giovedì 28 luglio - Osservatorio Globalizzazione

Henri Dron, un visionario per l’Europa

Nel 1863 comparve a Parigi un pamphlet di poco più di 50 pagine firmato da Henri Dron e intitolato “L’Europe au XXme siècle”. 

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Nella copertina si trovava, tra parentesi, la scritta “Avec carte coloriée”. E furono proprio queste “carte” ad attirare l’attenzione. Infatti, nonostante si trovassero alla fine del libretto, le cartine sono considerate il cuore dell’opera di Dron, soprattutto per due ragioni. La prima era dovuta al fatto che fossero state disegnate molto bene, grazie a un utilizzo molto attento dei colori che rendevano le raffigurazioni del Vecchio Continente piacevoli da osservare. La seconda ragione consisteva invece in ciò che le due cartine effettivamente rappresentavano.

L’Europa raffigurata da Dron nel suo libretto, rivolto a un generico “Jean”, non era l’Europa del 1863. Egli infatti si immaginava come sarebbe stato il Vecchio Continente nel ventesimo secolo. Ma chi era Henri Dron? Non si conoscono molti dettagli sulla sua vita. Si sa che egli nacque in Normandia nel 1825 e non risultano notizie rilevanti sul suo conto fino al già citato 1863, anno in cui Dron pubblicò L’Europe au XXme siècle. Quest’ultima è stata una delle sue poche opere che ricevette un certo eco.

Anche perché le mappe inserite nel libretto furono rifiutate per ben due volte dalla censura per motivazioni che ad oggi rimangono oscure. Qualche anno dopo, nel 1900, Dron viene identificato come il fondatore dell’Academie Renovatrice Universelle di cui però non sarà il presidente. La carica venne infatti affidata all’ornitologo Xavier Raspail. L’Academie aveva scopi sostanzialmente pacifisti e pubblicava anche un piccolo giornale di quattro pagine, chiamato “L’Ideographe”.

Probabilmente l’associazione rimase attiva fino ai primi anni ’10 del ‘900 e si dissolse con la morte di Dron, avvenuta nel 1915. La scarsezza di informazioni sul suo conto non inficia però la lettura del suo pamphlet. Ne “L’Europe au XXme siécle” Dron descrive l’Europa del futuro dal punto di vista politico senza farsi mancare considerazioni demografiche e tecnologiche. Le prime sono principalmente collegate a questioni militari e seguono una sorta di politica dell’equilibrio che Dron porta avanti cercando di bilanciare le popolazioni dei vari imperi. Le seconde invece hanno natura soprattutto ingegneristica. Dron ad esempio vagheggia la costruzione di un canale che porta dal mare a Parigi. Nel libretto sono presenti anche ampie descrizioni geografiche, molto precise e chiare nella spiegazione della sistemazione dei nuovi confini. L’obiettivo di Dron è quello di dare autorevolezza allo scritto tramite commenti precisi e razionali. Tuttavia la parte più interessante rimane quella che riguarda le implicazioni politiche della ridefinizione dei confini immaginata da Dron e mirabilmente raffigurata nelle due cartine di fine libro. Dron descriveva dieci imperi: italiano, spagnolo, greco, francese, tedesco, scandinavo, polacco, circasso, russo e britannico. Ognuno aveva confini ben delineati, quasi dritti, con una capitale che si trovava strategicamente al centro del territorio nazionale.

Ci sono alcune situazioni molto interessanti. Ad esempio Dron aveva preconizzato l’Italia unita, comprendente il Triveneto e Roma, allora ancora in mano rispettivamente all’Austria-Ungheria e allo Stato pontificio. Ma il territorio italiano avrebbe inglobato anche la Corsica, all’epoca francese. L’Islanda veniva fatta rientrare nell’orbita britannica e non in quella dell’impero scandinavo che invece comprendeva Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia. Spagna e Portogallo risultavano unite, come era già accaduto nel periodo tra 1580 e 1640 sotto Filippo II, con capitale Toledo così come unita era la Germania. Quest’ultima all’epoca del libro scritto da Dron stava per iniziare il suo processo di unificazione, guidato dalla Prussia di Bismarck. Dron anticipava anche l’espulsione dell’Impero Ottomano dall’Europa e il dissolvimento dell’Austria-Ungheria.

