfera all'Università Roma Tre, ha collaborato con istituzioni internazionali e ha fatto nascere dei servizi climatici per l'agricoltura, l'energia e le infrastrutture. I suoi lavori riguardano il clima, la meteorologia e l'utilizzo dell'intelligenza artificiale nelle scienze atmosferiche. Le sue ricerche, la sua didattica e la sua divulgazione scientifica, ci fanno capire meglio l'attuale mondo in rapida evoluzione. Quindi per Petitta "La scienza diventa vera quando trasforma la vita delle persone" (p. 233).
Nota saggia - "Un albero è un libro che racconta cent'anni di storia, se sai come leggerlo" (il nonno di Chiara, una laureata in Biologia che ha assistito alla tempesta Vaia). Del resto "Il sapere deve circolare" e "Un vaso che si rompe si può sistemare, ma per farlo occorrono cento volte il tempo e l'energia necessarie a romperlo (Marcello Petitta).
Nota specialistica - "La turbolenza è come il "jazz" dell'atmosfera, sembra caotica e imprevedibile, eppure segue delle regole precise seppur complicate" (p. 29). La cascata di vortici tende a formare vortici sempre più piccoli.
Nota storica - "Il 4 giugno 1944, mentre i tedeschi prevedevano una continuazione del maltempo basandosi solo su dati costieri, Stagg e il suo team individuarono una breve finestra di tempo favorevole tra due sistemi di bassa pressione... Eisenhower posticipò l'invasione di ventiquattro ore e colse esattamente quella finestra di opportunità" (p. 34). Oggi le previsione climatiche sono anche più difficili a causa dei grandi cambiamenti climatici.
Nota scientifica - Ancora oggi, molte persone commettono l'errore denominato dagli statistici "survival bias": "tendiamo a concentrarci sulle storie di chi è sopravissuto, di chi ha resistito contro ogni previsione, e dimentichiamo tutti coloro che non ce l'hanno fatta". Sarebbe "come studiare solo i soldati tornati dal fronte con ferite da proiettile, senza considerare coloro che non sono mai tornati" (p. 104 e 105).
Il "chaparral" californiano "E' un intrico di arbusti bassi, querce nane, piante aromatiche come la salvia e il rosmarino selvatico". Si tratta di piante pirofile e "Si sono evolute non solo per sopravvivere agli incendi, ma per prosperare grazie a essi" (p. 94).

