venerdì 7 gennaio - Osservatorio Globalizzazione

Enigma Sinai: l’Egitto di al-Sisi tra repressione e terrorismo

La vicenda della liberazione di Patrick Zaki ha acceso i riflettori ancora un’altra volta sull’Egitto e sui rapporti che l’Italia intrattiene con il Paese nordafricano. Nelle varie considerazioni fatte, oltre alla felicità necessaria per la liberazione di un ragazzo incarcerato in maniera molto opinabile, c’è grande pressapochismo. 

di 

 

Si ripetono gli articoli in cui Abdel Fattah al-Sisi è paragonato a Pinochet, un nostro ex alleato. La comparazione lascia abbastanza sorpresi. Perché, a fianco a queste considerazioni, si ripetono gli appelli a troncare i rapporti con il Cairo e con chi ha imprigionato Zaki e ucciso Regeni. Ma le stesse voci, o firme, non aprono bocca su vicende scandalose come il caso Assange o le vergogne degli attacchi statunitensi con droni contro i civili. Proteste non si vedono nemmeno sui legami italiani con Nazioni come Arabia Saudita, Turkmenistan e Azerbaigian. Paesi governati da dittatori corrotti o famiglie reali cleptocratiche che opprimono milioni di persone, incarcerano attivisti e giornalisti quanto e più dell’Egitto. Ma il Cairo è un avversario comodo e la vicenda Zaki, inizialmente tragica ma risolta per adesso felicemente, garantisce grande appeal mediatico. L’ipocrisia si dimostra da sé. 

Capire l’Egitto è più complicato così come comprendere il lavoro di al-Sisi. Il presidente egiziano ha raccolto una Nazione nel caos dopo la defenestrazione di Mubarak e la liquidazione turbolenta di Mohamed Morsi. L’esercito egiziano, artefice primo del golpe del 2013, ha ereditato una situazione economica e sociale al limite del collasso. La soluzione adottata da al-Sisi e dalla sua giunta è stata il pugno di ferro. Ma accanto alla repressione, si è imboccata la strada della normalizzazione nel più classico connubio del “bastone e carota”. Ed è un esempio di questa politica, non tutta negativa e non da condannare in tronco, l’atteggiamento tenuto dal Cairo nel Sinai. La penisola orientale era, e parzialmente rimane, una vera e propria spina nel fianco per il governo centrale. Da qua si pianificano gli attacchi terroristici contro le grandi città egiziane e contro le attrazioni turistiche con conseguente grandinata di problemi per il Cairo. In una zona, di fatto, di guerra l’Egitto ha inizialmente tentato un approccio militare ma si segnala un tentativo di risoluzione del problema differente, simbolo della capacità egiziana di avviare politiche più avanzate. 

Turbolenze e risposta militare 

Nel corso di questi anni, su 151 attentati terroristici con l’uso di esplosivo, 137 sono avvenuti nel Sinai. Le dimensioni del problema sono amplificate dal fatto che sostanzialmente questi attentati, gli attacchi ai soldati e le imboscate siano principalmente concentrate nel Nord del Sinai. Nella parte meridionale infatti il territorio è sotto lo stretto controllo del governo centrale e nell’area il turismo è ben sviluppato. La tattica utilizzata dalle forze armate egiziane è quella del contenimento e non dello sradicamento. Si cerca quindi di reagire e non agire. Una strategia che comporta una dura repressione militare con molteplici tentativi di accordo con i clan tribali della zona. Ciò è dovuto al fatto che gli arruolamenti nell’Isis e nelle varie organizzazioni di estremisti islamici sono continuati con regolarità. La tattica usata dai terroristi è quella tipica delle insurrezioni: rapimenti con lo scopo di autofinanziarsi, omicidi, attacchi con cecchini contro ufficiali e membri dell’élites tribali. Gli obiettivi più colpiti sono i soldati. Ma spesso le scaramucce evolvono in scontri veri e propri.

Nel luglio del 2020 l’Isis ha conquistato cinque villaggi nel Sinai che sono stati successivamente riconquistati con l’uccisione di 73 membri dello Stato Islamico. Il problema è che il già citato contenimento messo in atto dall’esercito del Cairo è accompagnato da checkpoint, barriere concentrate soprattutto nella zona di confine con Gaza, pattugliamenti e tecnica della terra bruciata. Tutte queste contromisure hanno permesso di far diminuire il pericolo rispetto ai livelli di emergenza toccati nel 2015. Ma il terrorismo c’è ancora. Ciò anche a causa della struttura della catena di comando dell’esercito egiziano.

