mercoledì 15 luglio - Enrico Campofreda

Erdoğan, l’assalto ad Agya Sofia

Esistono modi più o meno ingombranti di entrare nella Storia, Recep Tayyip Erdoğan da tempo ne ha scelto alcuni subdoli, altri dirompenti. Tutti comunque sotto i riflettori, perché il suo egocentrismo fa della visibilità una ‘roulette russa’ alla quale non si sottrae. Anzi, amante del rischio, cerca il colpo grosso. 

Con la vicenda di riportare in Agya Sofia il culto islamico, ritrasformando in moschea un monumento ‘laicizzato’ e reso museo da Mustafa Kemal, il presidente turco rilancia una lacerazione con un pezzo di mondo e riutilizza la via della polarizzazione che in politica interna in varie occasioni l’ha ripagato. Così il leader istituzionale tracima e invade il terreno confessionale. L’azione dell’antico padre della moderna Turchia che nasceva dalle polveri dell’Impero ottomano, accantonava la disputa fra la fede ortodossa defraudata della sua Chiesa simbolo e l’Islam conquistatore di Mehmet II, che dal 1453 fece di quel luogo la gloria dell’architettura musulmana. Scriveva Procopio di Cesarea nel sesto secolo: “La Chiesa si erge fin quasi a toccare il cielo e quasi ondeggiando svetta sugli altri edifici sovrastando l’intera Città; di essa rappresenta il gioiello, poiché le appartiene, ma ne è al tempo stesso abbellita, essendone una parte e, come suo culmine, si eleva così in alto, che dalla Chiesa si può contemplare la Città come da un osservatorio”. Ciò nonostante ben altre maestose cupole e minareti sorsero nel mezzo millennio di dominio della Costantinopoli, diventata Istanbul. Ma quel nome, come riportato dagli etimologi - ‘Is tim boli’ da ɛìs ʈŋv πόλιν cioè “verso la città” - serbava quanto di greco la metropoli di Costantino e Giustiniano manteneva vivo.

Ora rifare dello straordinario tempio ortodosso un luogo di culto islamico, vuol dire vellicare un conservatorismo religioso della mezzaluna che altrove ha sedi e mondi ben più fanatici. Anche perché, nata cristiana e diventata islamica, la capitale sul Bosforo è un po’ come Gerusalemme, una città simbolo condivisa con altre religioni. Ma Erdoğan spinge egualmente sull’acceleratore, la popolazione pur giovane intervistata nei giorni scorsi sulla dibattuta questione, s’accalora attorno alla figura del sultano etichettato ‘Fatih’, cui è dedicata quella fetta della metropoli così chiamata, in cui il partito di governo conta un pezzo del suo zoccolo duro. I libri di storia narrano dei cinquantatre giorni di assedio di Costantinopoli, iniziato ad aprile terminato a maggio, come di una guerra moderna. Con l’uso del primo colossale cannone (definito dal nome del costruttore ungherese Orbán, che però lo offriva ai turchi), con blocchi navali sul Corno d’Oro degli assediati e superamenti con carrucole da parte flotta ottomana, con distruzioni, sventramenti, impalamenti, anche di donne e bambini, e tutto il peggio che il fanatismo militare propone e realizza. Ecco, al di là degli storici che sanno, studiano, divulgano letture variegate di quel passato, la proposta erdoğaniana che tutto mescola e che fa ricorso a tutto, sembra intervenire sul fattore divisivo, punitivo verso il passato anche recente e non ottomano, più che sullo spirito di quel che per secoli Costantinopoli-Istanbul rimase fino alle soglie del Novecento: “un guazzabuglio di cosmopoliti molto eterogenei”. Elemento non disdegnato dagli stessi sultani che dopo la sottomissione, tolleravano le minoranze di fede dietro il pagamento di ‘tasse di protezione’. Era più il kemalismo, con e dopo Atatürk, a lanciare i progrom antiellenici, certamente stimolato da azioni militari del nazionalismo greco. La Storia è lì, e può essere rivisitata assumendo contorni di meditazione su limiti ed errori, viene invece nuovamente impugnata come un’arma.

Erdoğan che aspetta ossessivamente di festeggiare, forse più da padrone che da sultano, il centenario della nascita dello Stato moderno (2023) si prende la briga di sollevare un polverone su un tema che scuote il patriarca Bartolomeo e pure papa Francesco. Rispolvera contrapposizioni che gli inimicano il blocco europeo, ortodosso e cristiano, quel blocco che sul versante politico lo tiene lontano dalla Ue e lo usa (ma chi usa chi?) sull’annoso tema della migrazione. Proprio perché conosce la coscienza nera della politica del vecchio continente, Erdoğan intraprende la via della provocazione sulla chiesa-simbolo e paventa una soluzione che non lo farà conquistatore con la spada come Mehmet II, però gli assicura di compattare il popolo islamico più tradizionalista e certe frange anche giovanili che sui valori, sul Paese, sulla ricerca di futuro nello sbandamento operato dalle pandemie di Sars Cov2 e dell’economia, chiedono certezze. Proporre un’identità islamica marchiata di senso patrio in una nazione che è stata Impero e ha forti mire di supremazia in Medio Oriente è, non da oggi, un progetto praticato dall’uomo forte di quello che a inizio millennio ha sancito il rilancio turco. Affievolito lo slancio, Erdoğan ha compattato una buona parte della cittadinanza (non solo i fedelissimi dell’Akp) contro il golpe di cui ha accusato i gülenisti, giocando su più tavoli ha rivolto la sua presenza e ingerenza nella guerra sporca siriana contro i territori liberi del Rojava, spazzati via dai suoi carri armati col benestare di Putin, compiacendo Asad contento d’essere restato alla guida d’un Paese spettrale. E navigando nel “mare bianco” verso le coste libiche l’onnipresente neo Atatürk gioca le sue carte e rafforza la sua Turchia e se stesso. Figurarsi se si ferma davanti a un Patrimonio Unesco…

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su Costantinopoli: cfr. Marozzi J., Imperi islamici, Einaudi, 2020

Enrico Campofreda




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