mercoledì 9 ottobre - Enrico Campofreda

Foreign fighters, spettro e cura del fondamentalismo

Col via vai di annunci e posizioni (per la cronaca un’odierna nota della Casa Bianca ridimensiona il cinguettìo con cui ieri Trump parlava di ritiro dei soldati statunitensi dallo scenario della Siria settentrionale) è riapparso il tema dei prigionieri jihadisti rinchiusi in varie carceri. Ieri si faceva riferimento a quelli detenuti dai kurdi, che contro costoro hanno combattuto, liberando aree come quella di Raqqa e dove, accanto ai miliziani in armi, sono stati catturati anche i familiari con tanto di donne e prole. 

Per costoro si dibatte da tempo di una ricollocazione nelle rispettive nazioni che risultano diverse. Infatti l’internazionale del jihadismo - con radici corpose in taluni Paesi del Maghreb (Marocco, Tunisia) come testimonia l’origine di chi negli anni scorsi, oltreché sui campi di battaglia siriano e iracheno, ha colpito anche città d’Europa, Turchia, Russia, Stati Uniti - conta tanti combattenti in varie nazioni centroasiatiche. Molte delle ex Repubbliche sovietiche: Kazakistan, Tajikistan, Turkmenistan mentre un cospicuo numero, calcolato in oltre tremila miliziani, proviene dall’Uzbekistan. Per costoro si parla di reinserimento, rieducazione con interventi di carattere psicologico, sociale, addirittura teologico accanto a un orientamento verso una normalità di vita attraverso il lavoro. Però alcuni Stati asiatici hanno introdotto nel proprio ordinamento giuridico una sorta di respingimento dei jihadisti dalle aree d’origine, proprio per salvaguardare la comunità da presenze pericolose sia per manifestazione di teorie e pratiche fondamentaliste, sia per reclutamento a scopo di terrorismo.

La ricercatrice dell’Istituto di relazioni internazionali di Praga, Elena Zhirukhina, in un suo intervento riportato dall’Ispi, indica situazioni come quella del Kirghizistan che nel 2016, tramite un referendum abrogativo di un articolo della sua Costituzione, ha attuato la cancellazione dell’inviolabile diritto alla cittadinanza in caso di crimini efferati come, appunto, il terrorismo. Anche in Uzbekistan la legge sulla cittadinanza già prevedeva cancellazioni in caso di danni per il Paese e crimini contro la pace e la sicurezza. Comunque, nel maggio scorso, con l’operazione “kindness” sono stati riportati in patria 156 uzbeki, oltre cento di loro sono bambini, le restanti donne. L’iniziativa era a carico dello Stato, assicura ai rimpatriati assistenza medica, psicologica e finanziaria. Il Tajikistan ha promosso addirittura un’amnistia per quei foreign fighters che riconoscevano il proprio operato come azioni criminali. Cosicché lo scorso anno 160 combattenti sono rientrati e il locale ministero dell’Interno ha studiato e selezionato i casi. Sebbene l’orientamento della nazione sia recuperare da prigioni e campi stranieri prevalentemente i figli dei combattenti. Proprio i minori sono la nota dolente di tante storie di miliziani provenienti dalle battaglie nel Daesh. Nati da relazioni volontarie oppure figli di stupri imposti alle popolazioni conquistate e sottomesse, portano sulla pelle una violenza primaria e secondaria, senza averne responsabilità. I governi delle nazioni citate cercano di recuperare, soprattutto, queste vite. Ma il processo di riabilitazione, qui come altrove, risulta complesso e costoso, occorrono fondi e strutture. Asia e Africa hanno maggiori difficoltà nel reperirle, l’Occidente meno, ciò che maggiormente gli serve è la volontà di realizzare un simile passo, viste la paura e l’ostilità che aleggia innanzitutto nell’opinione pubblica. Una paura che la politica cavalca. 

 




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