martedì 10 febbraio - Sebastiano Russo

Foibe e confini quando l’identità culturale diventa una colpa. In ospedale a Trieste ho incontrato Maria e ho capito qualcosa di più sulle foibe

C’è un giorno, il 10 febbraio, in cui l’Italia ricorda le vittime delle Foibe. È un dovere civile e morale. Nessuno, tantomeno chi scrive, intende attenuare l’orrore di quei massacri né relativizzarne la violenza. Ma la memoria, per essere davvero tale, ha bisogno di contesto, di storia, di ascolto. Altrimenti rischia di trasformarsi in rito vuoto, o peggio, in strumento.

Vista del campo di concentramento di Arbe usato per l'internamento della popolazione civile slovena

Questa riflessione non nasce in una sala convegni né tra le pagine di un manuale. Nasce in una stanza d’ospedale dove ero ricoverato, al Cattinara di Trieste. E nasce da Maria.

Quando l’ho conosciuta, Maria era una donna di oltre ottant’anni, minuta, inquieta, con lo sguardo di chi ha attraversato più vite in una sola. Non sopportava di stare chiusa. Appena il personale sanitario abbassava la guardia, cercava una via di fuga. Quel giorno la trovai nella mia stanza: era entrata per caso. Aveva bisogno di spazio, d’aria, di presenza umana.

La sentii parlare. C’era qualcosa, nel suo accento, che non era triestino. Le chiesi da dove venisse. «Sono slovena», mi rispose. «Vivo in un piccolo villaggio, qui, al confine». E guardando dalla finestra mi indicò con il dito il suo villaggio.

Poi cominciò a raccontarsi.

Le avevano cambiato il cognome. Non per errore, ma per decreto. Un giorno si era svegliata e il nome che portava da generazioni non esisteva più. Era diventato “italiano”. Aveva imparato presto che anche le parole possono essere vietate.

Da bambina era finita in un collegio cattolico. Quando, per distrazione o nostalgia, parlava sloveno, le suore le pungevano la mano con uno spillo. Non per farle male davvero, ma per educarla. Per insegnarle che quella lingua non doveva uscire dalla bocca.

Il terrore più grande, però, era sugli autobus. Bastava una parola detta male, un termine sloveno scappato parlando con un’amica, e arrivavano gli sguardi, i richiami, le umiliazioni. La lingua diventava una colpa. Parlare significava esporsi.

Maria non usava parole come “politica linguistica” o “italianizzazione”. Ma raccontava esattamente quello: una violenza quotidiana, continua, fatta di piccoli gesti, di silenzi imposti, di identità negate. Non solo manganelli, ma paura.

Fu così che maturò dentro di lei uno spirito ribelle. Non ideologico, non romantico. Ribelle perché non voleva più avere paura delle parole. Divenne staffetta partigiana, portando messaggi e informazioni a chi combatteva contro il regime fascista. Lo raccontava senza enfasi, come una scelta inevitabile.

Poi arrivò il carcere del Coroneo. Da allora, mi disse, non riesce a stare a lungo in luoghi chiusi. Le mura le riportano addosso l’odore, l’attesa, la sensazione di essere cancellata prima ancora che come cittadina, come persona.

Mentre parlava, capii che Maria non stava giustificando nulla. Non parlò mai delle foibe. Raccontava solo il clima in cui si era formata una frattura profonda, una lacerazione che avrebbe poi travolto quella terra.

Ed è qui che il Giorno del Ricordo dovrebbe fermarsi un istante in più.

Ricordare le vittime italiane delle foibe è giusto. Ma ricordare solo l’epilogo, senza raccontare ciò che lo ha preceduto, significa amputare la storia. Le violenze del 1943 e del 1945 maturarono in una regione dove, per vent’anni, una parte della popolazione era stata umiliata, repressa, privata della lingua, del nome, persino della preghiera.

Questo non assolve nessuno. Ma spiega. Ed è l’unico modo per non ripetere.

Perché le guerre di confine non appartengono solo al Novecento. Le vediamo oggi, con dinamiche inquietantemente simili. Tra Russia e Ucraina, dove la lingua e l’identità culturale diventano armi politiche. Tra Israele e Palestina, dove il confine non è solo una linea geografica ma una ferita identitaria permanente. Tra Curdi e Turchia, dove un popolo senza Stato continua a pagare il prezzo del mancato riconoscimento della propria cultura.

In tutti questi casi, il rischio è lo stesso: confondere l’identità culturale con il nazionalismo. La prima è pluralità, memoria, lingua, tradizione. Il secondo è imposizione, esclusione, dominio. Quando uno Stato nega l’identità dell’altro, quando trasforma la lingua, il nome, la religione in un problema di sicurezza, la violenza non arriva all’improvviso. Si prepara, lentamente.

Le tragedie nascono quasi sempre prima nei gesti quotidiani, nelle scuole, nei documenti, negli sguardi di disprezzo, molto prima che nei campi di battaglia.

Quando Maria uscì dalla mia stanza, prelevata dalle infermiere, capii che quel suo bisogno di “fuga” non era capriccio senile. Era memoria incarnata. Era una storia che non entra nei discorsi ufficiali, ma che vive ancora nei corpi, negli accenti, nelle paure di chi ha attraversato i confini del Novecento.

Forse il modo più onesto di onorare le vittime delle foibe è anche questo: ascoltare Maria. E accettare che la storia, soprattutto nei luoghi di frontiera, non è mai a senso unico.

Sebastiano Russo

Foto Wikimedia



1 réactions


  • Marina Serafini Marina Serafini (---.---.---.228) 11 febbraio 11:22

    Notevole osservazione di cui, oggi, si ha particolarmente bisogno. Menti leggere non fanno che parteggiare per una fazione o per un’altra, in una modalità da stadio, su ciò che, invece, riguarda la vita e la morte di tante persone, individui come noi. Ogni giorno che passa è sempre più urgente chiarire e specificare certi aspetti della nostra storia che, seppure recente, appare ai molti come un passato lontano..Roba da nostalgici. Siamo così distratti da non riuscire a fare i conti sul calendario... Sempre se intendiamo ancora valutare il tempo come un processo lineare, anziché una spirale verticale, che agisce sugli stessi luoghi...


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