lunedì 4 gennaio - Enrico Campofreda

Futuro afghano, pace forzata o guerra civile

Centosessantotto membri delle Forze di sicurezza e centotrentasei civili - quest’ultimi giornalisti, attivisti, magistrati - sono le vittime afghane eccellenti, registrate da statistiche ufficiose nell’anno appena concluso. 

A esse s’aggiunge la massa dei senza nome o quasi, i civili di città e campagna, crepati per ragioni religiose, perché hazara, la comunità più colpita da kamikaze e autobomba, o semplicemente perché transitavano nel posto sbagliato nell’infame attimo della deflagrazione o dell’assalto armato. E’ l’Afghanistan che reitera tale cliché da decenni, ma che negli ultimi due anni registra una variante. Il conflitto palese fra i taliban della Shura guidata da Akhundzada e i ribelli del Khorasan che hanno assunto il marchio dello Stato Islamico. L’incessante sequela di attentati contrapposti - e rivendicati - che s’era registrato nel 2018 in tante province per lo sciagurato primato dell’agguato mortale, è stato sostituito dallo scorso autunno da azioni anonime. Sangue e morte senza sigla e senza scopo, se non quelli di seminare terrore e orrore. Ovviamente è una tattica, che lascia spazio a ipotesi e interpretazioni. Alle imboscate seguono le congetture sui possibili esecutori da parte degli addetti alla sicurezza, un ossimoro nel Paese più insicuro del globo. Quindi le valutazioni di analisti, quest’ultime più orientate ma egualmente teoriche.

A ogni strage di gruppo, a ogni esecuzione mirata si cerca di dare un nome, d’individuare la matrice dei killer. Da circa un mese c’è un’ulteriore presenza che, comunque, potrebbe non figurare come terzo incomodo. Quella d’un ramo della Rete di Haqqani, gruppo talebano dissidente sin dall’epoca del mullah Omar, con a capo Jalaluddin. Solo dopo la sua scomparsa avvenuta nel 2018 i taliban di Haqqani, sotto l’impulso del figlio Sirajuddin, s’erano riavvicinati alla Shura ortodossa di Quetta. Con l’ennesimo attentato nei primi di dicembre, i Servizi di Kabul hanno messo le mani su un nucleo di fuoco, denominato Obaida Karwan, forte di oltre 250 aderenti. E’ stato arrestato anche il leader, tal Mutiaullah, e secondo il vicepresidente afghano Saleh che d’Intelligence s’è occupato per anni, quest’unità guerrigliera sta collaborando coi restanti jihadisti del Khorasan nel condizionare il Paese, conducendolo verso il caos. Nei mesi scorsi, quando Saleh in persona fu preso di mira da un’autobomba uscendone miracolosamente illeso, probabilmente per puro caso non per il filtro dei suoi 007, le supposizioni del vicepresidente sulla recrudescenza degli agguati mortali indicavano un unico responsabile: i talebani della trattativa. Sarebbero loro i principali artefici della destabilizzazione per far pesare sui tavoli di Doha il palese ricatto: senza un nostro governo la nazione è ingovernabile.

Al tempo stesso il ritornello dei turbanti, ripetuto a ogni colpo inferto alla cieca, resta il medesimo: “noi combattiamo militari e polizia non impiegati statali, addetti della società civile, gente comune”. Credergli non è scontato. Gli studenti coranici sentono avvicinarsi il profumo del potere, anche per il lasciapassare ottenuto dagli statunitensi in ritiro da una certa presenza sul territorio, e interpretano vari ruoli, da quello di pacificatori e stabilizzatori, a quello semicelato d’istigatori allo squasso esistenziale. Come e più di loro, gli ex sodali del Khorasan e i fratelli-coltelli di Haqqani diventano i guastatori assoluti che possono ricavare spazi dalla degenerazione dello scontro in conflitto aperto, come fu la guerra civile del periodo 1992-96. E prim’ancora il decennio di guerriglia antisovietica vissuto fra banditismo e rapimenti. Accanto al sostegno, più o meno minuto, che quest’ultimi possono ricevere da clan malavitosi, trafficanti d’oppio, contrabbandieri d’ogni sorta in combutta con militari e amministratori corrotti, resta l’ombra pesante e inquietante delle potenze regionali sempre impegnate a sgretolare l’Afghanistan per trarne vantaggi. I vicini d’Oriente di stanza a Islamabad, quelli d’Occidente allocati a Teheran, e gli invisibili che contano come la dinastia Saud. La quale, al di là della proclamata modernizzazione, ha occhio benevolo e cuore prossimo al jihadismo mondiale. Da Al Qaeda sino al Daesh e oltre.

Enrico Campofreda




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