Le due compagini multinazionali venivano sostituiti dall’Impero Greco con capitale Belgrado, dalla Germania e dalla Polonia. Quest’ultima era una delle novità più dirompenti immaginate da Dron. La Polonia occupava una regione che partiva dal Baltico e arrivava al Mar Nero. Era un progetto simile a quello già descritto da Adam Jerzy Czartoryski nel suo “Essai sur la diplomatie” del 1827 e poi ripreso da Pilsudski in chiave nazionalista e anti-bolscevica nella Polonia indipendente del primo dopoguerra. Dron non segnalava la capitale di questo nuovo Stato ma la sua stessa presenza era un segnale significativo nell’Europa dell’epoca. Soprattutto perché nel 1863 era esplosa un’altra rivolta contro il dominio russo della Polonia. Quest’ultima era stata spartita per ben tre volte nel corso del ‘700: nel 1772, nel 1793 e infine nel 1795.

Nel periodo post napoleonico si era pensato, soprattutto in ambienti britannici, di restaurare l’unione tra Polonia e Lituania in chiave anti-russa e anti-tedesca ma l’idea era stata presto accantonata. Resisteva però un nucleo di indipendentisti polacchi, sia in patria sia all’estero. Nel 1830 era scoppiata una rivolta con l’obiettivo di ricreare una Polonia indipendente ma la repressione zarista e austroungarica era stata spietata e netta. Anche durante la primavera dei popoli, nel 1848, c’era stato un pronunciamento militare contro gli occupanti prussiani ma anche in questo caso tutto era finito con una sconfitta. Tuttavia già nel 1863 gli esuli polacchi e i loro collegamenti in patria avevano organizzato una nuova insurrezione a cui avrebbero partecipato i garibaldini italiani e che trovò l’appoggio anche di Marx ed Engels. Gli autori del “Manifesto” ritenevano l’insurrezione polacca necessaria per lo smembramento della Russia, regina dell’autocrazia ma non appoggiavano i legami troppo stretti tra gli esuli polacchi e i governi di Londra e Parigi, considerati inaffidabili in quanto borghesi.

Tuttavia Marx ed Engels sostennero la rivolta polacca nonostante fosse guidata da un liberale, Czartoryski, e nonostante avesse tutte le caratteristiche della lotta per l’indipendenza interclassista, di natura mazziniana e non marxiana. A testimonianza di ciò c’è la partecipazione di una spedizione militare italiana, comandata da Francesco Nullo e finanziata da Luigi Cairoli. L’avventura dei garibaldini, quasi tutti proveniente da Brescia e Bergamo, finì con il disastro di Cracovia. Nella città del sud della Polonia i volontari italiani vennero sconfitti dai Cosacchi e coloro che non morirono furono spediti in Siberia. Solo dopo il 1865, a seguito di un’amnistia dello zar, alcuni superstiti poterono tornare in Italia. Tra di loro non ci fu Luigi Cairoli che morì proprio in Siberia nel 1865. I legami tra italiani e polacchi erano molto stretti tant’è che gli ufficiali che guidarono e combatterono la rivolta del 1863 erano stati formati proprio in Italia, precisamente a Genova. Nel capoluogo ligure si trovava infatti una scuola militare polacca, fondata il primo ottobre del 1862 dal comitato Italo-Polacco creato da Ninio Bixio e Ignazio Occhipinti.

