lunedì 19 settembre - Riccardo Noury - Amnesty International

Giappone, la crudeltà dell’isolamento prima dell’impiccagione

La Federazione internazionale dei diritti umani e il Centro per i diritti dei prigionieri hanno reso pubblica una ricerca sull’uso dell’isolamento carcerario e della videosorveglianza ai danni dei condannati a morte in attesa dell’esecuzione in Giappone, attualmente 107.

Le ricerche si sono concentrate nel braccio della morte della capitale Tokio, in cui si trova quasi la metà delle persone condannate alla pena capitale.

I detenuti sono confinati in celle di poco più di cinque metri quadrati, sorvegliati 24 ore al giorno da una telecamera appesa al soffitto che riprende ogni loro azione compreso l’uso del gabinetto. Lo stesso vale per le detenute in attesa di esecuzione.

Dei cinque condannati a morte intervistati dal Centro per i diritti dei prigionieri, quattro si trovano in tali condizioni da un minimo di tre a un massimo di 15 anni. Il quinto è stato trasferito dopo 14 anni in una cella d’isolamento priva di telecamera.

L’uso dell’isolamento carcerario e la costante sorveglianza dei detenuti in attesa dell’esecuzione sono del tutto contrari ai trattati internazionali – come il Patto internazionale sui diritti civili e politici e la Convenzione contro la tortura – che il Giappone sarebbe tenuto a rispettare.

Peraltro, la sorveglianza non è neanche prevista dalla normativa interna. La Legge sulle prigioni del 2005 prevede solo (e già non è poco) che i condannati a morte siano posti in isolamento senza alcun contatto con altri prigionieri.

Così, ogni istituto di pena dove si trovano persone in attesa dell’impiccagione si è dato i propri regolamenti interni: la premessa comune è che si tratta di “prigionieri che richiedono particolare attenzione”. Detto in termini più semplici, occorre controllare che non si suicidino. Ucciderli spetta allo stato.




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