Le operazioni nel nord del Sinai infatti sono estremamente centralizzate con pochi input dati dagli ufficiali sul campo. Un decreto presidenziale del 2015 infatti ha creato un comando unificato e sono state unite anche la seconda e la terza armata. Tutto questo insieme di scelte è indirizzato verso la centralizzazione dei centri decisionali. A ciò si aggiunge la natura politico-militare dell’esercito egiziano che da una parte rende le forze armate del Cairo incapaci di usare efficacemente metodi di soft power, ciò perché non ci sono gli strumenti culturali per farlo. Dall’altra parte però i vertici militari centralistici non sono nemmeno in grado di rendere militarmente dinamici i propri uomini passando dalla fase del contenimento a quella dello sradicamento. Questo limbo di insicurezza in cui il Sinai è piombato da un decennio ha reso pericoloso l’intero Egitto. Ma un salto di qualità nella gestione del terrorismo della penisola tra Nord Africa e Medio Oriente si sta profilando con la volontà del Cairo di risolvere il problema con investimenti economici.

Una soluzione nuova

Nel 2019-2020 l’Egitto ha investito nel Sinai 5.23 miliardi di sterline egiziane cioè 315 milioni di dollari. La cifra è aumentata del 75% rispetto all’anno precedente e ciò testimonia il cambio di passo dell’amministrazione egiziana. Nel nord del Sinai, l’area più martoriata dal terrorismo di matrice islamica, gli abitanti sono 450000 e sono confluiti nella zona investimenti per il valore di 2.85 miliardi di sterline egiziane. Gli investimenti sono indirizzati soprattutto nell’ambito dell’educazione, dell’acqua, dei trasporti, dell’immobiliare e delle infrastrutture. Nel sud, dove i residenti sono 110000, arrivano 2.38 miliardi che finanziano agricoltura, irrigazione, trasporti ed educazione. La destinazione dei cospicui fondi è funzionale a quella svolta tattica che riconosce il Sinai non come una zona di guerra ma come un’area problematica da valorizzare con investimenti importanti e attenzioni particolari.

A testimonianza di ciò ci sono le parole del presidente al-Sisi. Quest’ultimo ha affermato che il Sinai “è un progetto di sicurezza nazionale” e che verranno investiti 275 miliardi di sterline egiziane per progetti dedicati alla zona. Solo per il sud del Sinai sono stati investiti 3.75 miliardi, un aumento del 50% rispetto all’anno precedente e i fondi sono stati indirizzati verso 169 progetti. Hala el-Said, ministro della pianificazione e dello sviluppo industriale, ha promesso che anche al nord confluiranno questi fondi. Al centro di tali investimenti c’è l’Engineering Authority con a capo Ihab al-Far e facente parte dell’esercito egiziano. Al-Far ha fissato come obiettivo primario quello di sistemare il Sinai favorendo il trasferimento di egiziani nell’area. Per fare ciò si vuole puntare sulla costruzione di infrastrutture, strade, progetti per i trasporti e per l’edificazione di 17 conglomerati beduini. In accordo con al-Far c’è Rashad Abdo, direttore del Forum egiziano economico e studi strategici. Egli appoggia i progetti di ripopolazione del Sinai e afferma la necessità che il privato cooperi con il pubblico.

L’idea quindi è quella di sollecitare gli imprenditori a farsi carico di investimenti con l’aiuto dello Stato, e dell’esercito, che a sua volta sostiene finanziariamente la costruzione di strade, infrastrutture e scuole. L’obiettivo finale è togliere le ragioni sociali ed economiche che spingono i giovani del Sinai ad arruolarsi con i tagliagole. Uno dei problemi cruciali è la sottopopolazione perché strettamente collegata alla proliferazione dei gruppi radicali. Il Sinai si svuota e coloro che rimangono sono elementi turbolenti, pericolosi per l’Egitto. Ripopolazione e infrastrutture sono i due termini chiave con cui al-Sisi vuole passare dalla fase del contenimento miliare a quella dello sradicamento. 

Conclusioni

Il fatto che al-Sisi stia governando il Paese in maniera dittatoriale è indiscutibile. Ma la sua presidenza non è né migliore né peggiore di altre. Anzi, la svolta descritta nella gestione del terrorismo nel Sinai dimostra come il regime del Paese nordafricano abbia compreso che la sola repressione non sia efficace ma si debba imboccare la strada degli investimenti. Questo tipo di ragionamento sociale ed economico non potrebbe essere compiuto da un potere cieco e assetato di sangue, locuzioni con cui spesso viene descritto il regime egiziano. È vero che ci sono problemi evidenti nel rispetto dei diritti umani ma come si può portare avanti un ragionamento scevro di ipocrisia quando coloro che accusano l’Egitto delle peggiori nefandezze e tuonano per la completa rottura di ogni canale diplomatico sono gli stessi che tacciono davanti a ingiustizie ancor più palesi ma fatte da Paesi alleati? In Egitto è chiara la volontà di ridare tranquillità a una Nazione che vissuto momenti difficili e allo stesso tempo si vuole far vedere al mondo che nel Paese nordafricano la situazione si sta lentamente risistemando.

Foto: United Nation Photo/Flickr




Lasciare un commento