La scuola fu diretta in un primo momento da Ludvik Mieroslawski a cui succedette Jozef Wysocki. L’istituto ebbe però vita breve visto che venne chiuso nel luglio del 1862 dopo il trasferimento da Genova a Cuneo e dopo la caduta del governo Ricasoli, che ne aveva sostenuto l’apertura. La scuola militare polacca fece comunque in tempo a formare più di 200 allievi che composero i quadri dell’insurrezione del 1863. Quasi tutti erano imbevuti di idee mazziniane. Infatti, come Marx ed Engels, anche Mazzini era favorevole all’intervento e la sua diretta influenza si poteva riscontrare nel capo dei garibaldini Francesco Nullo, morto durante la battaglia di Krzykawka nel maggio 1863. L’idea di Mazzini era che l’insurrezione polacca si dovesse collegare a una sollevazione popolare e filo-italiana in Veneto, all’epoca parte dell’Impero austroungarico. Il piano fallì perché il governo italiano, su pressione francese, cominciò a bloccare le manifestazioni filo-polacche. Ma l’enorme interessamento di Mazzini a favore della rivolta polacca è l’ennesima testimonianza della russofobia del genovese, uno dei punti di contatto con Marx. Mazzini infatti diffidava della Russia in quanto la riteneva il gendarme del mondo e il baluardo contro le rivoluzioni in tutta Europa, da est a ovest. A queste considerazioni si sommava l’odio che Mazzini provava per gli imperi multietnici, oppressori delle singole nazionalità. Questa spiccatissima antipatia lo porterà a tentare di organizzare varie spedizioni nei Balcani proprio contro Austria-Ungheria, Impero Ottomano e Russia zarista. Marx invece riteneva necessario la rottura dell’asse russo-tedesco e ciò spiega il perché del suo sostegno all’insurrezione polacca del 1863. Tuttavia il risultato finale non fu quello auspicato dal filosofo di Treviri.

Infatti, dopo aver sedato violentemente la rivolta, la Russia si legò ancor di più alla Germania con il patto dei Tre Imperatori, datato 1873, e con le politiche di russificazione della Polonia. Sentimenti antirussi permeavano chiaramente tutta l’estrema sinistra europea, da Marx a Mazzini. Un’eccezione però si ritrova nel pensiero di Ernest Coeurderoy, filosofo francese morto suicida a Ginevra nel 1862. Nel 1853 Coeurderoy pubblicò un interessantissimo libro dal titolo “Hurrah! Ou la revolution par les Cosaques”. Coeurderoy riteneva che la rivoluzione potesse essere fatta solo dai Cosacchi, cioè dai Russi. Essi erano gli unici in grado di rivitalizzare l’Europa occidentale, oramai preda di falsi socialisti autoritari e controrivoluzionari. Coeurderoy, che polemizzò aspramente contro Mazzini, era però l’eccezione e non la regola. Molti infatti ritenevano l’impero zarista l’epitome dell’autocrazia e il nemico da combattere. Anche Dron la pensa allo stesso modo. Per lo scrittore francese la Russia deve essere smembrata e per questo crea il regno polacco e quello circasso. La Polonia è disegnata con il preciso scopo di fungere da argine antirusso e infatti viene immaginata con una dimensione sia terrestre sia navale, in grado di fronteggiare lo sterminato impero zarista. La Russia è ulteriormente indebolita dall’invenzione dell’Impero circasso, uno dei punti più caratteristici delle idee di Dron. I Circassi erano una popolazione caucasica che all’epoca dello scritto di Dron stava ancora combattendo contro i Russi nel contesto delle guerre caucasiche. Questo lunghissimo conflitto vedeva le forze zariste impegnate nella zona dal 1814 e si concluse solo nel luglio 1864 con la sottomissione allo zar Alessandro II di Imam Shamil, principale leader della guerriglia caucasica. L’impero circasso aveva il ruolo di bastione difensivo contro le invasioni dall’Asia centrale e serviva anche per europeizzare le popolazioni nomadi della zona. La russofobia di Dron viene accentuata dallo spostamento della capitale dell’impero russo da Mosca a Novgorod, una città che era stata centrale nella Russia medievale ma che nel 1863 era un centro chiaramente secondario. Il fatto che Dron inserisca i Paesi baltici all’interno dell’impero zarista non bilancia tutte le perdite territoriali di cui è oggetto la Russia, privata anche delle proprie propaggini asiatiche. 

