Guerra e pace tra i banchi di scuola
In un’epoca segnata da conflitti sempre più vicini ai confini europei, la scuola torna al centro di un dibattito cruciale: deve preparare alla guerra o educare alla pace? La risposta non è univoca. Tra programmi di addestramento militare e percorsi educativi orientati alla nonviolenza, le aule scolastiche si trasformano in uno spazio di tensione tra sicurezza e coscienza civile.
Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’Europa orientale hanno introdotto o rafforzato programmi scolastici legati alla difesa nazionale. In Polonia, prendendo esempio dai Paesi Baltici, oltre 240 istituti coinvolgono circa 100.000 studenti dai 14 anni in corsi obbligatori di “educazione alla sicurezza”. Le attività comprendono esercitazioni di tiro con armi ad aria compressa o laser, tecniche di difesa personale, gestione dello stress e primo soccorso.
Questa scelta nasce da un contesto geopolitico percepito come instabile, segnato dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni con Russia e Bielorussia. L’obiettivo dichiarato è formare cittadini pronti a reagire in caso di crisi.
Un modello simile è stato adottato anche in Lettonia, dove l’educazione militare è diventata materia obbligatoria nelle scuole secondarie, con 112 ore dedicate a esercitazioni pratiche e orientamento sul territorio. Ancora più radicale è il caso della Crimea, dove programmi di disciplina militare, medicina tattica e uso delle armi vengono introdotti fin dall’infanzia.
Si tratta di una tendenza più ampia: la crescente presenza di forze armate nelle scuole attraverso stage, seminari e percorsi di orientamento, spesso letta come una “militarizzazione soft” dell’istruzione.
A sostenere queste iniziative è anche un sistema europeo più strutturato di formazione alla sicurezza. L’Accademia europea per la sicurezza e la difesa, con sede a Bruxelles, coordina programmi educativi per personale civile e militare, formando ogni anno migliaia di professionisti nei campi della gestione delle crisi, della leadership e della sicurezza internazionale.
L’obiettivo è rafforzare una cultura comune europea della difesa. Ma quando questi principi scendono nelle scuole, il confine tra educazione civica e preparazione militare diventa più sottile.
In Italia, il rapporto tra scuola e mondo militare ha una lunga tradizione. Esistono istituti prestigiosi come la Scuola Militare Nunziatella, la Scuola Navale Militare Francesco Morosini, la Scuola Militare Aeronautica Giulio Douhet e la Scuola Militare Teuliè, che integrano istruzione liceale e formazione militare.
Tuttavia, il servizio di leva obbligatorio è sospeso dal 2005, e il reclutamento si basa oggi sul volontariato. Non mancano però proposte di reintroduzione o di forme ibride di servizio civile e militare.
Emblematico è il caso del sindaco di Capaci, Pietro Puccio, che ha proposto di raccogliere dichiarazioni preventive di obiezione di coscienza tra i giovani. Un’iniziativa simbolica ma significativa, che riporta al centro il diritto di scegliere la nonviolenza anche in caso di leva.
Accanto a queste spinte verso la sicurezza, esiste un movimento educativo che va nella direzione opposta: insegnare la pace come pratica quotidiana.
Organizzazioni come Save the Children ed Emergency promuovono nelle scuole attività didattiche per sviluppare empatia, pensiero critico e consapevolezza dei conflitti. Attraverso laboratori, role playing e teatro, gli studenti imparano a mettersi nei panni degli altri e a comprendere le conseguenze della guerra, soprattutto sui civili.
La Rete Nazionale delle Scuole di Pace propone esercizi concreti per costruire relazioni non violente, mentre realtà come Rondine Cittadella della Pace lavorano sulla trasformazione creativa del conflitto, mettendo insieme giovani provenienti da Paesi in guerra.
Le attività didattiche — come il lavoro di gruppo (cooperative learning), il confronto argomentato (debate), la mediazione dei conflitti tra studenti e il teatro forum — rendono la classe un vero spazio di esercizio della democrazia. In questo contesto, gli studenti non si limitano a studiare concetti teorici, ma imparano attraverso l’esperienza diretta: collaborano, si ascoltano, affrontano i contrasti e cercano soluzioni condivise. In questo modo, la convivenza pacifica non resta un’idea astratta, ma diventa una pratica concreta vissuta ogni giorno.
Come recita il preambolo dell’atto costitutivo dell’UNESCO:
“Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che si devono costruire le difese della pace.”
Oggi più che mai, questa affermazione appare attuale. Di fronte a un mondo che sembra normalizzare il conflitto, la scuola è chiamata a una responsabilità enorme: decidere se formare cittadini pronti a combattere o individui capaci di costruire la pace.
La risposta, probabilmente, non può essere netta. Ma una cosa è certa: la pace, come la guerra, si impara. E spesso, tutto comincia tra i banchi di scuola.
