giovedì 9 agosto - Enrico Campofreda

Gaza, madri e figli d’un popolo che resiste allo sterminio

Si chiamava Bayan, diciotto mesi, la piccina uccisa ieri a Gaza dalle bombe d’Israele, che punisce Hamas della resistenza in atto e gli abitanti della Striscia dell’essere tuttora in vita. Non aveva ancora un nome, semplicemente perché non era nato, il bimbo che la madre, la ventitreenne Enas, portava in grembo. 

Sono morti anche loro, terroristi, resistenti cui il governo Netanyahu nega l’esistenza. Dalla fine di marzo la protesta palestinese che chiede quel che settant’anni fa gli ebrei ottennero, avere un proprio Stato, è stata segnata da 160 vittime e 16.000 feriti. Uccisioni e ferimenti realizzati con spregevole e criminale cinismo, assassinando bambini e donne, tirando con fucili di precisione su personale di supporto ai manifestanti: infermieri che distribuivano maschere antigas, volontari con bottiglie d’acqua, giornalisti che filmavano la mattanza sulla folla in maggioranza pacifica. Impari scontri s’erano verificati contro giovani armati di fionde e bottiglie incendiarie, che mai hanno messo in pericolo la vita dei soldati con la Stella di David.

Ma, come in altre occasioni, la sperequazione dei mezzi e dell’uso della forza non conduce a ragione militari, ufficiali e le leadership politiche che gli confezionano licenze di uccidere per difendere la palizzata, la rete simbolo della separazione etnica creata in Israele.

E come si sono accaniti per mesi mirando alla testa, al cuore dei gazawi - che nonostante le terribili stragi sottaciute e snobbate dalla politica internazionale, continuavano e continuano a riunirsi per dire al mondo, oltre che ai propri assassini: noi esistiamo - ora riprende il massacro dal cielo, già attuato in tante occasioni. Una carneficina che si ripete, che spazza via migliaia di palestinesi colpevoli di resistere in quei 40 km, spogli di quasi tutto, non della dignità di popolo che resiste a tutto.

Il triangolo familiare cancellato dal fuoco israeliano, quella madre, quella figlia, quel bimbo mai nato, che l’aviazione di Tel Aviv volutamente uccide per vendicare i razzi (100, 150?) lanciati negli ultimi giorni dalla struttura militare di Hamas oltre il confine, è l’emblema d’una presunta guerra. Del conflitto impari, sempre frutto d’invasioni israeliane, che anche nei momenti di scontro aperto da ‘Piombo fuso’ in poi, ha visto la morìa a senso unico di mille (fra civili e miliziani palestinesi) a uno (militare di Tsahal). Una pratica che ogni partito, ogni leader politico fautori del sionismo perseguono ed egualmente il fandamentalismo religioso ebraico teorizzatore di pulizie etniche. Tutto noto, con la costante del consenso internazionale e la variante di ulteriori eccidi, collettivi oppure sfilacciati in vili agguati come ieri a Jafarawi, Gaza City. 

Enrico Campofreda, 9 agosto 2018

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it




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