venerdì 27 maggio - Osservatorio Globalizzazione

Gino Doné, l’eroe dei due mondi della rivoluzione cubana

“E il Garibaldi fissa il mare / E tira un sorso di rhum… Che di marsala qui all’Avana non ne sbarcano più…”. 

di 

 

Questo l’incipit della famosa canzone “Garibaldi Innamorato” di Sergio Caputo ma possiamo facilmente immaginarci un altro italiano in quella situazione, l’unico europeo a partecipare allo sbarco del Granma ai piedi della Sierra Maestra nel 1956, unico europeo a dare un contributo fondamentale al successo della Rivoluzione Cubana: Gino Donè.

Gino Giacomo Donè (all’anagrafe portava il nome dei due nonni) nacque il 18 maggio 1924 in una casa colonica nella frazione di Rovarè, a San Biagio di Callalta, in provincia di Treviso. Malgrado fosse figlio di poveri braccianti finì gli studi e come tutti i diciottenni venne mandato in guerra nel 1942, di stanza a Pola. E lì si trovava l’8 settembre del 1943 e decise subito da che parte stare: con una barca tornò a San Donà di Piave e si unì alla Brigata Piave svolgendo azioni di guerriglia e di soccorso: con un naviglio viaggiava per la laguna e il basso Piave, portando in salvo ex prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento della zona. Impegnato nella Missione alleata Nelson, sotto il Comandante Guido, un ingegnere milanese italo-americano, alla fine del conflitto ricevette anche l’encomio da parte del Generale in capo britannico, Harold Alexander, poiché aveva salvato alcuni soldati inglesi prigionieri dei tedeschi. Ma finito il conflitto il futuro che gli si prospettava non era dei migliori. Non solo la disoccupazione, ma ricevette anche una lettera che lo obbligava al servizio militare, lui che si era fatto un anno di guerra nell’esercito e 2 anni come partigiano con tanto di congedo onorevole. Convocato a prestare servizio alla caserma di Modena, una volta arrivato lì, come raccontava lui stesso, disgustato e indignato, non ce la fece e lanciò lo zaino con tutta la divisa, andandosene. Per fortuna sua non vigeva più la legge marziale o noi non staremmo qui a scrivere la sua storia. Dopo due mesi i carabinieri lo andarono a prendere e venne condannato per diserzione e costretto a svolgere comunque altri 2 anni di servizio militare in caserma. Dopo aver fondato la sezione ANPI della provincia di Venezia, decise di abbandonare la terra natia per cercare una nuova vita, dapprima in Francia, attratto dal “romanticismo” della Legione Straniera, successivamente in Belgio e Germania, dove lavorò come minatore. Proprio dalla Germania si aprì un nuovo capitolo della sua vita, perché di lì si risolse a cambiare definitivamente aria. Senza documenti ma con tanta determinazione, si diresse ad Amburgo e nel porto della città anseatica si imbarcò clandestinamente sulla “Sibilla” una nave diretta ai Caraibi. Fu facile per lui imbarcarsi di nascosto e vivere qualche giorno senza farsi notare, celato tra le gomene, ma sete e fame lo costrinsero a palesarsi al comandante della nave. La nave era già abbondantemente al largo perché fosse accettabile tornare indietro per un italiano e così sbarcò a Cuba nel 1951. Qui si registrò come Donè Paro, essendo Paro il cognome materno. 

A L’Avana trovò lavoro come falegname e carpentiere nella costruzione della Plaza Civica, l’attuale Plaza de la Revolucion, alloggiando vicino all’Alma Mater e conversando nelle pause con gli studenti e con un certo scrittore americano che amava l’Italia e il veneto perché ci aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale: Ernest Hemingway. La Perla dei Caraibi stava per entrare in un conflittuale travaglio. Fulgencio Batista, con il placet degli Stati Uniti, prendeva il potere e dava inizio alla dittatura, scontrandosi proprio con la maggioranza di quegli studenti a cui lui raccontava, tra un sigaro e un sorso di rhum, della guerra in Italia, studenti che difendevano la costituzione del ’40 e che erano capitanati dal giovane avvocato Fidel Castro Ruz, dirigente del Partito Ortodosso Cubano. Trasferitosi nel corso del 1952 a Trinidad de Cuba, al seguito dell’azienda per cui lavorava, conobbe Norma Turino Guerra con cui si fidanzò e con cui si sposò e Aleida March de la Torre (futura seconda moglie di Che Guevara), entrambe aderenti al Partito Ortodosso. 

Il 26 luglio 1953 fallì l’attacco castrista alla caserma Moncada di Santiago di Cuba e Castro fu costretto, insieme ad altri, dopo una breve carcerazione, all’esilio in Messico dove fondò il Movimento 26 Luglio. Capì che ciò che mancava ai suoi uomini era la preparazione all’azione bellica, oltre naturalmente a armi e mezzi. Fu Faustino Perez, dirigente del M-26-7 a parlare a Castro di Gino, il fresco marito della Companera Norma, che aveva combattuto in Italia e fu Castro a chiedere che gli venisse fatto incontrare “El Italiano”. E così anche Donè, il cui spirito rivoluzionario e ribelle non era mai venuto meno, entrò nel M-26-7, diventandone tesoriere. La scelta del resto era facile e fu rapida, come nel ‘43: da una parte i nazisti e dall’altra chi cercava di cambiare le cose. E qui uguale: da una parte la brutale dittatura batistiana e dall’altra chi provava a costruire qualcosa di diverso. Tra il 1954 e il 1956 la sua vita fu un continuo via vai tra Cuba e il Messico dove incontrò Fidel, portava soldi e missive e conobbe il giovane medico argentino Ernesto Guevara de la Serna, che lui non chiamò mai “Che”. Lo stesso Donè raccontò che lui ed Ernesto divennero ottimi amici, che Guevara avrebbe voluto venire in Italia per specializzarsi nella cura dell’asma di cui soffriva, che fu lui ad insegnargli a sparare e ad usare le armi e a raccontargli che cosa volesse dire porre fine alla vita di un uomo. Erano come fratelli, ebbe poi a narrare. Il passaporto italiano gli consentiva di muoversi con facilità e così insegnò ai rivoluzionari in esilio un po’ di guerriglia.