Gli argomenti geopolitici espressi da Dron assomigliano molto a quelli messi per iscritto da Ippolito Nievo in un racconto uscito nel gennaio del 1860 sulla testata milanese “Strenna dell’uomo di pietra”. L’opuscolo era intitolato “Storia filosofica dei secoli futuri” e ha molti punti di contatto con l’opera di Dron. L’autore di “Le confessioni d’un Italiano” usava però toni più umoristici rispetto a Dron e in alcuni frangenti toccava tematiche fantascientifiche. Tuttavia anche in questo caso le parti più interessanti erano quelle dedicate alla sistemazione politica del mondo del futuro. La “Storia filosofica dei secoli futuri” però aveva un’impalcatura complessa. Nievo infatti costruiva una cornice più sofisticata rispetto a Dron. Il garibaldino si immaginava che un suo contemporaneo, tale Ferdinando de Nicolosi, avesse prodotto chimicamente due fogli di perfetto colore nero. Da essi spuntavano improvvisamente delle parole che formavano un racconto scritto da Vincenzo Bernardi di Gorgonzola, un cittadino dell’anno 2222. La cornice era dunque più articolata ma i punti in comune tra Dron e Nievo sono molteplici. In primis entrambi si immaginavano un papato fuori da Roma. Dron lo relegava a Gerusalemme dove avrebbe sconfitto l’Islam in una guerra spirituale tra monoteismi. Nievo, con molta più vis polemica, trasferiva il soglio pontificio a Sebastopoli, sotto la protezione dello zar. E l’altro punto in comune tra i due scrittori è proprio la considerazione della Russia. Anche Nievo, come Dron, riteneva l’impero zarista una forza oscurantista e retrograda, il peggior esempio di alleanza tra trono e altare. Non è un caso che nel mondo immaginario del garibaldino il papato fosse alleato e protetto proprio della Russia. Sia Dron sia Nievo inoltre vedono l’Italia unita, anche se in modalità diverse. Il patriota italiano infatti descrisse l’unità del Belpaese come fusione tra due regni, una murattiano nel Sud e uno sabaudo nel settentrione, entrambi creati dalla volontà popolare e solo successivamente fusi assieme. Nievo si inseriva così in un filone letterario in voga negli anni antecedenti l’unità d’Italia. Furono infatti molti gli intellettuali politicamente impegnati che si immaginarono l’organizzazione politica della penisola dopo aver ottenuto l’indipendenza: Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo con il libro del 1844 “Delle speranze d’Italia” e quello del 1851 “Del rinnovamento civile d’Italia” oltre a Giacomo Durando e il suo “Della nazionalità italiana” del 1846 ma anche il valtellinese Luigi Torelli che scrisse nel 1845 “Pensieri sull’Italia di un anonimo lombardo”. Anche Nievo, come Dron, preconizzava il dissolvimento dell’Impero austroungarico ma l’italiano riteneva che esso sarebbe stato inglobato dall’avanzata russa. Proprio l’Impero zarista si sarebbe invece alleato con l’Inghilterra in funzione anti-tedesca, collaborazione che effettivamente ebbe luogo nei due conflitti mondiali. Nievo identifica il grande conflitto del ventesimo secolo nella contrapposizione tra la Russia dispotica e la Germania democratica e repubblicana.

Il conflitto tra le due Nazioni porterà a una Dieta europea di dodici nazioni, contro le dieci di Dron: impero russo e bizantino, regno d’Inghilterra, di Polonia, d’Italia, d’Irlanda, di Scandinavia, e di Spagna, repubbliche francese, germanica, svizzera, danubiana. L’impero bizantino aveva caratteristiche simili a quello greco di Dron perché era l’erede degli Ottomani, respinti in Asia. Ritroviamo, come in Dron, la Polonia indipendente e la Scandinavia. Da sottolineare anche la presenza di una repubblica danubiana, idea che probabilmente Nievo ha estratto dal mazzinianesimo e che anche Dron riprese in un lavoro del 1876. Ma un altro interessantissimo punto di contatto tra il garibaldino e lo scrittore francese è la divisione della Russia. Si è già visto come Dron l’avesse spartita tra Impero russo propriamente detto e Impero circasso. Nievo si spinge oltre adombrando una tripartizione della Russia e, pur non entrando nei dettagli della divisione geografica dell’Impero zarista, scrive chiaramente che questo smembramento è necessario per la tutela dei popoli. È un vero manifesto della russofobia dell’epoca. Nievo e Dron infine sono accumunati anche dall’idea di un governo mondiale. Quello di Nievo ha caratteristiche più utopiche e comprende anche le nazioni che nel 1860 erano ancora colonie britanniche ma che, con inconsueta preveggenza, venivano rese indipendenti dall’autore della “storia filosofica dei secoli futuri”. Dron invece è più preciso nel delineare questo entità governativa sovranazionale. In primis egli identifica una capitale d’Europa, Vienna, e una capitale del mondo che invece è, abbastanza sorprendentemente, Lisbona. L’organo multinazionale europeo è di natura repubblicana ed è stata sua l’opera di risistemazione dei confini dei Paesi del Vecchio Continente che ha portato alla situazione di pace descritta da Dron nel suo libro. A Vienna c’era un governo europeo di cento membri, diverso da quello presente a Lisbona che invece riuniva tutti i continenti: Asia, Europa, America del Nord, America del Sud, Oceania e Africa. Quest’ultimo era definito “Cour des Patriarches” ed era composto da venti uomini per ogni zona del globo.

