giovedì 8 aprile - Enrico Campofreda

Erdoğan, machismo vendicativo

Lasciare senza una poltrona ufficiale l’ospite Ursula von der Layen, Presidente della Commissione Europea, come ha fatto il presidente turco Erdoğan, costituisce un atto articolato di sgarbo e vendetta. 

Gesto innanzitutto machista, con lo strascico della politica incarnata dagli uomini per gli uomini e dai potenti che si misurano fra loro. Von der Layan - ahilei - rappresenta l’Europa che ha verso la Turchia e il suo padrone un rapporto d’immenso odio e ripetuto compiacimento. Appartiene alla nazione e al partito che maggiormente esprimono il desiderio di tenere ai margini il Paese anatolico, tranne poi chiedergli favori sullo scivoloso terreno della migrazione, parcheggiata nella terra di confine fra il vecchio continente e il mondo asiatico, come accade da anni coi profughi siriani. Una questione sulla quale l’altro ospite europeo ad Ankara, il Presidente del Consiglio d’Europa Charles Michel, nei momenti dell’incontro precedente allo sgarbo a Frau von der Layen, sottolineava l’apprezzamento Ue per il riparo offerto dalla Turchia ai quattro milioni di rifugiati e faceva presagire l’arrivo d’un assegno per compensare il favore, dopo l’interruzione nel 2016 dell’unica tranche pagata: sei miliardi di euro.

Eppure nonostante il clima collaborativo fra le parti, le tensioni dei trascorsi mesi estivi smussate sullo sfruttamento dei fondali del gas che opponevano gli Stati membri greco e cipriota alle mire turche, poi gli screzi sulla Libia che potrebbero attenuarsi dopo i passi diplomatici italiani di queste ore, il gestaccio sottolinea due punti irrinunciabili per Erdoğan. Primo: la Turchia non s’imbriglia, vuole patteggiare da pari a pari anche con un presunto Superstato qual è l’Unione Europea, di cui il sultano conosce divisioni e contraddizioni, a cominciare da quella militare. A tal punto che sotto lo scudo della Nato, Washington considera Ankara quanto, e forse più, di Londra, Parigi e Bonn. Secondo: il presidente turco, che riceveva gli ospiti sotto una gigantografia di Mustafa Kemal, sapendo che per la ricorrenza del centenario la sua immagine oscurerà anche quella del padre della patria, ha fatto coincidere la visita politica col blocco delle risorse di 377 terroristi, veri o presunti (205 affiliati alla rete gülenista Fetö, 77 militanti del Pkk, 9 membri Dhkp-c, 86 dell’Isil). Tanto per ricordare chi comanda in Anatolia e quel che altri devono constatare senza intervenire, perché negli affari interni non sono ammesse ingerenze. Invece l’Ue continua a dare voti ad Ankara, a censurare i suoi comportamenti lesivi dei diritti civili, a dirsi con Von der Layen “preoccupata che la Turchia si sia ritirata dalla Convenzione di Istanbul”. Uno smacco per il sultano, che giunge per giunta da una donna. Inammissibile. Incurante del galateo, anche quello diplomatico, l’ha lasciata smarrita in piedi per poi farla appoggiare su un divano, ai margini del confronto fra uomini, come un’interprete o una segretaria d’appoggio. Il guaio è che Charles Michel, sia rimasto al suo posto. Timore reverenziale? Ragioni di protocollo contro chi non le rispetta? L’altro macho, quello occidentale, dell’apparato democratico Ue, avrebbe potuto, almeno lui, assumere un comportamento di bon ton, cedendo il posto alla collega. Invece niente. Maschi. Così diversi, così uguali. In politica e non solo.

Enrico Campofreda




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