E venne infine il 25 novembre 1956, quando 82 guerriglieri rivoluzionari al comando di Fidel, Raul Castro e Che Guevara, salparono da Tuxpan alla volta di Cuba sul battello Granma, comprato anche grazie ai soldi portati da Donè. Erano tutti cubani tranne Gino, Che Guevara, il messicano Alfonso Guillen Zelaya Alger e il dominicano Ramon Emilio Mejias Del Castillo. Il Granma era poco più che una bagnarola e la traversata, secondo la testimonianza dello stesso Donè, fu ardua: in 82 su una barca da 8, con poco carburante e poche provviste, perché il viaggio anziché durare 3 giorni ne durò 7. In più una tempesta deviò il tragitto facendoli sbarcare il 2 dicembre in una foresta di mangrovie ai piedi della Sierra Maestra. Allo sbarco però il gruppo dei “barbudos” si perse Che Guevara. L’argentino, infatti, era rimasto parecchio indietro per un potente attacco d’asma, senza le sue medicine, lasciate in Messico. A salvargli la vita fu il tenente nel Terzo Plotone comandato da Raúl Castro, ovverosia El Italiano. La moglie di Donè, infatti, soffriva di asma e l’ex partigiano della Brigata Piave sapeva come trattare le crisi e praticò un energico massaggio al torace del medico argentino, consentendogli di riprendersi. Se non ci fosse stato lui la storia avrebbe preso un corso differente, con la probabile prematura scomparsa del “Che” . 

I giorni successivi furono molto duri per i Granmisti: subirono i bombardamenti dei batistiani e l’imprevisto combattimento di Alegria de Pio il 5 dicembre contro i lealisti che decimò il gruppo. Ne rimasero 12 che si diedero alla macchia per la Sierra Maestra. Donè tornò a Trinidad dalla moglie e di lì si mosse a Santa Clara, dove ad attenderli c’era un gruppo di rivoluzionari con cui mise in piedi azioni di sabotaggio, ma rifiutò di partecipare ad attentati contro la popolazione. Come riferì successivamente Aleida March nella sua biografia, si era organizzato un attentato alla sede del Comando fedele a Batista della città di Santa Clara, per il Natale del 1956 ma Donè si sottrasse al lancio delle bombe perché la sede era affollata di bambini e civili e “la rivoluzione si fa contro l’esercito e non contro il popolo”. 

La situazione comunque era caldissima, lui era ricercato ovunque e fu lo stesso Fidel a suggerire a Gino di andare negli Stati Uniti e lui partì nel 1957.

Praticamente qui finisce la parabola di avventuriero dei due mondi di Gino Donè. Non si hanno conferme che avesse continuato a servire la causa castrista come agente cubano in America, vivendo tra New York e la Florida. Fatto è che non tornò più a Cuba, se non con il distendersi dei rapporti tra i due paesi, fino al 1995 per le celebrazioni del 39° anniversario dello sbarco del Granma invitato dal companero Jesus Montané Oropesa. Dovette rifiutare l’invito per il 40°: doveva infatti assistere la sua seconda moglie, gravemente ammalata. Già, perché nel fuggire da Cuba era stato costretto a separarsi da Norma e con il di lei consenso si separarono. Gino si risposò con la militante antimperialista portoricana Antonietta De La Cruz, amica di Norma, avente cittadinanza statunitense, abitante in Florida, e più vecchia di lui di quasi vent’anni. Nel 2003, doppiamente vedovo e senza figli, tornò in Veneto, a Noventa di Piave, a vivere con la nipote Silvana. Si iscrisse al circolo Italia-Cuba di Venezia e alla sezione dell’ANPI che subito dopo la guerra aveva contribuito a fondare. Riuscì ad incontrare i suoi vecchi compagni nel 2004, quando venne solennemente decorato alla sfilata popolare del 1° maggio a L’Avana e per altre 2 volte nel 2005, quando si recò sui luoghi della Rivoluzione con una troupe televisiva, per il documentario “Cuba Libre: el desembarco del Granma” (coproduzione italo-cubana realizzata da LIB LAB e Mundo Latino). 

Morì il 22 Marzo 2008 in una clinica di San Donà di Piave. Ai suoi funerali, tenuti a Spinea, oltre a parenti, amici e compagni vennero i rappresentanti dell’Ambasciata cubana con 4 corone di rose rosse: “A Gino da Fidel Castro Ruz. A Gino da Raul Castro Ruz. A Gino dall’Ambasciata di Cuba. A Gino dai suoi Compagni del Granma”.

I ritratti dell’Osservatorio

 




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