Inoltre sia Nievo sia Dron sono considerabili precursori di quel genere letterario che descrive situazioni geopolitiche del futuro da cui è derivato anche la warfiction, un interessante prodotto delle idee che si possono ritrovare in nuce nelle opere di Nievo e Dron. In Italia Pompeo Moderni scrisse “L’assedio di Roma nella guerra del 19..”, un romanzo storico distopico pubblicato nel 1900, Moderni si immagina una disastrosa guerra contro la Francia che mette in grandissima difficoltà lo Stato italiano. Il libro serve anche come denuncia contro i mali che secondo Moderni attanagliano il Paese: il socialismo, i pochi fondi destinati all’esercito e soprattutto il clericalismo, il vero grande nemico dell’Italia unita. Nella patria di Dron invece ci fu Emile-Auguste-Cyprien Driant, esponente della destra d’Oltralpe, revanscista e allarmista oltre che grande avversario di Germania e Inghilterra contro cui si scagliò dopo l’incidente di Fashoda, Anche in Driant ci sono richiami alla battaglia contro il socialismo e, pur riconoscendo i crimini del colonialismo anche se non di quello francese, si appella all’unità europea contro asiatici e africani. È la riedizione del “fardello dell’uomo bianco”. Driant si immagina anche l’uso di super-armi che avrebbero permesso la vittoria degli Europei. La warfiction francese era particolarmente incentrata sullo sviluppo tecnologico, soprattutto in ambito bellico. L’eco dell’eredità di Dron e di Nievo si può percepire anche in questi lavori.Tracciare un giudizio su Henri Dron è complesso. Egli è un “amateur” più che un “connaiseur” della geopolitica e la sua opera pecca di perfezione. Gli imperi immaginati da Dron sono infatti troppo precisi, con confini delineati e capitali incastonate nel mezzo del territorio nazionale. Si vede che sono il frutto di un ragionamento razionale e risultano così troppo artificiali. Le popolazioni sono tutte molto simili e bilanciate in maniera eccessivamente precisa. Ma nella sua opera si vedono anche tendenza riscontrabili in tutti gli ambienti intellettuali europei: la russofobia ad esempio ma anche la vicinanza alla Polonia oppressa che all’epoca provava a risollevarsi. Dron fu definito un “denizen of Utopia” e un “cartografo radicale” e probabilmente entrambe le definizioni sono corrette . Tuttavia sono innegabili gli spunti che questo “stampatore, pubblicista e cittadino impegnato” diede alla fantapolitica dell’Ottocento. Le due cartine e in generale tutta “La carte de l’Europe au XXme siècle” sono una testimonianza di flussi di pensiero che percorrevano la cultura europea dell’epoca di cui Dron è un poco conosciuto ma non per questo meno affascinante esponente. In conclusione, si può notare come alcune idee di Dron si siano effettivamente realizzate seppur non nella maniera radicale descritta dal francese. L’esempio più lampante è quello della Polonia. Varsavia si è assunta su di sé la funzione di bastione antiruss, ed è diventata in breve tempo un membro centrale della NATO insieme alle altre Nazioni ex comuniste dell’est Europa, Romania e Bulgaria in primis. E, nonostante non sia stato creato nessun Impero circasso, la Russia ha effettivamente avuto problemi nei Caucaso e nelle zone che una volta erano in possesso dell’impero zarista o dell’URSS. Dron probabilmente rimane un utopista ma alcune sue concezioni non possono essere ignorate proprio perché, essendo pesantemente influenzate dalla sua epoca, spiegano anche il presente.




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