domenica 3 settembre - Riccardo Noury - Amnesty International

Giulio Regeni, il ritorno dell’ambasciatore al Cairo: etica ed emozioni contro la “logica della politica”

Domani pomeriggio, finalmente, si terrà l’informativa del governo sui rapporti tra Italia ed Egitto dall’assassinio – 20 mesi fa esatti – di Giulio Regeni fino alla decisione del 14 agosto di rimandare al Cairo l’ambasciatore italiano e sul futuro delle relazioni bilaterali.

Al di là delle espressioni retoriche quali “il ritorno dell’ambasciatore favorirà la ricerca della verità”, cui è proprio difficile credere, cosa potrebbe dire il governo si evince dalla conclusione della nota diffusa dai presidenti delle commissioni Esteri di Camera e Senato, Fabrizio Cicchitto e Pier Ferdinando Casini: “con particolare riferimento alla situazione nel Mediterraneo“.

La “situazione del Mediterraneo” è una formula vaga per definire il tema dell’immigrazione, e dunque per porre al centro la strategia italiana per fermare le partenze dalla Libia.

Per completare quella strategia, occorre entrare in buoni rapporti con la “terza Libia”: dopo gli accordi con il governo riconosciuto a livello internazionale per sigillare la costa e quelli con le tribù del Fezzan per bloccare la frontiera meridionale, manca ancora all’appello il generale della Cirenaica Khalifa Haftar, sponsorizzato dall’Egitto.

Per quell’obiettivo (e, certo, anche per portare avanti le attività nel settore degli idrocarburi con ancora maggiore tranquillità), il governo italiano ha tradito l’impegno assunto con la famiglia Regeni e con buona parte dell’opinione pubblica del nostro paese: la ricerca, fino in fondo, senza tentennamenti e senza ripensamenti, della verità per un nostro connazionale barbaramente ucciso all’estero, in quello che sin dall’inizio è apparso un omicidio di stato.

Avevamo ammonito da mesi che il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo sarebbe stato interpretato dall’Egitto come una sua vittoria e una nostra resa.

commenti dei giornalisti filo-governativi egiziani, non c’è da meravigliarsene, lo confermano: “La Libia ha reso necessario quello che il caso Regeni aveva impedito”; “Il caso Regeni è stato chiuso in un cassetto in nome della stabilità regionale”; “Di fronte alla giustizia per una singola persona, ha prevalso la logica della politica in cui non c’è spazio per l’etica o per le emozioni“.

Quest’ultima frase, cinica e brutale, è l’insegnamento da trarre.

Ma c’è un altro insegnamento, nulla di nuovo e anzi l’ennesima conferma: quando sono in gioco i diritti umani, i governi non devono essere lasciati soli a fare e a disfare.

A loro la logica della politica, alla campagna “Verità per Giulio Regeni” l’etica e le emozioni. Che significano l’impegno a tempo indeterminato a premere perché si abbia, quella verità, e a incalzare regolarmente il governo italiano affinché contini a riferire, al parlamento ma anche e soprattutto alla stampa e all’opinione pubblica, sui “passi avanti”, i “progressi”, gli “avvicinamenti alla verità” che il ritorno dell’ambasciatore al Cairo avrà favorito.




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